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Senecae Paulus salutem. Quotienscunque tibi scribo et nomen meum tibi subsecundo, gravem et sectae meae incongruentem rem facio. Debeo enim, ut saepe professus sum, cum omnibus omnia esse et id observare in tua persona, quod lex Romana honori senatus concessit, perlecta epistola ultimum locum eligere, ne cum aporia et dedecore cupiam efficere, quod mei arbitrii fuerit. Vale, devotissime magister. Data quinto Calendarum Iulii Nerone IV et Messala consulibus.
Ad Anneo Seneca Paolo saluta. Ogni qualvolta che ti scrivo metto per secondo il mio nome, faccio un'azione gravemente incongruente con la mia religione. Infatti io devo, come spesso ho detto, essere tutto per tutti e osservare nei confronti della tua persona quello che la legge romana riconobbe all'onore senatoriale, scegliere l'ultimo posto al termine della lettera, poiché non voglio fare in modo confuso e vergognoso ciò che è stato fatto secondo il mio arbitrio. Stai bene, devotissimo maestro. Consegnata il 25 giugno sotto il consolato di Nerone e Messalla
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Ad epistulam quam mihi ex itinere misisti, tam longam quam ipsum iter fuit, postea rescribam; seducere me debeo et quid suadeam circumspicere. Nam tu quoque, qui consulis, diu an consuleres cogitasti: quanto magis hoc mihi faciendum est, cum longiore mora opus sit ut solvas quaestionem quam ut proponas? utique cum aliud tibi expediat, aliud mihi. Iterum ego tamquam Epicureus loquor? mihi vero idem expedit quod tibi: aut non sum amicus, nisi quidquid agitur ad te pertinens meum est. Consortium rerum omnium inter nos facit amicitia; nec secundi quicquam singulis est nec adversi; in commune vivitur. Nec potest quisquam beate degere qui se tantum intuetur, qui omnia ad utilitates suas convertit: alteri vivas oportet, si vis tibi vivere. Haec societas diligenter et sancte observata, quae nos homines hominibus miscet et iudicat aliquod esse commune ius generis humani, plurimum ad illam quoque de qua loquebar interiorem societatem amicitiae colendam proficit; omnia enim cum amico communia habebit qui multa cum homine
TRADUZIONE
Durante il tuo viaggio mi hai mandato una lettera lunga quanto il viaggio stesso: a questa risponderò in seguito; debbo starmene in disparte e meditare sui consigli da darti. Tu stesso che chiedi il mio parere, hai pensato a lungo se farlo: tanto più devo riflettere io: per risolvere i problemi è necessario un tempo maggiore che per proporli, specialmente se a te preme una cosa e a me un'altra. Parlo di nuovo come un epicureo? In realtà a me preme la stessa cosa che a te: oppure non sarei un amico se tutto ciò che riguarda te non riguardasse pure me. L'amicizia mette tutto in comune tra noi; non c'è circostanza propizia o avversa che tocchi uno solo di noi; viviamo dividendo ogni cosa. Nessuno può vivere felice se bada solo a se stesso, se volge tutto al proprio utile: devi vivere per il prossimo, se vuoi vivere per te. Questo vincolo, scrupolosamente e coscienziosamente rispettato, che unisce gli uomini tra loro e dimostra che esiste una legge comune per il genere umano, serve moltissimo anche per coltivare quella società interiore di cui parlavo: l'amicizia; se uno ha molto in comune con il prossimo, avrà tutto in comune con l'amico
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Maior pars mortalium, Pauline, de naturae malignitate conqueritur, quod in exiguum aevi gignimur, quod haec tam velociter, tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant, adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso vitae apparatu vita destituat. Nec huic publico, ut opinantur, malo turba tantum et inprudens vulgus ingemuit: clarorum quoque virorum hic adfectus querellas evocavit. Inde illa maximi medicorum exclamatio est, "Vitam brevem esse, longam artem"; inde Aristotelis cum rerum naturā exigentis minime conveniens sapienti viro lis est: "aetatis illam animalibus tantum indulsisse ut quina aut dena saecula educerent, homini in tam multa ac magna genito tanto citeriorem terminum stare. " Non exiguum temporis habemus, sed multum perdimus. Satis longa vita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene conlocaretur; sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei inpenditur, ultimā demum necessitate cogente quam ire non intelleximus transisse sentimus. Ita est: non accipimus brevem vitam sed facimus nec inopes eius sed prodigi sumus. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum pervenerunt, momento dissipantur, at quamvis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt, ita aetas nostra bene disponenti multum patet.
1 La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lamenta della crudeltà della natura, per il fatto che siamo venuti alla luce/creati per un breve tempo, poiché questi periodi di tempo dato a noi trascorrono così velocemente, così in fretta che eccetto molto pochi, la vita abbandona tutti gli altri mentre si preparano a vivere (lett. nella stessa preparazione alla vita). Non si lamenta soltanto la massa e la gente sprovveduta di questo male generale, come si ritiene; questo stato d'animo ha suscitato anche le lamentele di uomini illustri. 2 Di qui deriva quella affermazione del più famoso medico (Ippocrate) 'breve la vita, lunga l'arte'. Di qui deriva la polemica, per nulla adatta ad un saggio, di Aristotele, che se la prende con la natura 'quella ha concesso agli animali un'età tale per vivere cinque o dieci generazioni, all'uomo nato per così grandi e importanti imprese è fissato un limite tanto più breve. 3 Non abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto. La vita ci viene data in grande quantità per la realizzazione delle più grandi imprese, se tutta fosse impiegata bene; ma quando essa si consuma nell'eccesso e nell'indifferenza, quando non viene utilizzata in nessuna impresa valida, quando infine l'ultima necessità ci stringe (aBL ASS) ci accorgiamo che quella che non abbiamo compreso che stava passando, è passata. 4Così è: non riceviamo una vita breve ma la rendiamo tale e non siamo mancanti di essa ma spendaccioni. Come sontuose e regali ricchezze quando giungono al cattivo amministratore vengono dissipate in breve tempo, ma sebbene modeste, se vengono affidate ad un buon amministratore crescono con l'impiego così la durata della nostra vita si espande per chi la organizza bene.
