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I figli di Lucio Emilio Paolo
versione greco Plutarco
traduzione libro dialogoi pagina 80 numero 6
Ἔγημε δὲ Παπιρίαν, ἀνδρὸς ὑπατικοῦ Μάσωνος θυγατέρα, καὶ χρόνον συνοικήσας πολύν, ἀφῆκε τὸν γάμον, καίπερ ἐξ αὐτῆς καλλιτεκνότατος γενόμενος· αὕτη γὰρ ἦν ἡ τὸν κλεινότατον αὐτῷ Σκιπίωνα τεκοῦσα καὶ Μάξιμον Φάβιον. αἰτία δὲ γεγραμμένη τῆς διαστάσεως οὐκ ἦλθεν εἰς ἡμᾶς, ἀλλ' ἔοικεν ἀληθής τις εἶναι λόγος περὶ γάμου λύσεως λεγόμενος, ὡς ἀνὴρ Ῥωμαῖος ἀπεπέμπετο γυναῖκα, τῶν δὲ φίλων νουθετούντων αὐτόν, οὐχὶ σώφρων; οὐκ εὔμορφος; οὐχὶ παιδοποιός; προτείνας τὸ ὑπόδημα (κάλτιον αὐτὸ Ῥωμαῖοι καλοῦσιν), εἶπεν· οὐκ εὐπρεπὴς οὗτος; οὐ νεουργής; ἀλλ' οὐκ ἂν εἰδείη τις ὑμῶν, καθ' ὅ τι θλίβεται μέρος οὑμὸς πούς. τῷ γὰρ ὄντι μεγάλαι μὲν ἁμαρτίαι ‹καὶ› ἀναπεπταμέναι γυναῖκας ἀνδρῶν †ἄλλας ἀπήλλαξαν, τὰ δ' ἔκ τινος ἀηδίας καὶ δυσαρμοστίας ἠθῶν μικρὰ καὶ πυκνὰ προσκρούσματα, λανθάνοντα τοὺς ἄλλους, ἀπεργάζεται τὰς ἀνηκέστους ἐν ταῖς συμβιώσεσιν ἀλλοτριότητας. ὁ δ' οὖν Αἰμίλιος ἀπαλλαγεὶς τῆς Παπιρίας ἑτέραν ἠγάγετο, καὶ δύο παῖδας ἄρρενας τεκούσης, τούτους μὲν ἐπὶ τῆς οἰκίας εἶχε, τοὺς δὲ προτέρους εἰσεποίησεν οἴκοις τοῖς μεγίστοις καὶ γένεσι τοῖς ἐπιφανεστάτοις, τὸν μὲν πρεσβύτερον τῷ Μαξίμου Φαβίου τοῦ πεντάκις ὑπατεύσαντος, τὸν δὲ νεώτερον Ἀφρικανοῦ Σκιπίωνος υἱὸς ἀνεψιὸν ὄντα θέμενος Σκιπίωνα προσηγόρευσε. τῶν δὲ θυγατέρων τῶν Αἰμιλίου τὴν μὲν ὁ Κάτωνος υἱὸς ἔγημε, τὴν δ' Αἴλιος Τουβέρων, ἀνὴρ ἄριστος καὶ μεγαλοπρεπέστατα Ῥωμαίων πενίᾳ χρησάμενος. ἦσαν γὰρ ἑκκαίδεκα συγγενεῖς, Αἴλιοι πάντες, οἰκίδιον δὲ πάνυ μικρὸν ἦν αὐτοῖς καὶ χωρίδιον ἓν ἤρκει πᾶσι, μίαν ἑστίαν νέμουσι μετὰ παίδων πολλῶν καὶ γυναικῶν. ἐν αἷς καὶ ἡ Αἰμιλίου τοῦδε θυγάτηρ ἦν, δὶς ὑπατεύσαντος καὶ δὶς θριαμβεύσαντος, οὐκ αἰσχυνομένη τὴν πενίαν τοῦ ἀνδρός, ἀλλὰ θαυμάζουσα τὴν ἀρετὴν δι' ἣν πένης ἦν.
