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Virtutis expers saepe verbis suam virtutem iactat: fallit ignotos, notorum derisum suscitat. Leo cum asino venatibus operam dabat; arbustis frondosis comitem contexerat atque admonuerat: 'Ruditibus feras terre, fugientes excipiam. ' Asinus clamorem subito totis viribus sublevat bestiasque turbat; ferae paventes exitus notos petunt, sed leo multas horrendo impetu affligit et necat. Caede tandem fessus leo asinum evocat et iubet: ' Vocem preme'. Tunc asinus insolens suae vocis effectum laudibus praedicat. Leo autem interpellat: 'Insignis quidem tua vox; at ego metu non fugi; animum genusque tuum cognoscebam.
Colui che è privo di virtù spesso ostenta con parole il suo valore: inganna gli sconosciuti, suscita la derisione di coloro che lo conoscono. Un leone cacciava con un asino: egli aveva ricoperto il compagno con arbusti frondosi e l'aveva avvertito: ' Spaventa le bestie con i ragli, io prenderò quelle che fuggono. ' L'asino con tutte le sue forze subito solleva un grido e spaventa le bestie; le bestie impaurite cercano i varchi abituali, ma il leone le atterra con un assalto sorprendente e ne uccide molte. Infine il leone sfinito per la strage richiama l'asino e ordina: ' Abbassa la voce'. Allora l'asino arrogante vanta con gloria la sua voce. Il leone al contrario obietta: ' Senza dubbio la tua voce è notevole; ma io non fuggì per la paura; conoscevo il tuo animo e la tua razza.
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Aquila in sublimi quercu nidum fecerat; feles, cavernam nancta in media, pepererat; sus nemoris cultrix fetum ad imam posuerat. tum fortuitum feles contubernium fraude et scelesta sic evertit malitia. ad nidum scandit volucris: 'Pernicies' ait 'tibi paratur, forsan et miserae mihi. nam, fodere terram quod vides cotidie aprum insidiosum, quercum vult evertere, ut nostram in plano facile progeniem opprimat'. terrore offuso et perturbatis sensibus derepit ad cubile saetosae suis; 'Magno' inquit 'in periclo sunt nati tui. nam, simul exieris pastum cum tenero grege, aquila est parata rapere porcellos tibi'. hunc quoque timore postquam complevit locum, dolosa tuto condidit sese cavo: inde evagata noctu suspenso pede, ubi esca sese explevit et prolem suam, pavorem simulans prospicit toto die. ruinam metuens aquila ramis desidet: aper rapinam vitans non prodit foras. Quid multa? inedia sunt consumpti cum suis, felisque catulis largam praebuerat dapem.
Traduzione
U'aquila aveva fatto il nido in una quercia alta (=nella cima di una quercia); Una gatta aveva partorito nel buco di un tronco, avendo trovato una cavità una scrofa abitatrice delle selve aveva collocato la prole al basso (della quercia). Allora la gatta distrusse così con inganno e con malizia scellerata (quella) coabitazione fortuita. S'arrampicò al nido dell'uccello: 'Rovina, ' disse, 'si prepara a te, (e) forse anche a me sventurata. Certamente vedi la scrofa insidiosa scavare ogni giorno la terra poichè, vuole far cadere la quercia, per opprimere facilmente sulla piana terra la nostra prole. 'Essendo stato sparso il terrore e perturbati i sensi (dell'aquila), scese giù al covile della setolosa scrofa: 'I tuoi figli, ' disse, 'sono in gran pericolo: poichè, appena sarai uscita al pascolo con il (tuo) tenero gregge, l'aquila è preparata a rapire a te i piccini. ' L'astuta, dopochè ebbe riempito di paura anche questo luogo, si nascose nel (suo) buco sicura. Di là vagando fuori nottetempo con piede guardingo, come ebbe riempito di cibo sè e la sua prole, fingendo paura, sita in vedetta per tutto il giorno. L'aquila, temendo la rovina (della quercia), sta posata sui rami; la scrofa, volendo evitare il rapimento dei figli, non va fuori (a far preda). A che molte parole? Furono consumati dalla fame con i loro (figli) e fornirono abbondante pasto ai piccoli della gatta.