-autarkeia autosufficienza, unico comportamento che assicura felicità
-Paulino, perfetto dell'annona, lo esorta a lasciare la sua attività e occuparsi dell'attività filosofica
-dualismo otium (2 periodo) negotium (1 periodo, conciliare sapienza con negotium) -
inizio sallustio, de bello iugurtinum -morte arriva troppo presto (mortales)
- maior seneca divide uomini in 2 parti
- contrapposiz animali uomini
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Quum bellum Graeciae indiceret Xerses, omnes eius animum tumentem oblitumque quam caducis rebus confideret impellebant. Alius aiebat Graecos ad primam hostium adventus famam terga versuros; alius nihil esse dubii quin illa mole armorum non vinci solum Graecia sed obrui posset; alius magis verendum esse ne Persae vacuas desertasque urbes invenirent neve haberent ubi tantas vires exercere possent. Cum in hunc modum multa undique iactarentur, Demaratus solus ausus est dicere illam multitudinem, indigestam et gravem, metuendam esse ipsi duci suo: non enim vires, sed pondus habere. «In primo monte – inquit – Lacones obiecti dabunt tibi sui experimentum. Tot milia tuarum gentium trecenti Graeci morabuntur, commissas sibi angustias tuebuntur et corporibus obstruent. Tota illos Asia non movebit ex loco; tantas minas belli et impetum paene totius generis humani paucissimi sistent». Acciderunt quae Demaratus praedixerat. Nam ad Thermopylas Xerses intellexit quantum ab exercitu turba incomposita distaret.
. Quando Serse dichiarò guerra alla Grecia, tutti eccitavano il suo animo arrogante e dimentico di quanto fossero effimere le cose in cui confidava. Uno diceva che i Greci alla prima voce dell'arrivo del nemico avrebbero volto le spalle; un altro che non c'era alcun dubbio che con quell'immensa quantità d'armati la Grecia non potesse essere solo vinta ma anche annientata; un altro ancora che c'era più da temere che i Persiani trovassero le città vuote e deserte e non avessero dove poter sfruttare sì grandi forze. Mentre in tal modo ci si vantava con iattanza di molte cose da ogni parte, il solo DEmarato ebbe il coraggio di dire che quella moltitudine, disordinata e insopportabile, doveva essere motivo di timore per il suo stesso condottiero; infatti non aveva forza, ma solo peso inerte. "I Laconi facendoti resistenza sulla prima montagna ti daranno un esempio delle loro capacità-disse- Trecento Greci fermeranno tante migliaia dei tuoi uomini, proteggeranno il passo loro affidato e lo ostruiranno con i loro corpi. Tutta l'Asia non li rimuoverà dalla posizione; pochissimi faranno ristare tante minacce di guerra e l'assalto di quasi tutto il genere umano" Avvenne quanto Demarato aveva predetto. Infatti alle Termopili Dario capì quanto una folla indisciplinata differisse da un vero esercito
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Vive cum servo clementer, comiter quoque, et in sermonem illum admitte et in consilium et in convictum.
Hoc loco acclamabit mihi tota manus delicatorum 'nihil hac re humilius, nihil turpius'. Hos ego eosdem deprehendam alienorum servorum osculantes manum. Ne illud quidem videtis, quam omnem invidiam maiores nostri dominis, omnem contumeliam servis detraxerint? Dominum patrem familiae appellaverunt, servos - quod etiam in mimis adhuc durat - familiares; instituerunt diem festum, non quo solo cum servis domini vescerentur, sed quo utique; honores illis in domo gerere, ius dicere permiserunt et domum pusillam rem publicam esse iudicaverunt. 'Quid ergo? omnes servos admovebo mensae meae?' Non magis quam omnes liberos. Erras si existimas me quosdam quasi sordidioris operae reiecturum, ut puta illum mulionem et illum bubulcum. Non ministeriis illos aestimabo sed moribus: sibi quisque dat mores, ministeria casus assignat.
Traduzione
imgscrambler} Sii clemente con il tuo servo e anche affabile; parla con lui, chiedigli consiglio, mangia insieme a lui. A questo punto tutta la schiera dei raffinati mi griderà: "Non c'è niente di più umiliante, niente di più vergognoso. " Io, però potrei sorprendere proprio loro a baciare la mano di servi altrui. E neppure vi rendete conto di come i nostri antenati abbiano voluto eliminare ogni motivo di astio verso i padroni e di oltraggio verso gli schiavi? Chiamarono padre di famiglia il padrone e domestici gli schiavi, appellativo che è rimasto nei mimi; stabilirono un giorno festivo, non perché i padroni mangiassero con i servi solo in quello, ma almeno in quello; concessero loro di occupare posti di responsabilità nell'ambito familiare, di amministrare la giustizia, e considerarono la casa un piccolo stato. "E dunque? Inviterò alla mia tavola tutti gli schiavi?" Non più che tutti gli uomini liberi. Sbagli se pensi che respingerò qualcuno perché esercita un lavoro troppo umile, per esempio quel mulattiere o quel bifolco. Non li giudicherò in base al loro mestiere, ma in base alla loro condotta; della propria condotta ciascuno è responsabile, il mestiere, invece, lo assegna il caso. {/imgscramble