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MARIO FUGGIASCO TRA LE PALUDI DI MINTURNO
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
οὕτω δὴ πάντων ἔρημος ἀπολειφθείς, πολὺν μὲν χρόνον ἄναυδος ἐπὶ τῆς ἀκτῆς ἔκειτο, μόλις δέ πως ἀναλαβὼν ἑαυτὸν ἐπορεύετο ταλαιπώρως ἀνοδίαις· καὶ διεξελθὼν ἕλη βαθέα καὶ τάφρους ὕδατος καὶ πηλοῦ γεμούσας, ἐπιτυγχάνει καλύβῃ λιμνουργοῦ γέροντος, ὃν περιπεσὼν ἱκέτευε γενέσθαι σωτῆρα καὶ βοηθὸν ἀνδρός, εἰ διαφύγοι τὰ παρόντα, μείζονας ἐλπίδων ἀμοιβὰς ἀποδώσοντος. ὁ δ' ἄνθρωπος εἴτε πάλαι γινώσκων, εἴτε πρὸς τὴν ὄψιν ὡς κρείττονα θαυμάσας, ἀναπαύσασθαι μὲν ἔφη δεομένῳ τὸ σκηνύδριον ἐξαρκεῖν, εἰ δέ τινας ὑποφεύγων πλάζοιτο, κρύψειν αὐτὸν ἐν τόπῳ μᾶλλον ἡσυχίαν ἔχοντι. τοῦ δὲ Μαρίου δεηθέντος τοῦτο ποιεῖν, ἀγαγὼν αὐτὸν εἰς τὸ ἕλος καὶ πτῆξαι κελεύσας ἐν χωρίῳ κοίλῳ παρὰ τὸν ποταμόν, ἐπέβαλε τῶν τε καλάμων πολλοὺς καὶ τῆς ἄλλης ἐπιφέρων ὕλης ὅση κούφη καὶ περιπέσσειν ἀβλαβῶς δυναμένη
TRADUZIONE
Dunque così abbandonato da tutti, per molto tempo Mario giacque sulla riva, muto; poi, a stento sollevatosi in qualche modo, avanzò (avanzava) con grande fatica per località impervie; dopo aver attraversato acquitrini profondi e fossati pieni di fango trova la capanna di un vecchio lavoratore delle paludi. Gettatosi ai suoi piedi, lo supplicò (supplicava) di soccorrere e salvare un uomo che, se si fosse salvato, l'avrebbe ricambiato con ricompense più grandi delle speranze. L'uomo, conoscendolo da tempo, rispose che bastava la sua capanna se aveva bisogno di a lui che desiderava riposarsi, se invece vagava per far perdere le sue tracce a (leti, per fuggire) qualcuno, lo avrebbe nascosto in un luogo che godeva maggiore ( maggiormente) tranquillità. Pregatolo Mario di fare così, condottolo nella palude ed esortandolo a rannicchiarsi in una buca presso il fiume, gettò sopra (di lui) una gran quantità di canne e così Mario si potè salvare.
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LA CERVA E IL LEONE
VERSIONE DI GRECO di Esopo
TRADUZIONE
Spinto dalla sete un cervo se ne andò ad una fonte; bevve e poi rimase a contemplare la sua immagine riflessa nell'acqua. Si sentiva molto orgoglioso delle corna, di cui ammirava la grandezza e il ricco disegno, ma delle gambe non era soddisfatto, perché gli parevano scarne e fragili. Mentre stava ancora riflettendo ecco che un leone si mise ad inseguirlo. Il cervo si diede alla fuga e riuscì per un bel pezzo a tenerlo a distanza, perché la forza dei cervi risiede nelle gambe, come quella dei leoni nel cuore. Finché corse in una pianura spoglia di alberi il cervo trovò la salvezza nella sua maggiore velocità, ma quando si addentrò nella boscaglia accadde che gli si impigliarono le corna nei rami, non poté più correre e fu preso. Allora, mentre stava per morire disse a se stesso: " Me disgraziato! Quelle gambe che dovevano tradirmi mi offrivano la salvezza e mi tocca invece morire proprio per colpa di quello in cui riponevo tutta la mia fiducia!". Così, molte volte, la salvezza dai pericoli ci viene da amici che sembravano sospetti, mentre altri in cui avevamo piena fiducia ci tradiscono
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DAMONE E FINZIA
VERSIONE DI GRECO di Timeo
TRADUZIONE dal libro IANOS