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Mali homines, qui aliis insidias parant, semper sibi timere debent, ut monet fabella de accipitre et luscinia. Olim accipiter in altos arboris ramos advolaverat loca vicina exploraturus, et nidum lusciniae cum parvis pullis invenerat. Sed cito revertens luscinia cum esca accipitrem orabat ne pullos suos voraret. Tum improbus rapax: "Faciam quod vis, - inquit - si mihi bene cantaveris". Misera mater, metu coacta, ut filios servaret, cantabat. Accipiter vero, praedae cupidus, sponsionem rupit dicens: "Non bene modo cantavisti!"; et aviculas apprehensurus laceraturusque erat, cum repente post tergum auceps supervenit, silenter calamum levavit, accipitrem contractum visco in terram deiecit cepitaque.
Gli uomini cattivi che tendono agli altri insidie, devono sempre aver timore per se stessi, come (ci) insegna la favola del nibbio e dell'usignolo. Una volta un nibbio mentra stava volando in cerca di luoghi vicini, aveva trovato un nido con degli uccellini piccolini. Ma ritornando improvvisamente l'usignolo con il cibo pregava il nibbio di non divorare i suoi uccellini. Allora il cattivo rapace disse: " Farò come vuoi (tu), se canterai bene per me". La povera madre, spinta dalla paura, per salvare i figli, cantava. In vero il nibbio, bramoso della preda, non mantenne la scommessa dicendo: " Non hai cantato bene affatto!"; e stava per afferrare e divorare gli uccellini, quando all'improvviso alle spalle giunse un cacciatore, alzò la canna silenziosamente, e colpì l'avaro nibbio e (lo) fece cadere a terra (morto).
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Quicumque t dignitatem pristinam amisit, ignavis etiam iocus est in casu gravi. Defectus annis et desertus viribus leo cum iaceret spiritum extremum trahens, aper fulmineis spumans venit dentibus, et vindicavit ictu veterem iniuriam. Infestis taurus mox confodit cornibus hostile corpus. Asinus, ut vidit ferum impune laedi, calcibus frontem extudit. At ille exspirans 'Fortis indigne tuli mihi insultare: Te, Naturae dedecus, quod ferre certe cogor bis videor mori'.
Chiunque ha perso l'antico prestigio, è gioco per gli ignavi in una situazione grave. Spossato dagli anni e abbandonato dalle forze mentre il leone giaceva tirando l'ultimo respiro, il cinghiale sumeggiando giunse coi deinti fulminei; e con un colpo vendicò una antica ingiuria. Subito con le corna minacciose il toro trapassò il corpo nemico. L'asino, come vide che la fiera era colpita impunemente, coi calci spaccò la fronte. Ma lui spirando : " Mal sopportai che i forti mi insultassero. Poichè son costretto a sopportare te, disonore della Natura, sembro morire due volte. "
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(inizio) : Olim sator imperitus, inopia coactus, in novam urbem migravit ubi, ignotus omnibus, sub alieno nomine medicinam execere incepit; ita propter stultam credulitatem vulgi, falsum antidotum vanditans, brevi tempore magnam famam ingentesque divitias sibi comparavit. (fine) : libi cives, quod eum plane cognoscebant, ne pedes quidem ei committebant; vos autem non dubitavistis committere, scelesti, capita vestra!"
Una volta un calzolaio, incapace del suo mestiere, andò in una città lontana dove, sconosciuto a tutti, sotto falso nome cominciò ad esercitare la medicina, così per la stolta credulità del popolo, si procacciò grandi ricchezze e grande fama in breve con la vendita di false medicine. Ma una volta il re della città, affetto da una grave malattia, lo mandò a chiamare e gli chiese un antidoto. All'antidoto da lui portato mescolò l'acqua, simile ad un veleno; allora offrì al ciarlatano il calice e disse: bevi prima tu e mostrami la forza dell'antidoto e la veridicità della tua arte. Allora quello in verità, impaurito dal timore (di morire) della morte, spiattellò tutta la verità. Il re, dopo che riprese la salute grazie alla cura di un medico vero, convocò in asseblea il popolo e proncunciò siffattte parole: ecco ho smascherato l'imprudente ciarlatano. Questo non è un medico ma un calzolaio completamente inesperto. Cittadini poiché lo conoscete fate in modo che questo non metta più piede in città, voi tuttavia lo avete scelto per fare di testa vostra!