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Insegnamenti di Pitagora alle donne
versione latino Giustino traduzione dal libro
Maiorum lingua c e dal libro lingua latina
Pythagoras, Sami natus, Aegyptum primum, mox Babyloniam ad perdiscendos siderum motus originemque mundi spectandam profectus, summam scientiam. .
Pitagora, nativo di Samo, recatosi in un primo momento in Egitto, quindi in Babilonia per approfondire la ricerca sui moti stellari e sull’origine dell’universo – aveva conseguito un sommo grado di conoscenza. Tornato di lì, s’era recato a Creta e a Sparta per studiare le costituzioni, famose a quel tempo, di Minosse e Licurgo. Imbevutosi di tutte queste dottrine, giunse a Crotone e, facendo valere la propria autorevolezza, richiamò il popolo – (nel frattempo) caduto in lussuria – all’esercizio della temperanza. (Pitagora) ora insegnava alle donne la morigeratezza e l’obbedienza nei confronti dei propri mariti, ora insegnava a questi ultimi la disciplina e l’amore per la cultura. Così facendo, cercava di instillare in tutti (i cittadini) la temperanza, (che è, ) per così dire, la madre di (tutte le) virtù; e, a furia di discorrerne, era riuscito ad ottenere che le donne deponessero le vesti trapuntate d’oro e gli altri orpelli della propria bellezza – (che sono) per così dire i fregi della lussuria –, portassero tutti questi (ornamenti) nel tempio di Giunone e li consacrassero alla stessa dea, mostrando che la vera prerogativa delle donne è la pudicizia, non già l’abbigliamento.
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Ubi ex vulnere primum convaluit, diu dissimulatum bellum Atheniensibus infert. Quorum causae Thebani se iunxere metuentes ne, victis Atheniensibus, veluti vicinum incendium belli ad se transiret. Facta igitur inter duas, paulo ante infestissimas, civitates societate, legationibus Graeciam fatigant; communem hostem putant communibus viribus submovendum esse, neque enim cessaturum Philippum, si prospere prima successerint, nisi omnem Graeciam domuerit. Motae quaedam civitates Atheniensibus se iungunt; quasdam autem ad Philippum belli metus traxit. Proelio commisso, cum Athenienses longe maiore militum numero praestarent, adsiduis bellis indurata virtute Macedonum vincuntur. Non tamen inmemores pristinae gloriae ceciderunt; quippe adversis vulneribus omnes loca, quae tuenda a ducibus acceperant, morientes corporibus texerunt. Hic dies universae Graeciae et gloriam dominationis et vetustissimam libertatem finivit.
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Magnanimità e coraggio di Lisimaco predestinato al trono di Alessandro Magno - LABORATORIO LATINO ve
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Magnanimità e coraggio di Lisimaco predestinato al trono di Alessandro Magno versione latino Giustino traduzione libro latino laboratorio
Erat Lysimachus inlustri quidem Macedoniae loco natus ...
Lisimaco era nato da una famiglia illustre della macedonia, ma tra tutta la nobiltà era il più famoso per virtù messe alla prova, che fu tanta in quello, che con grandezza d'animo vinse tutti, con i quali l'oriente era stato conquistato. dal momento che alessandro magno aveva messo a conoscenza il filosofo callistene delle insidie che avevano preparato per lui, gli diede terribili torture per un orribile spettacolo per paura degli altri, allora lisimaco, avuta compassione di un così grande uomo, gli diede del veleno. e alessandro sopportò questo di malanimo tanto che ordinò di esporlo ad un ferocissimo leone. ma alla vista di questo il rapido leone fece impeto, lisimaco introdusse la mano nascosta nel mantello nella bocca del leone e abbattè la lingua della fiera. essendo stato annunciato ciò al re lo stupore si trasformò in soddisfazione e lo considerò stimato per la fermezza di tanto valore. si narra anche ciò : alessandro mentre scendeva da cavallo ferì per caso lisimaco in fronte con la punta di una lancia a tal punto che il sangue non potè essere fermato in altro modo se non che il re imponesse sulla testa di quello la corona che si era tolto per fasciare la ferita. questo fu il primo auspicio per lisimaco della grandezza reale.
