- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LATINA LECTIO - versioni latino tradotte
- Visite: 3
Incertezze e preoccupazioni di Cicerone
versione latino Libro: Latina lectio, pag 128 n° 48
Brundisio profecti sumus pridie Kalendas Maias: per Macedoniam Cyzicum petebamus ... tua miseria quam mea commoveri.
Io sono partito per Brindisi il giorno prima le Calende di maggio: mi dirigevo verso la Macedonia a Cizico. Devo pregarti per venire? Non devo pregarti?Dunque devo stare senza te?Vorrei che tu venissi? Se c’è speranza del mio ritorno, confermala e agevola la situazione. Se come io temo è deciso, fai in modo di venire da me, in qualsiasi modo tu possa. Sappi solo questo, se avrò te non devo disperarmi. Ma che cosa accadrà della nostra figliaTulliola? Ormai provvedete voi; mi manca la decisione, ma certamente in qualsiasi modo la situazione si evolva, si deveprovvedere al matrimonio e alla data di quella poveretta. E allora? Il mio figlio Cicerone cosa farà? Voglia il cielo che sia sempre insieme a me. Non riesco a scrivere più cose, la malinconia me lo impedisce. Tu mi esorti a essere di forte carattere e avrò la speranza del ritorno. Io vorrei che fosse così. Quando riceverò una tua lettera? Sostieniti o mia Terenza come puoi, vorrei che tu pensassi che io sono più fortemente commosso della tua miseria che della mia.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LATINA LECTIO - versioni latino tradotte
- Visite: 3
Primo bestia, in quo loco nata est, ex eo se non movet, deinde suo quaeque appetitu(=istinto) movetur: serpere agriculos nare anaticulas, evolare merulas, cornibus uti boves videmus, nepas aculeis, denique suam cuique naturam esse ad vivendum ducem. quae similitudo in genere etiam umano adparet. parvuli enim primo orta sic iacent tamquam omnino sine animo sint; cum aetem paulum firmitatis eccessit, et animo utuntur et eos adgnoscunt a quibus educantur; deinde aequalibus delectantur libenterque se cum iis congregant dantque se ad ludendum fabellarumque auditione ducuntur animadvertunque ea quae domi fiunt curiosius incipiuntque commentari aliquid et discere et eorum, quos vident, volunt non ignorare nomina et quibus de rebus cum aequalibus decertant, si vicerunt, efferunt se laetitia, victi debilitantur animoque deficiunt.
Lo sviluppo del bambino versione latino Cicerone
Dal libro latina lectio
In un primo tempo la bestia, non si sposta da quel posto nel quale è nata, , poi ognuno è spinto dal suo istinto vediamo strisciare i serpentelli, nuotare le anatrelle, volare i merli, i buoi servirsi delle corna, gli scorpioni dei pungiglioni, infine ciascuno ha il suo istinto come guida per vivere. La quale somiglianza si manifesta anche nel genere umano. I piccoli infatti alla nascita giacciono come se fossero del tutto senza anima; quando si è aggiunta un pò di forza, e si servono dell'intelletto e riconoscono quelli dai quali sono educati; poi si divertono con gli uguali e volentieri si aggregano a loro e si danno al giocare e sono attirati dall'ascolto delle favolette e osservano con maggiore curiosità le cose che accadono in casa e cominciano a riflettere su qualcosa e ad imparare e di quelli che vedono vogliono non ignorare i nomi delle cose di cui discutono con i coetanei, se vincono si esaltano per la gioia, sconfitti si avviliscono e si perdono d'animo.
da altro libro
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LATINA LECTIO - versioni latino tradotte
- Visite: 3
Ver procellosum eo anno fuit. pridie Parilia, medio ferme die, atrox cum vento tempestas coorta multis sacris profanisque locis stragem fecit, signa aenea in Capitolio deiecit, forem ex aede Lunae, quae in Aventino est, raptam tulit et in posticis parietibus Cereris templi adfixit, signa alia in circo maximo cum columnis quibus superstabant evertit, fastigia aliquot templorum a culminibus abrupta foede dissipavit. itaque in prodigium versa ea tempestas, procurarique haruspices iusserunt. simul procuratum est quod tripedem mulum Reate natum nuntiatum erat, et a Formiis aedem Apollinis Caietae de caelo tactam. ob ea prodigia viginti hostiis maioribus sacrificatum est et diem unum supplicatio fuit.
