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Giustino libro Ianua
Tyranni miseras urbis reliquias caedibus et rapinis exhauriunt. Est igitur...
I tiranni prosciugano i miseri resti della città con stragi e rapine. Dunque c'è la fuga di tutti dalla città, la Grecia si riempie di esuli Ateniesi. Agli infelici esuli veniva sottratto ogni aiuto, tutti andavano ad Argo e a Tebe e là, non solo trovavano un esilio sicuro, ma tentavano di ritornare in patria. Tra gli esuli c'era Trasibulo, uomo nobile e coraggioso, che, anche con il pericolo voleva liberare la patria e dava una mano per la salvezza comune. Raduna gli esuli e occupa il castello di File, nei territori dell'Attica. Parecchi favorivano il piano di Trasibulo: tra questi anche Ismenio, il più importante tra i Tebani, e Lisia, oratore Siracusano, allora esule, che con il suo stipendio mandò in aiuto ad Atene molti soldati. Combattono una dura battaglia. Ma, poiché gli esuli combattono per la patria con somma forza, gli altri per la dominazione altrui, i tiranni vengono sconfitti.
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Dein ut aeternitatem legibus suis daret, iure iurando obligat civitatem nihil eos de eius legibus mutaturos esse, priusquam reverteretur, et simulat se ad oraculum Delphicum proficisci, consulturum quid addendum mutandumque legibus videretur. Proficiscitur autem Cretam ibique perpetuum exilium egit abicique in mare ossa sua moriens iussit, ne, relatis Lacedaemonem, solutos se Spartani in dissolvendis legibus arbitrarentur.
Poi per dare (prep. finale) alle proprie leggi l'immortalità, obbligò la città con un giuramento che i cittadini non avrebbero mutato alcuna di quelle leggi, prima che egli fosse ritornato e finse di andare dall'oracolo di Delfo, per esaminare che cosa sembrava si dovesse aggiungere e mutare delle leggi. Andò invece a Creta e ivi trascorse un esilio perpetuo e ordinò che, morendo, le sue ossa fossero gettale in mare, perché, ritiratosi il Lacedemone, gli Spartani non credessero di essere stati liberati nell'abolire le leggi.
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Tanta feritas animorum erat ut nec origini suae percerent. namque Lucani isdem legibus liberos suos quibus et Spartani instituere soliti erant. Quippe ab inizio pubertatis in silvis inter pastores habebantur sine ministerio servili, sine veste, quam induerent vel cui incubarent, ut a primis annis duritiae parsimoniaeque sine ullo usu urbis adsuescerent. primum illis cum Lucanis, originis suae auctoribus, bellum fuit, qua victoria erecti, cum pacem aequo iure fecissent, ceteros finitimos armis subegerunt tantasque opes brevi consecuti sunt, ut perniciosi etiam regibus haberentur. Denique Alexander, rex Epiri, cum in auxilium Graecarum civitatium cum magno exercitu in Italiam venisset, cum omnibus copiis ab his deletus est. Quare feritas eorum, successu felicitatis incensa, diu terribilis finitimis fuit. Ad postremum imploratus Agathocles spe ampliandi regni a Sicilia in Italiam traiecit.
Era così grande la selvatichezza degli animi che non risparmiavano neanche le loro origini. Infatti anche i Lucani erano soliti educare i propri figli con quelle leggi con cui anche gli Spartani erano soliti educare i loro. Perciò, dall'inizio della pubertà, erano tenuti nei boschi tra i pastori, senza il servizio degli schiavi, senza veste da indossare o su cui giacere, affinché si abituassero fin dai primi anni all'austerità ed alla parsimonia senza alcuna comodità cittadina. Dapprima fu guerra con quei Lucani, fondatori della loro stirpe; sollevati da tale vittoria, avendo sancito la pace con un giusto accordo, sottomisero con le armi gli altri popoli confinanti ed ottennero in breve tempo così grandi forze che furono ritenuti pericolosi anche dai re. Infine Alessandro, re dell'Epiro, essendo giunto in Italia con un grande esercito in aiuto delle città greche, da loro fu annientato con tutte le milizie. Per questo la loro crudeltà, aizzata dall'esito felice, a lungo fu terribile per i popoli confinanti. Da ultimo Agatocle, essendo stato implorato per la speranza di ampliare il regno, (li) trasportò dalla Sicilia in Italia.
