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SOCRATE E CRITOBULO DISCUTONO
SUL CONCETTO DI UTILITA'
VERSIONE DI GRECO di Senofonte
Traduzione dal libro Meletan - pagina 175 numero 60
TRADUZIONE
"E anche tu mi sembri essere d'accordo con me: sono averi quelle cose da cui uno può ricavare dell'utile. Se dunque uno si serve del denaro per comperare per esempio un'etera, e poi a causa di questa si rovina il corpo, si rovina l'anima, si rovina la casa, come potrebbe ancora essergli utile il denaro?" Assolutamente in nessun modo, a meno che non diremo che sia un avere anche la cosiddetta fava di porco che fa delirare quelli che la mangiano. " "II denaro perciò se uno non sa servirsene, sia respinto così lontano, o Critobulo, da non essere neppure un avere. E gli amici, se qualcuno sappia servirsene in modo da ricavarne dell'utile, che cosa diremo che sono?" "Averi per Zeus" fece Critobulo "e molto più dei buoi, nel caso che siano più utili dei buoi. " "Allora... anche i nemici, sempre secondo il tuo ragionamento, sono degli averi per chi dai nemici è in grado di ricavare dell'utile. " "Almeno mi sembra. ""È dunque di un buon amministratore sapersi servire anche dei nemici in modo da ricavare dai nemici dell'utile. ""È dunque possibile» fece Socrate "per chi conosce quest'arte, anche se proprio non ha averi, ricevere la paga per amministrare la casa di un altro, come anche la riceverebbe per costruirla?" "Sì per Zeus" fece Critobulo "e anche una bella paga guadagnerebbe se, ricevuta una casa, potesse pagare quanto deve e, producendo eccedenza, accrescere i beni della casa. ""Ma la casa, che cos'è secondo noi? Coincide forse con l'abitazione o anche tutto quanto uno possiede fuori dell'abitazione fa parte della casa?" "Sì, a me sembra" fece Critobulo "che tutto quanto uno possiede fa parte della casa, anche se non si trova nella stessa città di chi lo possiede. " "Ma certi uomini non possiedono anche dei nemici?" "Sì per Zeus, e alcuni anche molti. ""E allora diremo che sono un loro possesso anche i nemici?" "Sarebbe proprio una cosa ridicola" fece Critobulo "se chi accresce il numero dei nemici, oltre a tutto, ne ricevesse anche la paga. " "È appunto perché la casa di un uomo ci sembrava coincidere con ciò che gli riesce a possedere. " "Sì per Zeus" fece Critobulo "ma io chiamo possesso ciò che di buono uno possiede, non certo, per Zeus, un male. ""Tu hai tutta l'aria di chiamare possessi le cose utili a ciascuno. ""Certo; " fece "le cose dannose, invece, io le considero perdite più che averi. " "Allora se uno compera un cavallo e non sa servirsene, ma è continuamente disarcionato e si fa male, il cavallo non è per lui un avere... " "No, se è vero che gli averi sono un bene" "Allora neppure la terra è un avere per un uomo che la lavora in modo da ricavarne, lavorandola, una perdita. ""No, neppure la terra è certo un avere, se invece di nutrire procura fame. ""Dunque anche per le greggi è la stessa cosa. Se uno, per il fatto che non sa servirsi delle greggi, ricavasse una perdita, neppure le greggi sarebbero per costui un avere?" "A me non sembra proprio. " "Tu dunque, a quanto pare, le cose utili le ritieni averi, quelle dannose invece non le ritieni averi. ""È così. ""Le medesime cose dunque, per chi se ne sa servire, sono averi, per chi invece non lo sa, non sono averi. Come i flauti, che sono averi per chi li sa suonare bene, mentre per chi non lo sa, sono come dei sassi inservibili. ""A meno che non li venda. " "Allora la cosa ci appare in questo modo: per chi li vende i flauti sono averi, per chi invece non li vende, ma continua a possederli, non lo sono, sempre che costoro non sappiano servirsene?""Il nostro ragionamento, Socrate, procede proprio di comune accordo, poiché si è detto che le cose utili sono averi. Se non si vendono, infatti, i flauti non sono averi perché non servono; se invece si vendono sono averi. " A ciò Socrate disse: "Ammesso che si sappia venderli. Se si vendono in cambio di un oggetto di cui non ci si sa servire, neanche se si vendono sono averi, certo sempre secondo il tuo ragionamento". "Hai tutta l'aria di dire, o Socrate, che neppure il denaro è un avere, se uno non sa servirsene. " "E anche tu mi sembri essere d'accordo con me: sono averi quelle cose da cui uno può ricavare dell'utile. Se dunque uno si serve del denaro per comperare per esempio un'etera, e poi a causa di questa si rovina il corpo, si rovina l'anima, si rovina la casa, come potrebbe ancora essergli utile il denaro? " "Assolutamente in nessun modo, a meno che non diremo che sia un avere anche la cosiddetta fava di porco che fa delirare quelli che la mangiano. ""II denaro perciò se uno non sa servirsene, sia respinto così lontano, o Critobulo, da non essere neppure un avere. E gli amici, se qualcuno sappia servirsene in modo da ricavarne dell'utile, che cosa diremo che sono?» «Averi per Zeus» fece Critobulo «e molto più dei buoi, nel caso che siano più utili dei buoi. "
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SOCRATE SI DIFENDE DALLE FALSE ACCUSE
IN FATTO DI RELIGIONE
VERSIONE DI GRECO di Senofonte
TRADUZIONE
"Questo in primo luogo mi fa meraviglia in Meleto: su quale argomento fondandosi vada dicendo che io non credo negli dèi nei quali crede la città; poiché sacrificando io nelle feste comuni e sugli altari pubblici, mi potevano vedere sia gli altri che per avventura erano presenti sia lo stesso Meleto, se pur voleva vedermi. E in che modo io introdurrei nuove divinità se dico che una voce del dio manifestamente mi indica che cosa occorre fare ? Infatti anche coloro che ricorrono ai canti degli uccelli e ai responsi di uomini certamente congetturano in base a voci. Quanto ai tuoni poi, qualcuno dubiterà che essi diano voci o che siano un grandissimo augurio. E la sacerdotessa che a Pito (Delfi) sta sul tripode non annunzia forse anch'essa mediante la voce ciò che intende da parte del dio ? Ma in realtà che il dio preveda il futuro e lo indichi in precedenza a chi vuole, anche ciò tutti dicono e credono nello stesso modo che affermo io. Però mentre altri dà nome di augùri e di voci umane e di presagi e di indovini a coloro che fanno queste rivelazioni, io invece la chiamo una voce demonica e ritengo, chiamandola cosi, di parlare in maniera più verace e più santa di coloro che attribuiscono agli uccelli la potenza degli dèi. Che poi io non mentisca secondo la divinità ho pure questa prova: infatti avendo annunciato a molti fra gli amici gli avvertimenti della divinità, non sono giammai apparso menzognero". Tali cose intendendo i giudici erano turbati, in parte perché non prestavano fede alle cose dette, in parte anche perché erano invidiosi ch'egli ottenesse dagli dèi più di quanto ottenevano essi stessi.
