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Vittorie dei romani nella seconda guerra punica
Autore: Livio
Latina Lectio n. 22 p. 94
Scipio, quia hiems instabat, in Citeriorem Hispaniam omnes copias reduxit, dimissisque in hiberna legionibus, Lucio Scipione fratre Romam misso ceterisque nobilibus captivis, ipse Tarraconem, in proximam urbem, concessit. Eodem anno classis Romana cum Marco Laevino proconsole, ex Sicilia in Africam transmissă, in Uticensi Carthaginiensique agro late populationes fecit. In extremis finibus Carthaginiensium circa ipsa moenia Uticae praedae actae sunt. Repetentibus Romanis Siciliam classis Punica, quae septuaginta erat longarum navium, occurrit. Decem et septem naves ex iis captae sunt, quattuor in alto mari demersae, cetera classis fusa ac fugata. Terra marique victor Romanus cum magna omnis generis praeda Lilybaeum repetivit. Tuto inde mari, pulsis hostium navibus, magni commeatus frumenti Romam subvecti sunt.
Ppoiché l'inverno era imminente, Scipione riportò tutte le truppe nella Spagna Citeriore, e, spedite le legioni nei quartieri invernali, mandato il fratello Lucio Scipione e gli altri nobili prigionieri a Roma, lui stesso si ritirò a Tarragona, la città più vicina. Il medesimo anno la flotta romana con il proconsole Marco Levino, mandata dalla Sicilia all’Africa, fece saccheggi abbondantemente nel territorio uticense e cartaginese. Negli ultimi territori dei Cartaginesi intorno alle stesse mura di Utica furono fatti bottini. La flotta punica, che era di settanta navi da guerra, s'imbattè nei Romani che ritornavano. Diciassette navi di esse furono catturate, quattro affondate in alto mare, la rimanente flotta sbaragliata e messa in fuga. Il Romano vincitore per terra e per mare ritornò a Lilibeo con un grande bottino di ogni genere. Essendo quindi sicuro il mare, essendo state respinte le navi dei nemici, furono portati a Roma notevoli approvvigionamenti di grano.
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Usi e costumi dei Cartaginesi
Autore: Livio
Latina Lectio pag. 93
Carthaginienses, qui Thyro in Africam migraverant, sacra a patria advecta maxime colebant et pauca alia qua ex Graecis adsumpserant. Iunonis cultus praecipuus et Aesculapii, cui magnificum templum in ipsa arce aedificaverunt. Apollo etiam locuples aedes fuit, laminis aureis tecta, cum praeclaro simulacro, quod, excisa Carthagine, Romani, ex Africa avectum, iuxta Circum Maximum collocaverunt. Ad Herculis fanum, quod Thyri maxima cum veneratione colitur, quotannis magna cura delectam navem cum decimis annuorum proventuum aut partarum bello manubiarum mittevant. A Thyriis, conditoribus suis, alium ritum horrendae religionis hauserant, nam Saturno, quem ipsi Belum vocant, quotannis victimama humanam mactabant: cuius immanitatis reliquiae numquam penitus tolli abolerique potuerunt. Ceteros civitatis mores plerumque commerciorum utilitas moderabatur, quibus illa gens natura et maiorum instituto deditissima erat.
I Cartaginesi, che da Tiro erano migrati in Africa, curavano molto i riti sacri importati dalla patria, e pochi altri che avevano assunto dai Greci. Era importante il culto di Giunone e di Esculapio, a cui avevano edificato un magnifico tempio sulla stessa acropoli. Anche Apollo ebbe un ricco tempio, coperto di lamine d'oro, con una bellissima statua che, alla distruzione di Cartagine, i Romani, portatala via dall'Africa, hanno collocato accanto al Circo Massimo. Presso il tempio di Ercole, che a Tiro è adorato con grandissima venerazione, ogni anno inviavano una nave scelta con grande cura con le decime dei proventi annuali o dei bottini procurati in guerra. Dagli abitanti di Tiro, i loro fondatori, avevano ereditato un altra usanza di un orribile rito; infatti sacrificano ogni anno una vittima umana a Saturno, che essi chiamano Belo: e i residui di questa crudeltà non si poterono mai togliere o abolire del tutto. L'utilità dei commerci, ai quali quel popolo era estremamente dedito per natura e per istituzione degli antenati, moderava per lo più gli altri costumi della città.
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Ritorno di consoli vincitori
Autore: Livio
Latina Lectio n. 92 pag. 187
Patre non Marcum Livium tantum redire ad Urbem, sed collegam quoque eius Caium Cladium Neronem, qui apud Metarum Carthaginienses fuderat, iusserunt. Id modo in decreto interfuit: quod Marci Livi exercitum reduci, Neronis legiones Hannibali oppositas manere in provincia iusserunt. Inter consules per litteras ita convenit: ut quemadmodum uno animo rem publicam gessissent, ita, quamquam ex diversis regionibus convenirent, uno tempore ad urbem accederent. Praeneste qui prior venisset, collegam ibi opperiri iussus est. Forte evenit ut eodem die ambo Praeneste venirent. Inde, praemisso edicto ut triduo post frequens senatus ad aedem Bellonae adesset, omni moltitudine obviam effusa, ad urbem accessere. Non salutabant modo universi circumfusi, sed contingere pro se quisque victrices dexteras consulim cupientes, alii gratulabantur, alii gratias agebant quod eorum opera hostes impediti essent quominus ad urbem accederent.
