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P. Considius, rei militaris peritus, in exercitu L. Sullae et postea in M. Crassi fuerat : is cum exploratoribus praemittitur. Prima luce, cum summus mons a Labieno teneretur, Caesar ab hostium castris non longius mille et quingentis passibus abesset neque, ut postea ex captivis comperit, aut eius adventus aut Lbiani cognitus esset, Considius ad eum accurrit, dicit montem ab hostibusteneri : id se a Gallicis armis atque insignibus cognovisse. Caesar suas copias in proximum collem ubducit, aciem instruit. Labienus, ut erat ei praeceptum a Caesare, in monte nostros exspectabat proelioque abstinebat. Multo denique die per exploratores Caesar cognovit et montem ab suis teneri et Hlvetios castra movisse et Considium timore perterritum esse : eum quod non viderat, pro viso sidi renuntiavisse. Eo die consueto intervallo hostes sequitur(6) et milia passuum tria ab eorum castris castra ponit.
Publio Considio, esperto di arti militari, era stato nell'esercito di L. Silla e dopo in (quello) di M. Crasso; egli è stato mandato con gli esploratori. Sul fare del giorno, poiché il monte più alto è stato occupato da Labieno, Cesare poiché era lontano non più di 1500 passi dall'accampamento dei nemici e, come dopo viene a sapere dai prigionieri, poiché non è stato conosciuto né dal suo arrivo né da Labieno, Consedio accorre da lui, dice che il monte era occupato dai nemici; ciò lo era venuto a sapere dalle truppe e dalle insegne galliche. Cesare ritirò le sue truppe sul colle più vicino, dispone l'esercito in ordine di battaglia. Labieno, come egli aveva il comando da Cesare, aspettava i nostri sul monte e si asteneva dalla battaglia. Dunque a giorno inoltrato venne a sapere attraverso gli esploratori che il monte era occupato dai suoi e gli Elvezi levavano il campo e Consedio era spaventato dal timore, egli ciò che non aveva visto, aveva riportato come da lui visto. Quel giorno insegue i nemici con la solita distanza e pone l'accampamento a 3000 passi dal loro accampamento.
versione da altri libri di testo
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Omnes fere philosophi omnium disciplinarum eodem hoc animo8 fuerunt. Socrates, cum in pompa magna vis auri argentique ferretur, “Quam multa non desidero!” inquit. Xenocrates, cum legati ab Alexandro quinquaginta ei talenta attulissent (quae erat pecunia temporibus illis, Athenis praesertim, maxima), abduxit legatos ad cenam in Academiam; iis apposuit tantum quod satis esset1 nullo apparatu. Cum postridie rogarent eum cui pecuniam numerari iuberet: “Quid?” inquit “Vos hesterna cenula non intellexistis me pecunia16 non egere?”. Quos cum tristiores vidisset, triginta minas accepit, ne aspernari regis liberalitatem videretur. At vero Diogenes liberius, ut Cynicus, Alexandro roganti ut diceret si qui opus esset, "Nunc quidem paululum"inquit "a sole recede!" Offecerat videlicet apricanti!
Quasi tutti i filosofi di tutte le scuole ebbero questa stessa disposizione d’animo. Socrate, mentre veniva portata in processione una gran quantità di oro e di argento, disse: “Di quante cose non sento la mancanza!” Senocrate, dopo che degli ambasciatori (mandati) da Alessandro gli avevano portato cinquanta talenti, che erano una grandissima somma di denaro a quei tempi, soprattutto ad Atene, condusse gli ambasciatori a cena nell’Accademia; fece servire loro quel tanto che era sufficiente, senza alcuna ricercatezza. Poiché il giorno dopo gli chiedevano a chi volesse8 che fosse versato il denaro, disse: “Come? Voi dalla cenetta di ieri non avete capito che io non ho bisogno di denaro?”. Ma avendoli visti piuttosto tristi, accettò trenta mine, per non dare l’impressione di disprezzare la generosità del re. invece Diogene rispose in modo più libero, come era logico per un cinico, ad Alessandro che lo pregava di dirgli se avesse bisogno di qualcosa: "Ora, disse, che ti allontani un pò dal sole; evidentemente mentre mi scaldava al sole gli faceva ombra
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Ea enim ipsa, quae inanima diximus, pleraque sunt hominum operis effecta, quae nec haberemus, nisi manus et ars accessisset, nec iis sine hominum administratione uteremur. Neque enim valitudinis curatio neque navigatio, neque agricultura neque frugum fructuumque reliquorum perceptio et conservatio sine hominum opera ulla esse potuisset. Iam vero et earum rerum quibus abundaremus, exportatio, et earum quibus egeremus invectio certe nulla esset, nisi iis muneribus homines fungerentur. Eademque ratione nec lapides ex terra exciderentur ad usum nostrum necessarii, nec ferrum, aes, aurum, argentum effoderetur penitus abditum sine hominum labore et manu.
Infatti quelle stesse cose che abbiamo detto inanimate, sono per la maggior parte il prodotto del lavoro umano, che non avremmo se non ci fossero state le mani e la mente, e non le potremmo nemmeno usare senza l'ausilio degli uomini. Senza l'opera dell'uomo non sarebbero possibili la medicina, la navigazione, l'agricoltura, il raccolto e la conservazione delle messi e di tutti gli altri frutti. Inoltre l'esportazione di quei prodotti dei quali abbondiamo e l'importazione di quelli di cui scarseggiamo non sarebbero possibili, se gli uomini non si dedicassero a questi compiti. Per lo stesso motivo non si estrarrebbero dalla terra le pietre necessarie al nostro uso, né il ferro, il bronzo, l'oro e l'argento nascosto nel profondo si estrarrebbero senza la fatica e la mano dell'uomo.