La primavera fu burrascosa durante quell'anno. Il giorno prima delle Pariglie, circa a mezzodì, una terribile tempesta sollevatasi con il con vento distrusse molti luoghi sacri e profani; abbattè le statue di bronzo nel Campidoglio, ne portò via una che era stata depredata dal tempio di Luni, che si trova sull’Aventino, e la lasciò nelle pareti posteriori del tempio di Cerere, fece cadere altre statue nel Circo Massimo insieme alle colonne, sulle quali erano situate, distrusse alcuni frontoni turpemente strappati dalle sommità dei templi. Pertanto, quella tempesta (fu) attribuita ad un prodigio, (e quindi) gli aruspici ordinarono di compiere sacrifici espiatori. Contemporaneamente si fecero cerimonie poiché era stato annunciato che a Rieti era nato un mulo con tre zampe e da Formia che il tempio di Apollo a Gaeta era stato colpito dal cielo. Per quei prodigi furono sacrificate venti vittime adulte e per un sol giorno ci fu una cerimonia solenne
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LATINA LECTIO - versioni latino tradotte
- Visite: 3
Tantae luxuriae Lucius Verus fuisse dicitur, ut etiam domi popinam instituerit, ad quam post cenam Marci fratris devertebat. Fertur et nocte perpetua lusisse alea, cum in Syria concepisset id vitium, atque tantum vitiorum Neroniarum fuisse aemulus ut vagaretur nocte per tabernas, commissaretur cum triconibus, committeret rixas, dissimulans quis esset, saepeque percussus livida facie domum redisse. Sed Marcus, omnia bene sciens, dissimulabat pudore illa, ne reprehenderet fratrem. Et notissimum eius quidam fertur convivium, poswt quod lusum est tesseris usque ad lucem. Et haec post Parthicum bellum, ad quod eum misisse dicitur ne vel in urbe ante oculos omnium peccaret, vel ut parsimoniam peregrinatione addisceret, vel ut timore bellico emendatior rediret, vel ut se imperatorem esse cognosceret. Hoc convivium posteaquam Marcus audivit, ingemuisse dicitur et doluisse publicum fatum
A quanto si racconta, Lucio vero fu di una tale dissolutezza da farsi installare una bettola addirittura in casa, bettola alla quale si recava dopo aver pranzato (nella dimora) del fratello Marco. Si narra che lui (Lucio) passava la notte intera giocando a dadi, vizio che aveva preso in Siria, e che fu emulo dei vizi di Nerone a tal punto che, di notte, passava da una taverna all’altra, facendo baldoria con attaccabrighe, attaccando liti, nascondendo la propria identità; ben volentieri tornava a casa con la faccia livida, ché le aveva prese. Marco, tuttavia, ben sapendo tutto ciò, faceva finta di niente, per pudore, ovvero per non riprendere il fratello. Rimasto negli annali un suo banchetto, con partita finale a dadi, protratta fino all’alba. Fatto che avvenne dopo la spedizione contro i Parti, cui, a quanto si racconta, pur era stato mandato per impedirgli di continuare a far mascalzonate a Roma, sotto gli occhi di tutti, ovvero perché, con il viaggio all’estero, imparasse, una buona volta, ad esser parco, ovvero perché ritornasse (a Roma) reso più coscienzioso per il timore della guerra, ovvero, affinché si rendesse conto ch’era un imperatore. Si dice che Marco, venuto a sapere di suddetto banchetto, prese a lamentarsi sconsolato della sorte che spettava allo Stato.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LATINA LECTIO - versioni latino tradotte
- Visite: 3
Post cannensem victoriam, Hannibal Romam non petivit, sed in hiberna Capuam concessit. Ibi partem maiorem hiemis in tectis habuit exercitum, tam adversus omnia mala et labores duratum, quam deliciis inespertum atque insuetum. Itaque quos nulla mali vicerat vis, perdiderunt nimia bona ac voluptates immodicae, tanto impensius quanto avidius ex insolentia in eas se merserant. Somnum enim et vinum et epulae et scorta balineaque et otium consuetudine in dies blandius ita enervaverunt corpora animosque ut magis eos tutaretur famã praeteritarum victoriarum quam praesentes vires. Id Hannibalis peccatus apud peritos artium militarium maius habetur quam quod non ex Cannensi acie; nus ad Romam exercitum duxerit: illa enim cunctatio solum tardiorem ferisse victoriam videtur; hic error vires omnino ademisse ad vincendum. Nam optimum quisque fortissimusque miles otio et libidine mollis enervatusque factus est
Annibale, dopo la vittoria di Canne, Annibale non puntò su Roma, ma si ritirò a svernare a Capua. Vi trattenne al coperto, per la maggior parte dell’inverno, l'esercito, tanto temprato contro ogni tipo di disavventura e fatica, quanto inesperto e non abituato ai piaceri. Pertanto, il lusso smodato corruppe quelli che nessuna forza ostile aveva sconfitto, e in modo tanto più grave, quanto con maggiore intemperanza essi vi si erano immersi. E infatti, il sonno, il vino, i bagordi, le meretrici, i bagni e l’ozio più piacevole con l’abitudine e col passare dei giorni a tal punto fiaccarono i corpi e gli animi che a proteggerli era più la fama delle trascorse vittorie che le loro effettive ed attuali forze. Questo errore di Annibale viene ritenuto, dagli esperti d’arte militare, più grave del fatto che egli non avesse condotto l’esercito, dal campo di battaglia di Canne, direttamente a Roma: tale indugio, infatti, verosimilmente avrebbe soltanto ritardato la vittoria; questo errore prosciugò completamente le forze per vincere, giacché qualsivoglia soldato, (fosse stato) in assoluto il migliore e il più coraggioso, venne infiacchito e reso svogliato dal piacere dell’ozio.
versione da cotidie legere 1 numero 115 pagina 107
Contro annibale avanzarono in puglia con tutte le truppe i consoli lucio emilio paolo e gaio terenzio varrone e schierarono l'esercito nella pianura presso canne. annibale era inferiore per il numero dei soldati ma superiore per l'esperienza dell'arte militare e la furbizia; perciò sbaragliò ed uccise completamente i romani. tra le prime schiere cadde in battaglia anche il console emilio paolo. furono giorni tristi per i romani ma presto lo stato delle cose cambiò e dopo giorni funesti di rovina e lutto giunsero i giorni felici e le circostanze favorevoli allontanarono le avversità. infatti mentre l'esercito di annibale, esaltato dalla vittoria, si indebolì a capua a causa della debolezza dell'ozio, a roma nuove schiere di giovani si abituavano a sopportare la durezza della vita militare: perciò la mollezza ed il lusso indebolirono i cartaginesi; al contrario l'esercizio delle armi e la disciplina rafforzarono la gioventù romana. perciò all'inizio della primavera i romani opposero alle truppe di annibale indebolite dalle mollezze delle schiere esercitate e forti