I senatori ordinarono che tornasse a Roma non solo marco livio ma anche il suo collega Caio Nerone che aveva messo in fuga i Cartaginesi presso il metauro. Nel decreto ci fu questa differenza: che l'esercito di Marco Livio fosse ricondotto. Le legioni di Nerone aspettassero nella provincia opposte ad Annibale. Tra i consoli ci fu questo accordo per mezzo di lettere. Tra i consoli ci fu questo accordo per mezzo di lettere che come allo stesso modo avevano governato lo stato con le stesse intenzioni, così, sebbene arrivassero da regioni diverse sarebbero entrati in città allo stesso tempo. Il primo che fosse giunto a Preneste avrebbe avuto l'ordine di aspettare in quel luogo (la) il collega. Successe per caso che nel medesimo giorno arrivassero a Preneste ambedue. Quindi, emanato un editto affinché dopo 3 giorni il senato fosse presente nei pressi del tempio di Bellona, dopo che tutta la popolazione si era precipitata incontro, si avvicinarono alla città. Non solo salutavano tutti quanti sparsi intorno, ma, desiderando ciascuno per conto suo toccare le mani destre vittoriose dei consoli, alcuni si congratulavano, altri ringraziavano, poiché per merito loro ai nemici era stato impedito di avvcinarsi alla città.
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In vinetis uva cum erit matura, vindemiam ita fieri oportet, ut videas, a quo genere uvarum et a quo loco vineti incipias legere. Nam et praecox et miscella, quam vocant nigram, multo ante coquitur, quo prior legenda, et quae pars arbusti ac vineae magis aprica, prius debet descendere de vite. In vindemia diligentis uva non solum legitur sed etiam eligitur; legitur ad bibendum, eligitur ad edendum. Itaque lecta defertur in forum vinarium, unde in dolium inane veniat; electa in secretam corbulam, unde in ollulas addatur et in dolia plena vinaciorum contrudatur, alia quae in piscinam in amphoram picatam descendat, alia quae in aream in carnarium escendat. Quae calcatae uvae erunt, earum scopi cum folliculis subiciendi sub prelum, ut, siquid reliqui habeant musti, exprimatur in eundem lacum.
Quando l'uva sarà matura nei vigneti così bisognerà fare la vendemmia esaminando prima da quale specie di uva e da qual luogo del vignaio si debba cominciare a vendemmiare Infatti l' uva primaticcia e quella mista che chiamano negra si matura lungo tempo avanti l'altra perciò che deve essere la prima a essere raccolta Parimente dovranno essere le prime a distaccarsi dalle viti quelle uve le quali siano esse maritate agli alberi o no sono esposte al sole. Nella vendemmia che si fa sotto un diligente proprietario non solo si raccoglie l'uva per bere ma si sceglie ancora quella che si mangia Cosicché l'uva raccolta si porta nel luogo dove si spreme per riempiere poi le botti e la scelta si mette a parte nelle corbe sia per riempiere delle piccole olle che si cacciano dentro le botti piene di vinacce sia per conservarla in anfore impegolate e che si mettono in conserve d'acqua sia per riporta in un sito alto per poi attaccarla in alto nella dispensa Quando poi i grappoli saranno stati pigiati bisognerà spremere nel torcolo i racimoli dei grappoli in uno ai gusci delle Uve onde quel poco di mosto che contengono si unisca nella fossa al primo.
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In fundis non modo pueri sed etiam puellae pecudes pascunt. In saltibus contra videre licet iuventutem, et eam plerumque armatam. Hi pastores ita legendi sunt ut sint firmi ac veloces, mobiles, expeditis membris, qui pecus non solum sequi possint, sed etiam a bestiis ac praedonibus defendere, atque montium arduitatem ferre possint, onera extollere in iumenta, excurrere, iaculari. Non omnis natio apta est ad rem pecuariam: Galli aptissimi sunt. Omnes pastores esse oportet sub uno magistro pecoris et hunc maiorem natu et peritiorem quam alios esse, quod iis, qui aetate et scientia praestant, li bentius reliqui parent. Magistrum providere oportet omnia instrumenta quae pecori et pastoribus necessaria sunt, maxime ad victum hominum et ad medicinam pecudum. Quae ad hominum pecorisque valetudinem pertinent magister scripta habere debet, ut sine medico curari possint: ergo sine litteris idoneus non est. Pastoribus mulieres adiungere, quae eis cibaria expediant eosque adsiduiores faciant utile esse multi domini putant; sed eas mulieres oportet esse fìrmas, quae in opere non cedant viris.
Nei fondi, non solo i fanciulli, ma anche le fanciulle fanno pascolare le greggi. Sui monti selvosi, invece, è possibile scorgere giovani, per altro per lo più armati. I pastori devono essere scelti tali che siano robusti veloci dinamici agili affinché essi non solo siano in grado di star dietro al gregge, ma anche di difendere dall’attacco di fiere selvatiche e predatori, e di sopportare l’asperità dei monti, nonché di caricare i giumenti, correre, lanciare il giavellotto. Non tutti i popoli sono adatti alla pastorizia: di certo lo sono i Galli. E’ opportuno che tutti i pastori siano alle dipendenze di un “capo-pastore” (ed è opportuno) che quest’ultimo sia più grande d’età e più esperto rispetto agli altri, dato che a coloro che hanno più anni ed esperienza, gli altri obbediscono più volentieri. E’ compito del “capo-pastore” provvedere a tutto l’equipaggiamento necessario al gragge ed agli (altri) pastori, con particolare attenzione al cibo per gli uomini e la medicazione per gli animali. Il “capo-pastore” deve tenere per iscritto le disposizioni mediche attinenti agli uomini e al gregge, affinché essi possano esser curati senza medico: Quindi un'analfabeta non è idoneo. Molti proprietari ritengono che sia utile associare ai pastori delle donne, che preparino loro da mangiare e li rendano più assidui. Conviene, comunque, che queste donne siano robuste, tali che non siano da meno agli uomini nel lavoro.