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Ut enim apud Platonem est, omnem morem Lacedaemoniorum inflammatum esse cupiditate vincendi, sic, ut quisque animi magnitudine maxime excellet, ita maxime vult princeps omnium vel potius solus esse. Difficile autem est, cum praestare omnibus concupieris, servare aequitatem, quae est iustitiae maxime propria. Ex quo fit ut neque disceptatione vinci se nec ullo publico ac legitimo iure patiantur, existuntque in re publica plerumque largitores et factiosi, ut opes quam maximas consequantur et sint vi potius superiores quam iustitia pares. Sed quo difficilius, hoc praeclarius; nullum enim est tempus, quod iustitia vacare debeat. Fortes igitur et magnanimi sunt habendi non qui faciunt, sed qui propulsant iniuriam. Vera autem et sapiens animi magnitudo honestum illud, quod maxime natura sequitur, in factis positum, non in gloria iudicat principemque se esse mavult quam videri. Etenim qui ex errore imperitae multitudinis pendet, hic in magnis viris non est habendus. Facillime autem ad res iniustas impellitur, ut quisque altissimo animo est
A quel modo che, come scrive Platone, lo spirito pubblico degli Spartani non ardeva che d'amor di vittoria, così, quanto più uno eccelle per grandezza d'animo, tanto più agogna d'essere il primo, o piuttosto il solo fra tutti. D'altra parte, quando si è posseduti dal desiderio di essere superiore a tutti, è ben difficile mantenere l'equità, che è il principale attributo della giustizia. Onde avviene che gli ambiziosi non si lasciano vincere, né da buone ragioni, né da alcuna autorità di diritto e di leggi; ed ecco emergere per lo più nella vita pubblica corruttori e partigiani, che altro non vogliono se non acquistare quanta più potere è possibile, ed essere superiori nella forza piuttosto che pari nella giustizia. Ma quanto più è difficile, tanto più è bella la moderazione: non c'è momento della vita che possa sottrarsi all'imperativo della giustizia. Forti e magnanimi, adunque, si devono stimare non quelli che fanno, ma quelli che respingono l'ingiustizia. E la vera e sapiente grandezza d'animo giudica che quell'onestà, a cui tende sopratutto la natura umana, sia riposto non nella fama, bensi nelle azioni, e perciò non tanto vuol sembrare quanto essere superiore agli altri. In verità, chi dipende dal capriccio d'una folla ignorante, non deve annoverarsi fra gli uomini grandi. D'altra parte, l'animo umano, quanto più è elevato, tanto più facilmente è spinto a commettere azioni ingiuste
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Agathocles Syracusarum tyrannus pacificatus cum Carthaginiensibus, in Italiam transcendit, exemplum Dionysii Syracusani secutus, qui multas civitates subegerat. Primum hostes ei fuere Bruttii, qui et fortissimi tum et opulentissimi videbantur, simul et ad iniurias vicinorum prompti. Nam multas civitates Graeci nominis ex Italia expulerant, auctores quoque suos Lucanos bello vicerant et pacem cum iis aequis condicionibus fecerant. Lucani iisdem legibus liberos suos, quibus et Spartani, instituere soliti erant. Nam ab initio pubertatis in silvis inter pastores habebantur, sine misterio servili, sine veste quam induerent vel cui incumberent (sdraiarsi per riposare) ut a primis annis duritiae parsimoniaeque, sine ullo usu urbis, adsuescerent. Cibus eis praeda venatica, potus aut lactis aut fontium liquor erat. Primum Bruttiis cum Lucanis, originis suae auctoribus, bellum fuit; deinde, victoria erecti, cum pacem aequo iure fecissent, ceteros finitimos armis subegerunt, tantasque opes brevi consecuti sunt ut perniciosi omnibus civitatibus finitimis haberentur.
Agatocle, tiranno si Siracusa, trattata la pace con i Cartaginesi, scese in Italia, seguendo un esempio di Dioniso Siracusano, il quale aveva sottomesso molte città. Prima i suoi nemici furono i Bruzii, che sembravano fortissimi e potentissimi nello stesso tempo e pronti alle offese dei vicini. Infatti avevano espulso dall'Italia molte popolazioni di nome greco e avevano vinto i Lucani con la battaglia anche i loro progenitori e avevano fatto pace con questi con eque condizioni. I Lucani erano soliti educare i loro figli con le stesse leggi con le quali anche gli Spartani erano soliti educare. Infatti dall'inizio dell'adolescenza erano mandati nelle foreste tra i pastori, senza l'aiuto servile, senza veste da indossare o sulla quale sdraiarsi per riposare, affinché dai primi anni si abituassero alla durezza e alla parsimonia, senza alcuna consuetudine della città. La preda da caccia era a loro cibo, o latte o acqua della sorgente era a loro bevanda. Prima ai Bruzii la guerra fu con i Lucani, autori della loro origine; in seguito, confortati dalla vittoria, avendo fatto pace con un equo diritto, sottomisero con le armi i restanti popoli confinanti e ottennero tante ricchezze in breve tempo da essere considerati pericolosi da tutte le popolazioni confinanti.