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Hispania inter Africam et Galliam posita, Oceani freto et Pyrenaeis montibus claditur. Fertilis divesque terra est: nam neque ut Africa violenti sole torretur, neque, ut Gallia, frquentibus ventis fatigatur, sed temperato calore et felicibus tempestivisque imbribus in omnia frugum genera fecunda est. Itaque non tantum incolis, verunt etiam Italiae urbique Romae, conctarum rerum abudantiam sufficit. In Hispania enin non frumenti tantum magna copia est, sed etiam vini, mellis, olei, perniciumque equorum. Praterea lini spartique vis ingens est, et minii certe nulla terra tam ferax est. Nec summae tantum terrae bona sunt, sed etiam abstrusorum metallorum felices divitiae. Hispaniae amnes non torrentes rapidique, sed Ienes vineas composque irrigant, et in Oceani aestuariis affatim piscosi (sunt) plerique etiam divites sunt auro, quod in paludibus vehunt.
La Spagna, posta tra l'Africa e la Gallia, è chiusa fra i flutti dell'Oceano ed i monti Pirenei. E' una terra fertile e ricca: infatti né come l'Africa è riarsa dal sole violento né come la Gallia è tormentata dai continui venti, ma per il calore temperato, per le piogge opportune è feconda in ogni tipo di raccolto.Pertanto offre abbondanza di tutte le cose non solo agli abitanti ma anche all'Italia e alla città di Roma. In Spagna infatti non solo vi è grande abbondanza di frumento ma anche di vino, miele, olio e cavalli veloci. Non solo i prodotti della terra sono buoni, ma anche le ricchezze dei metalli nascosti. I fiumi della Spagna non sono torrenziali e rapidi, ma lenti, e irrigano le vigne e i campi, e sono estuari dell'Oceano e sono abbondantemente pescosi e molti sono anche ricchi di oro, che trasportano nelle paludi.
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Athenienses primi lanificii et olei et vini usum docuerunt. ..... Thessaliae Deucalionem ratibus pervenerunt, a quo propterea genus hominum conditum dicitur.
Per primi gli Ateniesi per primi insegnarono la filatura e l'uso dell'olio e del vino. Insegnarono anche ad arare e a seminare il frumento a quelli che si nutrivano di ghiande. Senza dubbio la letteratura, l'eloquenza e questo sistema di civile disciplina hanno ad Atene quasi il loro tempio. Prima dei tempi di Deucalione ebbero come re Cecrope, che, siccome tutta l'antichità è leggendaria, tramandano biforme, poiché per primo unì in matrimonio un uomo e una donna. A costui successe Cranao, la cui figlia Attica diede il nome al territorio. Dopo costui regnò Anfizione, che per primo consacrò la città a Minerva e diede il nome di Atene alla città. In questi tempi un'alluvione annientò la maggior parte delle popolazioni della Grecia. Sopravvissero coloro che si ritirarono sui rifugi dei monti o coloro che con barche giunsero presso il re della Tessaglia, Deucalione, dal quale inoltre si dice sia stato creato il genere umano.
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Post Codrum nemo Athenis regnavit. Administratio rei publicae annuis ..... ut extemplo bellum Megarenses decerneretur, insulaque devictis hostibus Aheniensium fieret
Dopo Codro nessun altro governò ad Atene. L’organizzazione dello stato venne ceduta ai magistrati annuali. Però in quel periodo non vi era nemmeno una legge, siccome il giudizio dei sovrani era preso per legge. E così venne eletto Solone, uomo di importante giustizia, per far sì che creasse con le leggi una nuova città. E svolse quel compito così che accedette nei favori sia della plebe sia dei nobili, mossi prima da lunghe divisioni. Di questo uomo, fra parecchie belle imprese, fu indimenticabile pure codesta. Fra gli Ateniesi e i cittadini di Megara si era lottato sino alla devastazione per l’isola di Salamina, che ognuno dei due popoli reclamava. Dopo aver ottenuto parecchie sconfitte, gli Ateniesi mostrarono una legge, perché nessuno decidesse di preparare quella guerra. Solone, avendo trovato qualche opportunità vantaggiosa per reclamare l’isola, finge uno stratagemma, malfatto di sembianze, come un matto, va in pubblico e attratta una massa di uomini, iniziò a chiamare il popolo con carmina, siccome era impedito, arse allora gli spiriti di ognuno da essere convinta subito una guerra contro i cittadini di Megara e, vinti gli avversari, da diventare l’isola degli Ateniesi.
