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Alexander, diu cum Sygambris proeliatus, tandem, per planitiem progressus, ad eorum urbem pervenit. Cum eam desertam a defensoribus de muro, in quem primus ascenderat, conspicatus esset, in urbis planitiem desiluit, nec eum satellites secuti sunt. Itaque hostes, cum regem a comitibus desertum intuiti essent, undique concurrunt ut eum aggrediantur. Alexander tamen constanter et audacter resistit et unus adversus tot milia hostium proeliatur, nec magna vi telorum neque tanto lacessentium clamore terretur: solus, nullo periculo territus, innumeros hostes cecīdit vel fugavit. Ubi vero se a plurimis circumdătum vidit, se trunco, qui propter murum stabat, applicuit quoad (fino a che) murus deiectus est et Macedonum exercitus, in urbem ingressus, ei auxiliatus est (portò aiuto). In eo proelio sagitta sub mamma traiectus, cum iam sanguinis fluctu viribus deficeretur, ita constanter proeliatus est ut eum, a quo vulneratus erat, occiderit. Tum a suis, qui consecuti erant, in tutum delatus est
Avendo Alessandro, combattuto lungamente contro i Sigambri, alla fine, avanzando attraverso una pianura, arrivò alla loro città. Avendola vista priva di difensori dal muro su cui era salito per primo, saltò giù sulla superficie piana della città e le guardie del corpo non lo seguirono. Allora i nemici, essendosi accorti che il re era stato lasciato dal seguito, accorrono da ogni parte per assalirlo. Alessandro, tuttavia, resiste con tenacia e audacia e combatte lui solo contro tante migliaia di avversari, né è spaventato dal gran numero di dardi, né dalle grida di quelli che lo attaccano: solo, non impressionato da alcun pericolo, uccise o mise in fuga innumerevoli nemici. Quando si vide circondato da moltissimi, si appoggiò ad un tronco, che stava nei pressi del muro, fino a che il muro non fu abbattuto e l'esercito dei Macedoni, entrato in città, gli portò aiuto. In quella battaglia, ferito sotto la mammella da una freccia, benché fosse ormai privo di forze per la perdita di sangue, combatté così costantemente da uccidere colui dal quale era stato colpito. Quindi fu portato in salvo dai suoi, che l'avevano seguito.
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Post multos deinde reges per ordinem successionis regnum ad astyagem descendit. olim astyages per somnium vidit e corpore filiae (filiam unicam habebat) vitem gigni, et vitis palmitibustotam asiam obumbrari. cum de somnio hariolos interrogavisset, cognovit filiam suam genituram esse filium, et a nepote se regno spoliatum iri. cum hoc responso exterritus esset, neque claro viro neque Medo civi filiam dedit, ne paterna maternaque nobilitas nepotis auctoritatem augeret sed ex gente tum obscura Persarum Cambysi, mediocri viro, in matrimonium tradidit. cum vero metum non deposuisset, ad regiam suam filiam gravidam arcessevit, post parturum nepotem necaturus. itaque infans datus est Herpago, regis amico et arcanorum participi, occideretur Harpagus. regium puerum necare dubitavit, tum infantem commisit pastori regii gregis, ut exponeretur. forte eodem temporem etiam pastor filium genuit. pastoris igitur uxor, cum de regii infantis expositione audivisset, summis precibus oravit ut vir regis nepotem sibi ostenderet. pastor, cum precibus motus esset, in silvam revertit et invenit iuxta infantem canem feminam, parvulo ubera praebentem et a feris alitibusque defendentem.
Dopo molti re, il regno, in ordine di successione, pervenne ad Astiage. Una volta Astiage in sogno vide che della figlia (aveva solo una figlia / una figlia unica) era nata una vite, e dalla vite era ombreggiata l'intera Asia. Avendo interrogato gli indovini circa il sogno, seppe che sua figlia sarebbe stata genitrice di un figlio e che sarebbe stato spogliato del regno dal nipote. Essendo stato atterrito dal responso non diede in sposa la figlia ad un uomo illustre né a un Medo perché la nobiltà di natali da parte di padre e madre non inorgoglisse l'animo del nipote, ma la diede in matrimonio a Cambise, personaggio mediocre appartenente al popolo persiano, a quel tempo sconosciuto. E non essendosi liberato neppure così dalla paura causatagli dal sogno, fece venire presso di lui la figlia gravida, per far uccidere il nipote dopo il parto. L'infante, una volta nato, viene consegnato ad Arpago, partecipe dei segreti del re, perché l'uccida. Questi temendo che, qualora alla morte del re l'impero cada nelle mani della figlia, dato che il re non aveva generato alcun maschio, ella vendichi a spese del ministro l'uccisione del bambino, non avendo potuto farla ricadere sulla testa del padre, consegna il fanciullo al pastore del gregge reale, affinché l'esponga. Per caso in quel tempo anche al pastore era nato un figlio. Sua moglie, udito che il re infante era stato esposto, con moltissime preghiere supplica che il bambino le sia portato e mostrato. Il pastore, estenuato dalle sue preghiere, tornato nel bosco, trova accanto al bambino una cagna che porge le mammelle al pargolo difendendolo dalle fiere e dai volatili.
