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Il saggio è utile al saggio
versione di latino Seneca
Tu vuoi sapere se un saggio può essere utile a un altro saggio. Noi diciamo che il saggio ha in sé ogni bene e ha raggiunto la perfezione: come può dunque qualcuno essere utile a chi possiede il sommo bene? Eppure i buoni si giovano vicendevolmente, poiché praticano le virtù e mantengono costante la loro saggezza; ognuno di loro sente il bisogno di un altro con cui comunicare, con cui discutere.L'abitudine esercita gli esperti nella lotta,colui che ha imparato le stesse cose stimula il musicista. Anche il saggio deve esercitare le sue virtù; e come è di sprone a se stesso, così è spronato da un altro saggio. Come potrà un saggio essere utile a un altro saggio? Gli darà slancio, gli indicherà le occasioni per agire virtuosamente. Gli manifesterà inoltre certi suoi pensieri; gli comunicherà le sue scoperte, poiché anche al saggio rimarrà sempre qualcosa da scoprire e in cui il suo spirito possa spaziare. Il malvagio nuoce al malvagio, lo rende peggiore eccitandone l'ira, assecondandone la durezza, approvandone i piaceri; i malvagi si trovano a mal partito soprattutto quando uniscono i loro vizi e la loro cattiveria forma un tutt'uno.
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Il sapiente mira al fine da raggiungere e fa a meno del superfluo
Autore: Seneca
N. compr. e tradurre
Nihil enim, mi Lucili, interest utrum non desideres an habeas. Summa rei in utroqueeadem est: non torqueberis. Nec illud praecipio, ut aliquid naturae neges-- contumax est, non potest uinci, suum poscit -- sed ut quidquid naturamexcedit scias precarium esse, non necessarium. Esurio: edendum est. Utrum hic panis sit plebeius an siligineus ad naturam nihil pertinet: illauentrem non delectari uult sed impleri. Sitio: utrum haec aqua sit quamex lacu proximo excepero an ea quam multa niue clusero, ut rigore refrigereturalieno, ad naturam nihil pertinet. Illa hoc unum iubet, sitim extingui; utrum sit aureum poculum an crustallinum an murreum an Tiburtinus calixan manus concaua, nihil refert. Finem omnium rerum specta, et superuacua dimittes. Fames me appellat: ad proxima quaeque porrigatur manus; ipsamihi commendabit quodcumque conprendero. Nihil contemnit esuriens
Non fa differenza, Lucilio mio, tra non desiderare e avere. Unico è il risultato: non ti tormenti. Il mio consiglio non è di negare qualcosa alla natura - è ostinata, invincibile, chiede quello che le spetta - sappi, però che quanto va al di là della natura è effimero e non è indispensabile. Ho fame: devo mangiare. Ma se il pane è comune o raffinato, questo non riguarda la natura: non vuole far godere lo stomaco, vuole riempirlo. Ho sete: se l'acqua l'ho attinta dalla vicina cisterna oppure l'ho messa sotto la neve per rinfrescarla artificialmente, non riguarda la natura: chiede solo di estinguere la sete. E non importa neppure se beviamo da una coppa d'oro o di cristallo o di murra o in un calice di Tivoli o nel cavo della mano. Di ogni cosa guarda il fine e tralascerai quelle superflue. La fame si fa sentire: afferro la prima cosa che mi càpita; sarà proprio la fame a rendermi gradito qualunque cibo io prenda. Chi ha fame, non rifiuta niente.
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In tria tempora uita diuiditur: quod fuit, quod est, quod futurum est. Ex his quod agimus breue est, quod acturi sumus dubium, quod egimus certum. Hoc est enim in quod fortuna ius perdidit, quod in nullius arbitrium reduci potest. Hoc amittunt occupati; nec enim illis uacat praeterita respicere, et si uacet iniucunda est paenitendae rei recordatio. Inuiti itaque ad tempora male exacta animum reuocant nec audent ea retemptare quorum uitia, etiam quae aliquo praesentis uoluptatis lenocinio surripiebantur, retractando patescunt. Nemo, nisi quoi omnia acta sunt sub censura sua, quae numquam fallitur, libenter se in praeteritum retorquet: ille qui multa ambitiose concupiit superbe contempsit, impotenter uicit insidiose decepit, auare rapuit prodige effudit, necesse est memoriam suam timeat. Atqui haec est pars temporis nostri sacra ac dedicata, omnis humanos casus supergressa, extra regnum fortunae subducta, quam non inopia, non metus, non morborum incursus exagitet; haec nec turbari nec eripi potest; perpetua eius et intrepida possessio est.
La vita si divide in tre tempi: passato, presente e futuro. Di questi il presente è breve, il futuro incerto, il passato sicuro. Solo su quest'ultimo, infatti, la fortuna ha perso la sua autorità, perché non può essere ridotto in potere di nessuno. Questo perdono gli affaccendati: infatti non hanno il tempo di guardare il passato e, se lo avessero, sarebbe sgradevole il ricordo di un fatto di cui pentirsi. Malvolentieri pertanto rivolgono l'animo a momenti mal vissuti e non osano riesaminare cose, i cui vizi si manifestano ripensandole, anche quelli che vengono nascosti con qualche artificio del piacere presente. Nessuno, se non coloro che hanno sempre agito secondo la propria coscienza, che mai si inganna, si rivolge volentieri al passato; chi ha desiderato molte cose con ambizione, ha sprezzato con superbia, si è imposto senza regola né freno, ha ingannato con perfidia, ha sottratto con cupidigia, ha sprecato con leggerezza, ha paura della sua memoria. Eppure questa è la parte del nostro tempo sacra ed inviolabile, al di sopra di tutte le vicende umane, posta al di fuori del regno della fortuna, che non turba né la fame, né la paura, né l'assalto delle malattie; essa non può essere turbata né sottratta: il suo possesso è eterno e inalterabile.