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Erat Lysimachus inlustri quidem Macedoniae loco natus, sed virtute omni nobilitate clarior, quae tanta in illo fuit, ut animi magnitudine omnes, per quos Oriens domĭtus est, vicĕrit. Quippe cum Alexander Magnus Callisthĕnen philosophum insidiarum, quae sibi paratae fuerant, conscium esse iratus finxisset (= “immaginò”) eumque truncatis omnibus membris deforme ac miserandum spectaculum reddidisset ad metum ceterorum, tunc Lysimăchus, audire Callisthĕnen et praecepta ab eo virtutis accipere solitus, miseratus tanti viri, venenum ut (= “come”) remedium calamitatis ei dedit. Quod adeo Alexander aegre tulit, ut eum obĭci ferocissimo leoni iuberet. Sed cum ad conspectum eius concitatus leo impetum fecisset, manum amicŭlo involutam Lysimăchus in os leonis inmersit abreptaque linguā feram exanimavit. Quod cum nuntiatum regi esset, admiratio in satisfactionem cessit, carioremque eum propter constantiam tantae virtutis habuit.
Lisimaco apparteneva a illustre famiglia della Macedonia, ma era superiore a qualsiasi nobiltà per le prove della virtù che fù sì grande in lui da superare per magnanimità la filosofia stessa e per la gloria di forze tutti coloro in grazia ai quali fu domato l'oriente. Poichè quando Alessandro sdegnato immaginò che il filosofo Callistene fosse consapevole delle insidie che erano state tese contro di lui e mozzategli crudelmente tutte le membra lo trasformò in un miserando spettacolo e per di più, a sgomentare gli altri, lo fece portare in giro chiuso in una gabbia, allora Lisimaco, ch'era solito frequentare Callistene e ricevere da lui precetti di virtù, compiangendo un sì grande uomo che scontava il fio non d'una colpa, ma della sua libertà, gli porse il veleno come rimedio delle sventure. Di ciò Alessandro se l'ebbe tanto a male che ordinò di gettarlo in pasto a un ferocissimo leone. Ma quando il leone alla sua presenza aizzato si lanciò su di lui, Limaco, awolta la mano in un panno, la cacciò nella bocca del leone e strappatagli la lingua prostrò la fiera al suolo. Poiché ciò venne annunziato al re, l'ammirazione si cambiò in soddisfazione, ed egli prese ad averlo più caro per la fermezza di sì grande virtù
Pitagora richiama i Crotonesi alla pratica delle virtù - Il tantucci laboratorio versione latino Giu
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Crotoniensibus olim nulla virtutis exercitatio erat: omnes cives mutavissent vitam luxuria nisi Pythagoras philosophus apud eos fuisset. Ille, magnis sapientiae incrementis erudi0tus, Aegyptum primo, mox Babyloniam ad perdiscendos siderum motus profectus, summam scientiam consecutus erat. Inde regressus, Lacedaemŏna contendĕrat, ad cognoscendas Lycurgi inclitas ea tempestate leges. Quibus omnibus rebus instructus, Crotōnam venit populumque in luxuriam lapsum auctoritate sua ad usum frugalitatis revocavit. Laudabat enim cotidie virtutem et vitia luxuriae enumerabat. Matronis quoque separatim et pueris multa dictitabat: docebat nunc has pudicitiam et obsequia in viros, nunc illos modestiam et litterarum studium. Inter haec frugalitatem omnes cives docebat et disputationum adsiduitate consecutus erat ut matronae auratas vestes ceteraque ornamenta velut instrumenta luxuriae deponĕrent eaque omnia delata in Iunōnis aedem ipsi deae consecrarent. Ille enim docebat vera ornamenta matronarum pudicitiam, non vestes esse.
Un tempo, fra gli abitanti di Crotone non vi era alcuna abitudine ad esercitare la virtù, ed anzi essi avrebbero trascorso la vita intera nel lusso se tra loro non si fosse trovato il filosofo Pitagora. Questi, avendo già acquisito grande sapienza attraverso lo studio, recatosi prima in Egitto, quindi a Babilonia per indagare il corso degli astri, aveva raggiunto una grandissime conoscenza. Ritornato in Grecia, si era stabilito a Sparta per meglio conoscere le legge di Minosse e di Licurgo, a quel tempo celebri. Forte di tutte queste conoscenze, raggiunse Crotone, e, grazie alla propria autorevolezza, richiamo la popolazione, caduta nel vizio del lusso, a un tenore di vita maggiormente sobrio. Ogni giorno, infatti, tesseva l'elogio della virtù ed elencava i difetti di una vita lussuosa. Impartiva anche molte lezioni separatamente alle matrone e ai fanciulli, insegnando alle prima la pudicizia e il rispetto verso i mariti, ai secondi la moderazione e lo studio. E nel frattempo insegnava a tutti la frugalità, sinché, grazie alla sua instancabilità nelle dispute, non riuscì a indurre le matrone ad abbandonare le vesti d'oro e gli altri orpelli quali strumenti del lusso e a portarli tutti al tempio dove furono consacrati a Giunone. Secondo il suo insegnamento, infatti, il vero ornamento delle matrone era la pudicizia, non la veste.