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Civitati nullae tunc leges erant, quia libido regum pro le gibus habebatur. Legitur itaque Solon, vir iustitiae insignis, qui velut novam civitatem le gibus conderet; qui tanto temperamento inter plebem senatumque egit, ut ab utrisque parem gratiam traheret. Huius viri inter multa egregia illud memorabile fuit. Inter Athenienses et Megarenses de propietate Salaminae insulae prope usque interitum armis dimicatum fuerat. Post multas clades capital esse apud Athenienses coepit, si quis legem de vindicanda insula tulisset. Sollicitus igitur Solon, ne aut tacendo parum rei publicae consuleret aut censendo sibi, subitam dementiam simulat, cuius venia non dicturus modo proibita, sed et facturus erat. Deformis habitu more vaecordium in publicum evolat factoque concursu hominum, quo magis consilium dissimulet, insolitis sibi versibus suadere populo coepit, quod vetabatur, omniumque animo ita cepit, ut extemplo bellum adversus Megarenses decerneretur insulaque devictis hostibus Atheniensium fieret.
In quel tempo la città non aveva legge alcuna, poiché il capriccio dei re era considerato alla stregua delle leggi. Perciò viene eletto Solone, uomo di straordinaria giustizia, per fondare con le leggi quasi una nuova città; Il quale agì con tanta moderazione tra la plebe e il senato che da entrambe le parti ottenne la stessa gratitudine. Tra i molti e straordinari episodi di quest'uomo il fatto che segue fu memorabile. Tra gli Ateniesi e i Megaresi si era combattuto con le armi per il possesso dell'isola di Salamina fin quasi alla rovina Presso gli Ateniesi, dopo molte sconfitte cominciò ad esserci il delitto capitale se qualcuno avesse proposto una legge sulla rivendicazione dell'isola. Solone, dunque, turbato, o di non provvedere abbastanza allo stato tacendo o, con il suo parere, a se stesso, simula un'improvvisa pazzia, grazie alla quale non solo avrebbe detto le cose vietate, ma le avrebbe anche fatto. Dimesso d'aspetto viene fuori in pubblico secondo il costume dei pazzi e formatesii una gran folla di persone, per dissimulare meglio il suo piano, iniziò ad esortare il popolo con dei versi insoliti per lui, ciò che era proibito e prese gli animi di tutti a tal punto che fu subito dichiarata guerra contro i Megaresi e, sconfitti i nemici, l'isola diventò degli Ateniesi
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Mithridates, rex Parthorum, post bellum Armeniae propter crudelitatem a senatu Parthico regno pellitur. Frater eius Orodes, cum regnum vacans occupasset, Babyloniam, quo Mithridates confugerat, diu obsidet et fame coactos in deditionem oppidanos conpellit. Mithridates autem fiducia cognationis ultro se in potestatem Orodis tradit. Sed Orodes plus hostem quam fratrem cogitans in conspectu suo trucidari iussit. Post haec bellum cum Romanis gessit Crassumque imperatorem cum filio et omni exercitu Romano delevit. Huius filius Pacorus missus ad persequendas Romani belli reliquias magnis rebus in Syria gestis in Parthiam patri suspectus revocatur, quo absente exercitus Parthorum relictus in Syria a Cassio, quaestore Crassi, cum omnibus ducibus trucidatu
Mitridate, re dei Parti, dopo la guerra dell'Armenia, a causa della sua crudeltà fu bandito dal regno da parte del senato Partico. Il fratello di lui Orode, avendo occupato il regno vacante, occupò Babilonia a lungo, dove Mitridate si era rifugiato, costrinse alla resa gli abitanti della città presi per la fame. Mitridate, d'altra parte, avendo fiducia nella parentela, si consegnò nelle mani di Orode. Ma Orode giudicandolo più un nemico che un fratello, ordinò che fosse trucidato sotto i suoi occhi. Dopo questi avvenimenti, Orode combattè contro i romani e sconfisse il comandante supremo Crasso con il figlio e tutto l'esercito romano. Suo figlio Pacoro, inviato a continuare la guerra contro i romani, poiché era sospettato dal comandante fu richiamato in Siria e in sua assenza l'esercito dei Parti che era stato lasciato in Siria fu massacrato con tutti i suoi comandanti da Cassio questore di Crasso.