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Σφηκες και περδικες διψη συνειχοντο και προς γεωργον ηρχοντο· παῥ αυτου ητουν πινειν και επηγγελοντο αντι του νερου ταυτην την υπουργιαν αμειβειν· ... επαγγελλονται και βλαπτουσιν δε μακρα.
Vespe e pernici, erano afflitte dalla sete, e andavano da contadino e gli chiedevano da bere, e in cambio dell'acqua fresca gli promettevano di dargli in cambio questo servigio: le pernici scavavano le vigne e le vespe, gli tenevano lontani i ladri con i loro pungiglioni, facevano la guardia tutt’attorno. Il contadino diceva: “Ma io ho due buoi, anche loro lavorano e non chiedono nulla in cambio; dunque preferisco dare l'acqua fresca a loro piuttosto che a voi.". La favola è per uomini scellerati/rovinosi/infami i quali nell'aiutare e nell'offrire spontaneamente, ci danneggiano molto
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Eulogos pagina 56 numero 215
Ομνυμι Απολλωνα ιατρον και Ασκληπιον, και Υγιειαν και Πανακειαν, και θεους παντας τε και πασας, ιστορας ποιυμενος, επιτελεα ποιησειν ... αρρητα ηγουμενος ειναι τα τοιαυτα.
Giuro su Apollo medico e su Asclepiade e Igea e Panacea e su tutte le dee proprio tutte, i quali eleggo giudici, di eseguire le cose da fare secondo la mia capacità e scelta, in giuramento e per iscritto. Secondo le norme della vita presterò soccorso (χράομαι) ai malati, secondo la mia capacità e scelta, per respingere danno e offesa. Non somministrerò (δίδωμι) a nessuno né farmaco letale né indicherò (ὑφηγέομαι) una simile prescrizione: ugualmente non darò a donna un preparato abortivo. Rettamente e santamente custodirò (διατηρέω) la mia vita e la mia professione. Non inciderò i malati di gotta, per questo lascerò posto (ἐκχωρέω ad uomini capaci di questa prassi. Per quante case entri (εἴσειμ), mi presenterò (εἰσέρχομαι) per il giovamento dei malati, senza alcun danno volontario verso di loro e di rovina, soprattutto.Tacerò (σιγάω ) le cose che non bisogna divulgare all’esterno, come quelle che ritengo siano vergognose.
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Eulogos 2 pagina 35 numero 201
Των οντων τα μεν εστιν εφ'ημιν, τα δε ουκ εφ' ημιν. .... ουδε γαρ βλαβερον τι πειση.
Alcune cose fra quelle che esistono sono in nostro potere altre no. Sono in nostro potere l'opinione, l'impulso, il desiderio, l'avversione, in breve tutte le nostre azioni. Non sono invece in nostro potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche pubbliche e, in una parola, tutte le azioni che non sono nostre. Le cose che sono in nostro potere sono per natura libere, prive di impedimenti e di interferenze, quelle invece al di fuori del nostro potere sono deboli, schiave, piene di ostacoli, estranee. Ricorda dunque che se ritieni le cose schiave per natura come libere e le cose che non ti appartengono come tue proprie, sarai impedito, soffrirai, sarai turbato, ti lamenterai degli dei e degli uomini. Se invece consideri che solo ciò che ti appartiene ti è proprio, e invece estranea come in effetti è, ciò che è estraneo, nessuno ti costringerà mai, nessuno ti ostacolerà, né tu ti lamenterai di nessuno, non accuserai nessuno, non farai nulla controvoglia, nessuno ti nuocerà non avrai nessun nemico, perchè non riceverai alcun danno.
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Eulogos 2 pagina 35 numero 200
Δοκίμαζε τούς φίλους έκ τε της περί τον βίον ατυχίας και της εν τοις κινδύνοις κοινωνίας· τό μεν γαρ χρυσίον εν τω πυρί βασανίζομεν, τους δέ φίλους εν ταΐς άτυχίαις διαγιγνώσκομεν. Οϋτως άριστα χρήσει τοις φίλοις, εάν μή προσμένης τάς παρ' εκείνων δεήσεις, άλλ' αυτεπάγγελτος αύτοϊς έν τοις καιροΐς βοηθης. Όμοίως αίσχρόν είναι νόμιζε των έχθρων νικάσθαι ταΐς κακοποιΐαις και των φίλων ήττάσθαι ταΐς εύεργεσίαις.
Valuta gli amici sia dalla sventura nella vita che dalla partecipazione nei pericoli. Infatti noi proviamo l'oro sul fuoco riconosciamo invece gli amici nelle disgrazie. Così ti presterai nel miglior modo possibile per gli amici, qualora non aspetti richieste da parte di quelli ma spontaneo corri in loro aiuto nelle necessità. Allo stesso modo ritieni che sia turpe essere vinto dalle cattive azioni dei nemici ed essere superato dalle buone azioni degli amici.
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Eulogos pagina 314 numero 99
Τη Εκαβη τη του Πριαμου Ιλιου βασιλεως γυναικι, μελλοση τικτειν τεκνον ... ανηρπαζε και ουτως η κακη Ιλιου αισα απεβαινεν.
Ad Ecuba moglie di Priamo re di Troia, che stava per partorire un figlio, durante la notte, durante il sonno, le sembrava di mettere al mondo un tizzone infuocato e (le sembrava) che questo incendiasse e distruggesse e devastasse tutta l'intera Troia. Priamo il re, conosciuto il sogno da parte di Ecuba, molto meravigliato mandava a chiamare Esaco, un interprete di sogni. Esaco diceva che il fanciullo era destinato a diventare causa della distruzione della patria e ordinava di abbandonarlo. Quando Ecuba partoriva il bambino, Priamo ordinava allo schiavo Agelao di condurre il neonato presso il monte Ida e di abbandonarlo laggiù. Là il neonato per cinque giorni era nutrito da un orso. In seguito Agelao lo ritrovava indenne, lo allevava come un proprio figlio e lo chiamava Paride. Nel fiore dell'età, Paride partecipava alle contese/gare a Troia e perché eccelleva sugli altri giovani nei combattimenti, veniva riconosciuto da Priamo e veniva accolto nel regno. Dopo poco tempo Paride rapiva da Sparta Elena, la moglie di Menelao e così si realizzava il funesto destino di Troia.