Sposò Papiria figlia di Masone "vir consularis" e dopo lunga convivenza la ripudiò nonostante lei avesse dato una splendida prole: intendo parlare del celeberrimo Scipione e di Massimo Fabio. Non rimangono testimonianze scritte che motivino tale separazione. Possiamo ipotizzare che si sia verificato ciò che, a quanto si racconta, era in uso presso i Romani in caso di scioglimento di matrimonio. Un romano intendeva ripudiare la moglie alle domanda degli amici che gli chiedevano se per lui non fosse sufficientemente bella saggia ed in grado di procreare, egli tendeva la gamba, mostrando il calzare e diceva "Vi sembra forse che non calzi bene, che sia da gettare?" eppure nessuno di voi è in grado di dirmi dove il piede duole quando lo calzo". Alcune donne sono ripudiate dai mariti per colpe gravi e di pubblico dominio, altre più frequentemente per piccoli ma continui dissapori causati da insofferenza o divergenza di vedute. Pur sfuggendo all'attenzione degli altri essi creano fratture insanabili nella convivenza. Lasciata dunque Papiria, Emilio sposò un'altra donna dalla quale ebbe due figli maschi. Essi vissero nella sua casa mentre quelli nati dal precedente matrimonio li diede in adozione a membri di "gentes" tra le più nobili e prestigiose. Il maggiore entrò nella famiglia di Fabio Massimo colui che era stato console per cinque volte, il minore fu adottato dal figlio di Scipione l'Africano, suo cugino di primo grado che gli diede il nome di Scipione. Delle figlie, una sposo il figlio di Catone, l'altra Elio Tuberone, uomo di grande spicco e assai dignitoso nel tollerare l'indigenza nella quale viveva. Gli Aelii erano sedici in famiglia, possedevano una casa molto piccola ed un unico podere di minuscole dimensioni che doveva sostentare tutti: questo unico focolare essi dividevano con figli e mogli. Tra di esse la figlia di Emilio che era stato consolo due volte ed aveva riportato due trionfi: ella non provava vergogna per la modesta condizione economica del marito, anzi ammirava l'onestà che di tale povertà era il fondamento
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Motti arguti di Cabria l'ateniese
versione greco Plutarco traduzione libro
ellenisti pagina 225 numero 8
Χαβρίας έλεγε κάλλιστα στρατηγεΐν τούς μάλιστα γινώσκοντας τα πολεμίων. Δίκην δε φεύγων προδοσίας μετ' Ίφικράτους, έπιτιμώντος αύτω του Ίφικράτους δτι κινδυνευων εις τό γυμνάσιον βαδίζει και την είωθυΐαν ώραν άριστη, «Τοιγαροΰν», ειπεν «αν τι γνώσι περί ημών Αθηναίοι, σε μεν αύχμωντα και άσιτον, έμέ δ' ήριστηκότα και άληλιμμένον άποκτενοϋσιν». Ειώθει δε λέγειν δτι φοβερώτερόν έστιν έλάφων στρατόπεδον ηγουμένου λέοντος ή λεόντων έλάφου.
Cabria diceva che governavano ottimamente gli eserciti quelli che degli andamenti del nemico erano informatissimi. Accusato insieme a Ificrate di tradimento e da Ificrate ripreso perché essendo in pericolo della vita andava come prima nel ginnasio ad ungersi di olio e ad esercitarsi nella lotta ed desinava all'ora consueta gli rispose "E bene se gli Ateniesi delibereranno altro di noi tu sarai messo a morte asciutto e digiuno ed io cibato ed unto" Usava dire che più da temere era un esercito di cervi sotto un leone che uno di leoni sotto un cervo
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Detto Arguto di Annibale
versione greco Plutarco traduzione libro kairos
testo greco non pervenuto
Terenzio, accampatosi di fronte ad Annibale, preso il fiume Ofante e detta Canne, sul far del giorno diede il segnale di battaglia, tanto che i Cartaginesi all’inizio rimasero turbati notando l’ardire dello stratega e il grande numero di soldati, perché loro non erano nemmeno la metà. Annibale, da parte sua, dopo aver ordinato che i soldati si armassero, osservò di persona insieme ad alcuni, a cavallo, da sopra una collinetta, i nemici già disposti in schieramento. Quando un uomo tra quelli che erano con lui, di nome Giscono, di rango uguale al suo, disse che il numero dei nemici gli sembrava stupefacente, Annibale, aggrottando la fronte, disse: “Giscono, ti è sfuggita una cosa ancora più sorprendente”. E siccome Giscono chiedeva che cosa, rispose: “Che di tutti questi nessuno tra questi si chiama Giscono”. Fatta inaspettatamente questa battuta, il riso contagiò tutti, e scesero dalla collina raccontando sempre a tutti lo scherzo, tanto che per molto tempo si rise molto. I Cartaginesi che avevano visto lo ritennero coraggio.