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Non desunt qui hoc genus mortis magis timeant quo in abruptum cum sedibus suis eunt et e viuorum numero viui auferuntur, tamquam non omne fatum ad eundem terminum ueniat. Hoc habet inter cetera iustitiae suae natura praecipuum quod, cum ad exitum uentum est, omnes in aequo sumus. Nihil itaque interest utrum me lapis unus elidat, an monte toto premar; utrum supra me domus unius onus ueniat et sub exiguo eius cumulo ac puluere exspirem, an totus caput meum terrarum orbis abscondat; in luce hunc et in aperto spiritum reddam an in uasto terrarum dehiscentium sinu; solus in illud profundum an cum magno comitatu populorum concadentium ferar; nihil interest mea quantus circa mortem meam tumultus sit: ipsa ubique tantundem est. Proinde magnum sumamus animum aduersus istam cladem, quae nec euitari nec prouideri potest, desinamusque audire istos, qui Campaniae renuntiauerunt quique post hunc casum emigrauerunt negantque ipsos umquam in illam regionem accessuros
E non mancano persone che temono maggiormente questo tipo di morte per il quale vanno a finire nell’abisso con le loro dimore e vengono strappati dal novero dei viventi, come se non ogni destino giungesse alla medesima conclusione. Fra le altre prove che la natura ci offre della sua giustizia, questa è quella decisiva: che quando siamo arrivati alla fine della vita, siamo tutti sullo stesso piano. Dunque, non c’è nessuna differenza se è una pietra a schiacciarmi o una montagna intera a stritolarmi, se mi cade addosso il peso di una sola casa e io spiro sotto il piccolo mucchio delle sue rovine polverose o l’intero globo terrestre fa sparire la mia persona, se esalo l’ultimo respiro alla luce e all’aperto o nell’immensa voragine delle terre che si spalancano, se sono portato nell’abisso da solo o in compagnia di un seguito numeroso di popoli che cadono insieme con me; non mi importa affatto che attorno alla mia morte ci sia un gran clamore: essa è ovunque altrettanto grande. Quindi, facciamoci coraggio contro questa catastrofe che non può essere né evitata né prevista, e smettiamo di dare ascolto a costoro che hanno rinunciato alla Campania e che sono emigrati dopo questo evento e dicono che non rimetteranno mai piede in quella regione
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Quare multa bonis viris adversa eveniunt?' Nihil accidere bono viro mali potest: non miscentur contraria. Quemadmodum tot amnes, tantum superne deiectorum imbrium, tanta medicatorum uis fontium non mutant saporem maris, ne remittunt quidem, ita aduersarum impetus rerum uiri fortis non uertit animum: manet in statu et quidquid euenit in suum colorem trahit; est enim omnibus externis potentior. Nec hoc dico, non sentit illa, sed uincit, et alioqui quietus placidusque contra incurrentia attollitur. Omnia aduersa exercitationes putat. Quis autem, uir modo et erectus ad honesta, non est laboris adpetens iusti et ad officia cum periculo promptus? Cui non industrio otium poena est? Athletas uidemus, quibus uirium cura est, cum fortissimis quibusque confligere et exigere ab iis per quos certamini praeparantur ut totis contra ipsos uiribus utantur; caedi se uexarique patiuntur et, si non inueniunt singulos pares, pluribus simul obiciuntur.
"Ma se vuole farli degni di sé, per quale ragione Dio manda ai buoni tante discrazie?" Innanzitutto ti ripeto che a un uomo buono non pu&ogravo; capitare nulla che possa dirsi propriamente un male: i contrari, infatti, non si mescolano fra loro. Come la quantità dei fiumi, delle piogge che cadono dal cielo e delle sorgenti curative non altera la salsedine del mare, né tanto meno l'elimina, così l'assalto delle avversità non intacca l'animo dell'uomo forte: questi rimane saldo nel suo stato e nelle sue convinzioni, piegando gli eventi a sé, non sé agli eventi, perché ha un potere superiore a tutto ciò che lo circonda. Non dico che sia insensibile alle avversità, dico che le vince, e anche se abitualmente è tranquillo e pacifico, quando quelle gli si buttano addosso sa ergervisi contro e rintuzzarle. Per lui le avversità non hanno altra funzione ed altro scopo che di esercitare la sua virtù. E quale uomo, degno di questo nome, che sia dedito all'onestà, non aspira ad essere all'onestà, non aspira ad essere messo giustamente alla prova, o non è pronto a fare il suo dovere anche sapendo di rischiare? Così l'ozio è una sofferenza per chi sia nato all'azione. Guarda gli atleti, che, attenti come sono alle proprie forze, si battono con avversari più gagliardi di loro, anzi, durante l'esercitazione, chiedono e pretendono dagli allenatori che li preparano alla gara di scaricargli contro tutte le loro energie, e incassano colpi su colpi, e se non trovano uno che sia almeno pari a loro, si battono contemporaneamente con più di un avversario.