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In ea pugna M. Cato, oratoris filius, dum inter confertissimos hostes insigniter dimicat ...... Huius audaciam ceteri imitati, contenti fuerunt victoriam parere.
Marco Catone, figlio dell'oratore, in quella battaglia, mentre combatteva in modo eccelllente tra i nemici strettissimi, caduto da cavallo, sostenne un combattimento a piedi. Infatti alcuni nemici l'avevano circondato mentre cadeva con un orribile grido come per ucciderlo mentre era a terra; ritenevano Catone senza alcuna speranza; ma egli, sollevandosi subito, fece grandi stragi e non risparmiò nessuno. Accorrendo da ogni parte parecchi nemici per sopraffare lui solo, mentre si volgeva contro uno di alta statura, la spada, sfuggitagli di mano, cadde in mezzo ad una coorte dei nemici; per recuperarla, proteggendosi con lo scudo, si infilò tra le spade dei nemici senza alcuna paura e mentre recuperava la spada e riceveva molte ferite, tornò dai suoi fra le grida dei nemici. Gli altri, imitata la sua audacia, furono contenti di procurarsi la vittoria.
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Eo tempore et Pyrrus adversus Romanos bellum gerebat, qui inploratus a Sicilia in auxilium, sicuti dictum est, cum Syracusas venisset, rex Siciliae sicut Epiri appellatur. Post haec multa secunda proelia cum Karthaginiensibus facit. Interiecto deinde tempore legati ab Italicis sociis venere nuntiantes, resisti Romanis non posse deditionemque futuram, nisi subveniat. Anxius tam ambiguo periculo incertusque quid ageret vel quibus primum subveniret, in utrumque pronus consultabat; quippe instantibus hinc Karthaginiensibus, inde Romanis pericolosum videbatur exercitum in Italiam non traicere, periculosius a Sicilia deducere, ne aut illi non lata ope aut hi deserti amitterentur. In hoc aestu periculorum tutissimus portus consiliorum visus est omnibus viribus decernere in Sicilia et profligatis Karthaginiensibus victorem exercitum transponere in Italiam. Itaque conserto proelio cum superior fuisset, quoniam tamen a Sicilia abiret pro victo fugere visus est; ac propterea socii ab eo defecerunt et imperium Siciliae tam cito amisit, quam facile quaesierat
In quel tempo anche Pirro conduceva una guerra contro i Romani il quale (che) implorato dalla Sicilia in aiuto, come si è detto, essendo arrivato a Siracusa fu denominato re della Sicilia e dell'Epiro. Dopo queste cose sostiene molte battaglie fortunate con i Cartaginesi. Poi, passato del tempo, sopraggiunsero i legati (mandati) dagli alleati italici che annunciavano che non potevano resistere ai romani e che ci sarebbe stata una resa futura, se (lui) non fosse arrivato (in loro soccorso). Angosciato da tanto ambiguo pericolo e incerto su cosa fare ossia a quali andare (in soccorso) prima, rifletteva propenso verso entrambi. Poiché da una parte incalzavano i Cartaginesi, dall'altra i Romani, sembrava che ci fosse il rischio di non trasferire in Italia l'esercito, e ancora più rischioso allontanarlo dalla Sicilia, col timore che fossero persi quelli, senza che fosse stato portato aiuto, o che fossero persi questi, perché abbandonati. In questa penosa incertezza dei pericoli il porto più sicuro fra i consigli gli parve battersi con tutte le forze in Sicilia e, sconfitti i Cartaginesi, trasportare l'esercito in Italia. E così combattuta la battaglia dopo essere stato il vincitore dato che tuttavia andava via dalla Sicilia parve dileguarsi come uno sconfitto. Quindi gli alleati per questo si separarono da lui e perse il dominio sulla Sicilia tanto celermente quanto facilmente l'aveva ottenuto.