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Giustino Cotidie discere
Inizio: Alcibiades ad Tissaphernen, praefectum Darei regis, profugit, fine: ne aut victoriam daret, aut necessitatem deponendi belli inponeret.
Alcibiade sfuggì da Tissaferne, satrapo del re Dario, presso il quale si insinuò rapidamente con compiacenza e condiscendenza compiacevole. Infatti era sia nel fiore dell'età sia maestoso nell'aspetto e non meno illustre anche tra gli Ateniesi per l'eloquenza, ma uomo eccellente anche nell'impegno di procacciarsi amicizie e nel conservarle, perché dapprima i difetti dei suoi usi erano all'inizio celati sotto l'ombra dell'eloquenza. Dunque egli convince Tissaferne a non pagare uno stipendio tanto grande alla flotta degli spartani ed a chiamare infatti a partecipare agli impegni gli Ioni, per la libertà dei quali, dato che pagavano tributi agli Ateniesi, fosse intrapresa una guerra. Ma senza dover soccorrere con tutte le proprie forze i Lacedemoni: dal momento che doveva tenere a mente di dovere a sé stesso la vittoria di altri, non dare luogo alla propria, e di dover sostenere la vittoria fino a tanto che la mancanza di mezzi non lo abbandonasse. Infatti che il re dei Persiani, in disaccordo con i Greci, diventasse arbitro della pace e della guerra e diventasse vincitore con le armi degli stessi, qualora non potesse con le proprie; ma che dovesse subito combattere con i vincitori a guerra conclusa. E così che la Grecia dovesse essere schiacciata con le guerre civili, affinché non avesse tempo per quelle esterne, e dovessero essere pareggiate le forze delle parti e sollevate con l'aiuto quelle inferiori. Infatti non si sarebbero calmati gli Spartani dopo questa vittoria, perché si erano proclamati vindici della libertà della Grecia. Il discorso piacque a Tissaferne. E così furono forniti viveri insufficienti, non fu inviata la flotta regia al completo, o per non dare la vittoria o perché la necessità non imponesse di terminare la guerra.
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Giustino Libro Omnibus
Cyrus, subacta Asia, Scythis bellum indixit ...
Ciro, sottomessa l'Asia, dichiarò guerra agli Sciti. In quel tempo la regina degli Sciti era Tamiri, che, non femminilmente spaventata dall'arrivo dei nemici, ritenne che la battaglia sarebbe stata più facile per sé entro i confini del suo regno, e permise ai nemici il passaggio del fiume Oasse. Perciò Ciro attraversò il fiume e pose l'accampamento in Scizia. Il giorno dopo, simulata la paura, abbandonò l'accampamento, ma lasciò in esso una gran quantità di vino e cibo. Essendo ciò stato annunciato alla regina, mandò il giovane figlio contro Ciro. Il giovane inseguì il re dei Persiani con la terza parte delle truppe. Quando il giovane, ignaro della strategia, giunse all'accampamento di Ciro, i suoi soldati contemplarono le anfore di vino e i cibi; poi, spinti dalla voluttà e tralasciati i nemici, banchettarono lietamente e si riempirono di vino. Ma Ciro tornò durante la notte e li vinse facilmente, colmi di vino. Così gli Sciti furono sconfitti più dall'ubriachezza che dalla guerra.
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Post innumeras et claras victorias, Cyrus, iam Asiae dominus, Scythis bellum indicit. Erat tunc Scytharum regina Tamyris (= Tamiri, nom.), femina strenua et belli perita, quae (che, nom.) non muliebriter Persas timebat. Cyrus copias in Scytharum agros ducit ibique castra ponit; postridie autem magnam vini copiam epularumque delicias in castris relinquit et fugam improvisam simulat. Regina tunc adulescentulum filium cum magnis copiis contra eum mittit. Cum autem in castra perveniunt, Scythae, vini avidi et cupidi, affatim bibunt neque adulescentulus, militiae imperitus, iis obstat. Dum universi propter crapulam et vini intemperantiam placide dormiunt, Cyrus, vir callidus et peritus, repente in castra remeat, ebrios in somno deprehendit atque universos cum reginae filio interficit.
Dopo innumerevoli e famose vittorie, Ciro, già padrone dell'Asia, muove guerra agli Sciti. Era allora regina degli Sciti Tamiri, donna risoluta ed esperta di guerra, che non temeva i Persiani come una donnetta (da poco). Ciro porta le truppe nei campi degli Sciti e qui pone gli accampamenti; il giorno dopo poi lascia negli accampamenti una grande quantità di vino e deliziose vivande e simula una fuga improvvisa. La regina allora manda contro di lui il giovanissimo figlio con molte truppe. Quando poi arrivano negli accampamenti, gli Sciti, avidi di vino e smaniosi, bevono a sazietà e il giovanetto, ignaro di tattica militare, non si oppone loro. Mentre tutti dormono placidamente per la gozzoviglia e la intemperanza nel bere vino, Ciro, uomo furbo ed esperto, repentinamente ritorna negli accampamenti, sorprende nel sonno gli ubriachi li annienta, compreso il figlio della regina.