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BATTUTE SPIRITOSE
Versione di latino di n. p.
LIBRO LATINA LECTIO pag 7 numero 1
Siculus, cum familiaris quidam quereretur quod uxor sua se suspendisset de fico, respondit : <<Da mihi, precor, ex arbore es surculos quos seram in praendio meo>>. Nam uxor eius ultra modum petulans erant. Eiusdem generis facetiarum est quod Catulus respondisse fertur pessimo oratori. Nam, cum hic cum in epilogo orationis misericordiam iudicum se movisse putaret, postquam finem dicendi fecit, rogavit Catulum num videretur misericordiam movisse. Respondit ergo: <<Magna misericordiam. Hominem enim nullo puto esse tam durum, quem non misereat orationis tuae>>.
Aliquid simile de catone narratur. Qui, percussus esset a quodam, qui arcam ferebat, et ille postea diceret: <<Cave (fa attenzione)>> ab eo quaesivit Cato num quid (=aliquid) aliud post arcam ferret.
Un siciliano avendo chiesto ad un parente perché sua moglie si fosse impiccata su (un albero) da un fico, risponde: dammi, ti prego, dall'albero i semi che seminerò al posto del mio. Infatti sua moglie era oltremodo petulante. Di questo genere di scherzi è il fatto che Catulo si dice che abbia risposto al pessimo oratore. Infatti, considerando alla fine del discorso che lui stesso aveva mosso la misericordia dei giudici, dopo che pose fine al parlare, chiese Catulo perché gli sembrasse che aveva mosso misericordia. Risponde dunque: grande misericordia. Infatti, non ritengo che vi sia alcun uomo così duro da non intenerirsi per il tuo discorso. Qualcosa di simile si narra su Catone. Quello, essendo stato percosso da uno, che portava lo scrigno e quello dopo avendo detto: fai attenzione chiese a quello Catone se portasse qualcos'altro dietro lo scrigno.
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Quid? Signum ex aede Aesculapi praeclare factum, sacrum ac religiosum, non rapuisti? Quod omnes propter pulchritudinem visere, propter religionem colere solebant. Quid? Ex aede Liberi simulacrum Aristei non tuo imperio palam ablatum est? Quid? Ex aede Iovis religiosissimum simulacrum Iovis Imperatoris, pulcherrime factum, ipse rapuisti. Quid? Ex aede Liberae Parium caput illud pulcherrimum quod visere solebamus, non dubitavisti tollere! Atqui ille Paean sacrificiis anniversariis simul cum Aesculapio apud Siculus colebatur; Aristaeus, qui inventor olei iudicatur, una cum Libero patre apud illos erat in suo templo consecratus. Iovem autem Imperatorem quanto honore in suo templo fuisse, iudices, arbitramini?
Che cosa dunque? Una statua di Apollo dal tempio di Episculapio fatta benissimo, sacra e religiosa non rubasti? E questa tutti erano soliti ammirare a causadella bellezza, a causa della religione onorare. Che cosa dunque? Non è stata sottratta dal tempio di Bacco una statua di Demostene certamente x tuo ordine? che cosa dunque?Dal tempio di Giove non hai portato via di persona una statua veneratissima di Giove imperatore? Che? Non esitasti a portare via dal tempio di >Libera quella famosa, bellissima testa di Marmo parzio che eravamo soliti andare a vedere? eppure quel Peane era presso di loro venerato nello stesso tempio insieme con Episculapio, con sacrificiricorrenti ogni anno, Aristeo che è giudicato l inventore dell'olio, era stato presso di loro consacratonel suo tempio insieme al padre Libero. Giudice, pensate con quanto onore Giove imperatore fosse ritenuto nel suo tempio?
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Ego ne utilem quidem arbitror esse nobis futurarum rerum scientiam. Quae enim vita fuisset Priamo, si ab adulescentia scisset quos eventus senectutis esset habiturus? Abeamus a fabulis, propiora videamus. Clarissimorum hominum nostrae civitatis gravissimos exitus in Consolatione conlegimus. Quid igitur? Ut omittamus superiores, Marcone Crasso putas utile fuisse tum, cum maximis opibus fortunisque florebat, scire sibi interfecto Publio filio exercituque deleto trans Euphratem cum ignominia et dedecore esse pereundum? An Cn. Pompeium censes tribus suis consulatibus, tribus triumphis, maximarum rerum gloria laetaturum fuisse, si sciret se in solitudine Aegyptiorum trucidatum iri amisso exercitu, post mortem vero ea consecutura, quae sine lacrimis non possumus dicere? Quid vero Caesarem putamus, si divinasset fore ut in eo senatu, quem maiore ex parte ipse cooptasset, in curia Pompeia, ante ipsius Pompei simulacrum, tot centurionibus suis inspectantibus, a nobilissimis civibus, partim etiam a se omnibus rebus ornatis, trucidatus ita iaceret, ut ad eius corpus non modo amicorum, sed ne servorum quidem quisquam accederet, quo cruciatu animi vitam acturum fuisse? Certe igitur ignoratio futurorum malorum utilior est quam scientia
Io ritengo che la conoscenza del futuro non ci sia nemmeno utile. Quale sarebbe stata, infatti, la vita di Priamo, se avesse saputo da giovane quali vicende avrebbe provato in vecchiaia? Tralasciamo i miti, consideriamo i più recenti. Nell’opera «Sulla consolazione» raccolsi le morti più brutali dei cittadini più illustri della nostra città. Ebbene? Per non parlare dei predecessori, credi forse che a Marco Crasso sarebbe stato utile, quand’era al culmine della potenza e della ricchezza, sapere che, dopo l’uccisione del figlio Publio e la distruzione dell’esercito, sarebbe dovuto morire egli stesso, al di là dell’Eufrate, con infamia e disonore? O sei forse del parere che Gneo Pompeo si sarebbe rallegrato dei suoi tre consolati, dei tre trionfi, della gloria di imprese colossali, se avesse saputo che in Egitto, da solo, dopo aver perso l’esercito, sarebbe stato assassinato e che, in vero, dopo la sua morte ci sarebbero state conseguenze, che non riesco a riferire senza lacrime? Riteniamo, orbene, che Cesare, se avesse conosciuto tramite la divinazione che in quel senato, che lui stesso aveva occupato per la maggior parte con della sua fazione, nella curia Pompea, di fronte alla statua dello stesso Pompeo, mentre tanti suoi centurioni guardavano, sarebbe giaciuto, assassinato da cittadini celeberrimi, parte dei quali da lui ricoperti di ogni onore, così che al suo cadavere non si sarebbe accostato alcuno, non solo dei (propri) sostenitori, ma neppure dei (propri) servitori, con quale afflizione d’animo sarebbe vissuto? È certamente più utile, insomma, rimanere all’oscuro dei mali futuri che averne conoscenza.