διονυσιου τυραννουντος, Φιντιας τις Πυθαγορειος, επιβουλευσας τω τυραννῳ, μελλων δε της τιμωριας τυγχανειν, ᾐτήσατο παρά του Διονυσιου χρονον εις ο περι των ιδιων προτερον ἃ βουλεται διοικησαι; δωσειν δ'εφησεν εγγυητην του θανατου των φιλων ενα. Του δε δυναστου θαυμασαντος ει τοιουτος εστι φιλος ος εαυτον εις την ειρκτην αντ'εκεινου παραδωσει, προεκαλεσατο τινα των γνωριμων ο Φιντιας, Δαμωνα ονομα, Πυθαγορειον φιλοσοφον, ος εγγυος ευθυς εγενηθη του θανατου. Τινες μεν ουν επῄνουν την υπερβολην της προς τους φιλους ευνοιας, τινες δε του εγγυου προπετειαν και μανιαν κατεγιγνωσκον. Προς δε την τεταγμενην ωραν απας ο δημος συνεδραμεν, καραδοκων ει φυλαξει την πιστιν ο καταστησας. Ηδη δε της ωρας συγκλειουσης, παντες μεν απεγιγνωσκον, ο δε Φιντιας ανελπιστως επι της εσχατης του χρονου ροπης δρομαιος ηλθε, του Δαμωνος απαγομενου προς την αναγκην. Θαυμαστης δε της φιλιας φανεισης απασιν, απελυσεν ο Διονυσιος της τιμωριας τον εγκαλουμενον, και παρεκαλεσε τους ανδρας τριτον εαυτον εις την φιλιαν προσλαβεσθαι. "
Quando era tiranno di Siracusa Dionigi, , il pitagorico Finzia, volendo giovare ai suoi concittadini, decise di ucciderlo. Ma mentre Finzia stava per colpire il tiranno col pugnale, le guardie di Dionigi lo presero e (lo) condussero dal tiranno, che lo condannò a morte. Finzia accolse la sentenza con animo sereno, ma chiese al tiranno tre giorni per poter rivedere la madre per l’ultima volta e diede come garante l’amico Damone. Dionigi, gettato in carcere Damone, liberò Finzia. Finzia rivide la madre e il suo ritorno fu molto difficile, perché a causa di una forte pioggia non poteva attraversare un fiume profondo e vorticoso. Nel giorno stabilito già i soldati stavano per uccidere Damone al posto di Finzia, quando all’improvviso l’amico arrivò. Dionigi, colpito da una testimonianza così grande di fedeltà alla parola data, concesse il perdono a Finzia e lasciò andare entrambi gli amici incolumi.
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LA MORTE DI PERICLE
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro Ianos
TRADUZIONE
Essendo egli in procinto di morire i cittadini migliori e gli amici ancora in vita seduti intorno (al suo capezzale) discorrevano della virtù e della potenza (sua) quanto grande fosse stata e ne ricordavano le imprese e il gran numero di trofei erano infatti nove quelli mentre era comandante e mentre vinceva (lett. essendo comandante e vicendo) eresse per la sua cittò. ciò divevano l'un l'altro come se (egli) non potesse più ascoltare ma avesse ormai perso conoscenza. Egli invece si trovò nella condizione di udire tutto e intervenuto nel mezzo (del racconto) disse di stupirsi che elogiassero e ricordassero di lui quegli eventi che anche per sorte erano comuni e lo erano ormai stati a molti generali mentre non menzionavano la sua impresa più bella e più grande e disse "nessun ateniese per colpa mia indossò un abito nero.
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TRADUZIONE dal libro Ianos
Inizio: ευνοια δε και προθυμια στρατιωτων εχρησατο τοσαυτη περι αυτον, ωστε τους ετερων...Fine: αυτος δε διεσωθη, των οικειων περισκοντων
Godette di un affetto e di una dedizione tale dei soldati nei suoi confronti, che coloro i quali nelle altre campagne militari non si erano mostrati affatto superiori ad altri si gettavano in ogni pericolo per la gloria di Cesare, (riuscendo) invincibili e irresistibili. Si comportò così valorosamente sia Acilio, che nella battaglia navale di Marsiglia, salito su una nave nemica, ebbe la mano destra mozzata (lett. fu mozzato nella mano destra) da un colpo di spada, ma con la sinistra non lasciò cadere lo scudo, anzi, ricacciò indietro tutti i nemici facendolo cozzare contro il (loro) viso, e s'impadronì della nave; sia Cassio Sceva, che nella battaglia di Durazzo, perduto un occhio per una freccia, trapassato da un giavellotto in una spalla e da un altro in una coscia, chiamò (lett. imperf. ) i nemici come se volesse arrendersi. Ma quando due di essi si fecero avanti, di uno tagliò la spalla con la daga, l'altro ricacciò indietro con un colpo (lett. avendolo colpito) al volto, ed egli riuscì a salvarsi, poiché i suoi compagni lo avevano attorniato.