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A Corinto Alessandro incontra Diogene
versione greco Plutarco traduzione libro Dialogoi
Testo: εις δε τον ισθμον των ελληνων συλλεγεντωνκαι ψηφισαμενων Fine: αλλα μην εγω ειπεν " ει μη αλεξανδρο ς ημεν, Διογενη ς αν ημην".
Radunandosi e greci nell’Istmo di Corinto e avendo diceso di combattere con Alessandro contro i Persiani, fu proclamato il capo. Poiché molti uomini politici e filosofi gli erano venuti incontro e si congratulavano con lui, Alessandro sperava che facesse la stessa cosa anche Diogene di Sinope, il quale soggiornava nei dintorni di Corinto. Ma siccome quello, avendo pochissima considerazione di Alessandro, passava il tempo nel Cranèo (= ginnasio di Corinto), egli stesso si diresse1 verso di lui; (Diogene) si trovava sdraiato al sole. E si tirò un pò su a sedere, poiché stavano venendo(gli) incontro tanti uomini, ed osservò attentamente Alessandro. Poiché quegli, salutatolo e rivoltagli la parola, gli chiese se per caso avesse bisogno di qualcosa, (Diogene) rispose: "(Sì): spostati un pò dal sole". Si dice che perciò Alessandro sia stato così colpito ed abbia (a tal punto) ammirato, (pur) disprezzato, l'orgoglio e la grandezza (d'animo) di (quell')uomo, che, mentre quelli del suo seguito, allontanandosi2, (lo) deridevano e lo sbeffeggiavano, affermò: "E invece io, se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene
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Confronto tra il popolo ateniese e quello cartaginese versione greco Plutarco
traduzione libro Euloghia pagina 52 numero 3
O Αθηναίων δήμος ευκίνητος έστι πρός όργήν, εύμετάθετος προς ελεον, μάλλον οξέως ύπονοεϊν ή διδάσκεσθαι καθ' ήσυχίαν βουλόμενος· ώσπερ των ανδρών τοις άδόξοις και ταπεινοΐς βοηθεΐν προθυμότερος, ούτω των λόγων τους παιγνιώδεις και γελοίους ασπάζεται και προτιμά· τοις μεν έπαινοΰσιν αυτόν μάλιστα χαίρει, τοις δε σκώπτουσιν ήκιστα δυσχεραίνει· φοβερός έστιν άχρι των αρχόντων, είτα φιλάνθρωπος άχρι τών πολεμίων. "Ετερον ήθος του Καρχηδονίων δήμου, πικρόν, σκυθρωπόν, ύπήκοον τοις άρχουσι, βαρύ τοις ύπηκόοις, άγεννέστατον έν φόβοις, άγριώτατον εν όργαΐς, έπίμονον τοις γνωσθείσι, προς παιδιάν και χάριν άνήδυντον και σκληρόν.
Il popolo ateniese è facile all'ira ma anche pronto alla compassione, è sospettoso per natura e non si preoccupa di verificare come stiano esattamente le cose e come corre in soccorso dei deboli e degli umili, così ama e gradisce i discorsi ameni e scherzosi, si compiace degli elogi ma non si adira affatto con ci lo prende in giro, incute timore persino ai suoi superiori, ma sa essere umano anche con i propri nemici. Diverso è il carattere del popolo cartaginese: scorbutico, torvo, servile con i superiori, duro con i subalterni, ignobilissimo nella paura, selvaticissimo nell'ira testardo nelle decisioni, insensibile e chiuso all'ingenuo paiacere di uno scherzo