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PINOCCHIO ANTE LITTERAM
VERSIONE DI GRECO di Luciano
TRADUZIONE dal libro Meletan
INIZIO: Σπουδη ουν βαδιζοντες εφισταμεθα πρεσβυτε και νεανισκο μαλα...
FINE: ...γε ημιν την σαυτου τυχην, οστις τε ων και οπως δευρο εισηλθες. >>
TRADUZIONE
Affrettato il passo giungemmo a un vecchio e un giovinetto, che con molta cura lavoravano un orticello, e l'annaffiavano con l'acqua condotta dalla fonte. Compiaciuti insieme e spauriti, ci fermammo; e loro, come si può credere, commossi del pari, rimasero senza parlare. Dopo alcun tempo il vecchio disse: Chi siete voi, o forestieri? forse geni marini o uomini sfortunati come noi? ché noi siamo uomini, nati e vissuti su la terra, e ora siamo marini, e andiamo nuotando con questa belva che ci chiude, e non sappiamo che cosa siamo diventati, ché ci par d'essere morti, e pur sappiamo di vivere. A queste parole io risposi: Anche noi, o padre, siamo uomini, e siamo arrivati poco fa, inghiottiti l'altro ieri, con tutta la nave. Ci siamo inoltrati volendo conoscere com'è fatta la selva, che pareva grande e selvaggia. Qualche genio certamente ci guidò per farci vedere te, e sapere che non siamo chiusi noi soli in questa belva. Ma narraci i casi tuoi: chi sei tu, e come qui entrasti. E quegli disse di non voler narrare né domandare alcuna cosa prima di offrirci i doni ospitali che egli poteva: ci prese e ci menò a casa sua, che egli stesso si era costruita, bastante per lui, con letti e altre comodità; ci mise innanzi alcuni ortaggi, e frutti e pesci, e versò anche del vino. Quando fummo sazi, ci domandò di nostra ventura, e io gli narrai distesamente ogni cosa della tempesta, dell'isola, del viaggio per l'aria, della guerra, fino alla discesa nella balena.
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PROMETEO E MENELAO (I)
VERSIONE DI GRECO di Luciano
TRADUZIONE dal libro Meletan
TRADUZIONE
Menelao. Che tu diventi acqua, o Proteo, non è incredibile, perché sei marino: che diventi albero, può passare: che ti trasmuti in leone, ti si può credere; ma che tu possa diventar fuoco, stando tu nel mare, questa è maraviglia, e non la credo. Proteo. Non è maraviglia, o Menelao: divento fuoco io. Menelao. L’ho veduto con gli occhi miei, ma parmi, a dirla fra noi, che tu ci metta un po’ di magia, che tu inganni gli occhi altrui, e che non ti muti né diventi niente di questo. Proteo. Ma che inganno ci potrà essere in cose così chiare? Non hai veduto ad occhi aperti in quante cose mi son trasformato? Se non credi, se ti pare una menzogna, una illusion della vista, quand’io divento fuoco, appressami la mano, e saprai se io solamente paio, o se allora so anche bruciare.
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PROMETEO E MENELAO (II)
VERSIONE DI GRECO di Luciano
TRADUZIONE dal libro Meletan
TRADUZIONE
Menelao. Non è sicura questa prova, o Proteo. Proteo. Mi pare, o Menelao, che tu non hai veduto mai il polpo, né sai la natura di questo pesce. Menelao. Ho veduto il polpo; ma non so la sua natura, e volentieri l’udirei da te. Proteo. A qualunque pietra attacca le sue boccucce, e l’afferra tra le sue branche, si fa simile a quella, trascolora la pelle mutandola nel color della pietra, e così si nasconde ai pescatori non trasmutandosi né comparendo qual’è, ma sembrando simile alla pietra. Menelao. Così dicono: ma il fatto tuo è più maraviglioso, o Proteo. Proteo. I’ non so, o Menelao, a chi altro crederesti, quando non credi agli occhi tuoi. Menelao. L’ho veduto, sì: ma è troppo gran prodigio che uno diventi acqua e fuoco.
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