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Principio corporis nostri magnam natura ipsa videatur habuisse rationem, quae formam nostram reliquamque figuram, in qua esset species honesta, eam posuit in promptu. Quae partes autem corporis, ad naturae necessitatem datae, adspectum essent deformem habiturae atque foedum, eas contexit atque abdidit. Hanc naturae tam diligentem fabricam imitata est hominis verecundia. Quae enim natura occultavit, eadem omnes, qui modo sana mente sint, removent ab oculis; quarumque partium corporis usus sunt necessarii, eas neque partes neque usus suis nominibus appellant. Nam quod facere non turpe est modo occulte, id dicere obscaenum est. Nec vero audiendi sunt Cynici philosophi, qui reprehendunt et inrident quod ea, quae turpia factu non sint, verbis flagitiosa ducamus.
Prima di tutto è evidente che la natura pose grande cura nella conformazione del nostro corpo: mise in mostra il volto e le altre parti in cui c’è una visione decoroso. Essa, invece, coprì e nascose le parti del corpo, designate alla necessità naturale, che avrebbero avuto un aspetto poco decente e brutto. Il pudore dell'uomo prese a modello questa creazione tanto coscienziosa della natura. Tutti, infatti, purché sani di mente, sottraggono alla vista quelle che la natura ha nascosto; e di queste parti del corpo che servono per necessità, non chiamano né quelle parti né gli usi con i loro nomi specifici. Infatti, ciò che non è vergognoso fare, purché di nascosto, è indecoroso dirlo. E neppure si devono ascoltare i filosofi Cinici, che biasimano e scherniscono poiché riteniamo vergognose a parole cose che in effetti vergognose non sono.
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Ut me conferrem ad explicandam philosophiam, peropportune accidit quod in casu gravi civitatis nec in armis civilibus tueri meo more rempublicam possem, nec reperirem quid potius agerem. Dabunt igitur mihi veniam mei cives vel gratiam potius habebunt, quod, cum esset in unius(Caesaris) potestate res publica, neque ego me abdidi neque deserui neque adflixi, neque ita gessi, quasi homini aut temporibus essem iratus, neque porro adulatus sum aut admiratus, quod alter fortunam maiorem mea haberet. Id enim ipsum a Platone philosophiaque didiceram: naturales esse quasdam conversiones rerum publicarum, et eas tum a principibus teneri, tum a populis, aliquando a singulis. Quod haec acciderant nostrae rei publicae, id nos, pristinis muneribus orbatos, impulit ut studia philosophiae ovare coeperimus, ut et animus molestiis hac potissimum re lavaretur et podessemus civibus nostris, quacumque re possemus
Traduzione dal libro latina lectio
Per potermi dedicare (Perchè io mi dedicassi) ad insegnare la filosofia a proposito del fatto che in una difficile circostanza per la città capitò che non possa proteggere lo stato secondo la mia abitudine né con le armi civili ne ottenga che mi comporti come il più degno. Quindi i miei cittadini doneranno a me la licenza o mi stimeranno il più degno di grazia poiché essendo lo stato sotto il potere di uno, né io mi dedicai a me, ne disertai, ne mi abbatei ne perciò combattei siccome ero irato verso l’uomo o i tempi ne d’altra parte sono adulato o ammirato pichè l’altro aveva una fortuna più grande della mia. Infatti io avevo appreso proprio ciò da Platone e dalla filosofia: sono naturali certi mutamenti degli stati, e essi ora sono guidati dai cittadini più eminenti, ora dal popolo, talvolta dai singoli. Il fatto che queste cose fossero successe al nostro Stato, mi spinse, essendo privato degli impegni/incarichi di una volta, a cominciare a riprendere l’interesse per la filosofia, affinché l’animo fosse sollevato dai fastidi soprattutto grazie a ciò e io giovassi ai miei concittadini, con qualsiasi mezzo potessi.
Versione dal libro Lectio Brevio