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DEMOSTENE E L'OMBRA DELL'ASINO
VERSIONE DI LATINO DI FEDRO
VERSIONE pag 382 n 13 di nova lexis
Demosthenes, oratorum Graecorum disertissimus, causam agens in tribunali, quia iudices minime attentos viderat: "Paulisper-inquit-aures mihi praebete: rem novam vobis narraturus sum". Cum aures illi adrexissent animosque intendissent, sic locutus est: "Iuvenis Athenis Megaram profecturus asinum ad iter conduxerat. In itinere, cum sol ureret adeo ut ille progredi non posset neque esset umbraculum quo tegeretur, clitellas deposuit et ad asini umbram consedit, ut eius corpore tegeretur. Agaso tamen irascitur, clamans se asinum tantum locatum esse, non eius umbram". Haec verba locutus, Demosthenes, postquam viderat iudices diligentissime reliquamque fabulam exponeret. "Quid?-inquit ille-De asini umbra vobis libet audire, hominis autem de vita periclitantis causam non auditis?". TRADUZIONE
Demostene, il più eloquente tra gli oratori greci, mentre conduceva una causa in tribunale, poiché aveva visto i giudici poco attenti disse: "Mostratemi un pò d'attenzione: vi racconterò una nuova storia". Quando drizzarono le orecchie e protesero gli animi, parlò così: "Un ragazzo accingendosi a partire da Atene a Megara aveva preso in affitto un asino per il cammino. Lungo il cammino, quando il sole bruciava a tal punto che lui non potè più proseguire e poiché non c'eraun pergolato dove ripararsi, abbandonò la soma e si sedette all'ombra dell'asino, per ripararsi con il suo corpo. L'asinaio tuttavia si inquietò, lamentandosi di aver dato in affitto solo l'asino, non la sua ombra". Dette queste parole, Demostene, dopo che vide che i giudici ascoltavano attentamente, uscì dal tribunale. In quel mentre fu richiamato dai giudici affinché proseguisse il racconto ed esponesse ciò che rimaneva del racconto stesso: Disse: "Che cosa? Voi gradite ascoltare dell'ombra dell'asino, invece non ascoltate la causa dell'uomo in pericolo di vita?".
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Demetrius rex, qui Phalereus dictus est, Athenas occupavit imperio improbo. Ut mos est vulgi, passim et certatim ruit; "Feliciter!" succlamant. Ipsi principes illam osculantur qua sunt oppressi manum, tacite gementes tristem fortunae vicem. Quin etiam resides et sequentes otium, ne defuisse noceat, repunt ultimi; in quis Menander, nobilis comoediis, quas ipsum ignorans legerat Demetrius et admiratus fuerat ingenium viri, unguento delibutus, vestitu fluens, veniebat gressu delicato et languido. Hunc ubi tyrannus vidit extremo agmine: "Quisnam cinaedus ille in conspectu meo audet cevere?" Responderunt proximi: "Hic est Menander scriptor. " Mutatus statim "Homo" inquit "fieri non potest formosior. "
Il re Demetrio, che fu detto falereo, occupò Atene con potere malvagio. Come è costume del volgo, qua e là a gara corre; "Evviva" acclamano. Gli stessi capi baciavano quella mano con cui eran stati oppressi, gemenod tacitamente il triste avvicendarsi della sorte. Addirittura anche i pigri e quelli che seguono il tempo libero, perché l'esser stati assenti non nuoccia, si trascinano per ultimi; e tra questi Menandro, famoso per le commedie, che Demetrio, che non lo conosceva, aveva letto ed aveva ammirato la genialità dell'uomo, avvolto da unguento, fluente nel vestito, veniva con passo raffinato e languido. Come lo vide il tiranno nell'ultima fila: "Chi (è) mai quell'invertito (che) osa ancheggiare al mio cospetto?" Risposero i vicini: "Questi è lo scrittore Menandro". Subito cambiato "Non può capitare, disse, un uomo più bello. "
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Daedalus, Eupalami filius, qui fabricam a Minerva acceperat, Perdicem sororis suae filium propter artificii invidiam, quod is primus serram invenerat, summo tecto deicit. Ob scelus in exsilium ab Athenis Cretam ad regem Minoem missus est. Minos, Iovis et Europae filius, cum Atheniensibus belligeravit, cuius filius Androgeus in pugna est occisus. Qui postquam Athenienses vicit, eos vectigales sibi fecit: Athenienses anno uno quoque septenos liberos suos Minotauro mittebant. Theseus postquam a Troezene venerat et audivit calamitatem civitatis suae, voluntarie se ad Minotaurum promisit venire. Quem pater cum mitteret, sic ei dixit: "Cum victor revertas, vela candida in navi habe!"; qui autem ad Minotaurum mittebantur, velis atris navigabant.
Dedalo, figlio di Eupalamio, che aveva preso la maestria da Minerva, gettò da un tetto alto per l'invidia dell'artista il figlio di sua sorella Perdice, perché lui per primo aveva trovato la sega. Per tale delitto fu mandato in esilio da Atene a Creta dal re Minosse. Minosse, figlio di Giove e Europa, quando combattè con gli Ateniesi, gli fu ucciso in battaglia suo figlio Androgeo. Quello dopo che vinse gli Ateniesi, li rese a sè tributari: gli Ateniesi ogni anno mandavano sette dei loro fanciulli al Minotauro. Teseo, dopo che era giunto a Trezene e venuto a conoscenza della difficoltà della sua città, promise che lui stesso sarebbe andato di sua spontanea volontà dal Minotauro e il padre, mandandolo, così gli disse: "Se tornerai vincitore avrai una vela bianca nella nave!"; tuttavia coloro che erano mandati dal Minotauro navigavano con le vele nere.
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Mali homines, qui aliis insidias parant, semper sibi timere debent, ut monet fabella de accipitre et luscinia. Olim accipiter in altos arboris ramos advolaverat loca vicina exploraturus, et nidum lusciniae cum parvis pullis invenerat. Sed cito revertens luscinia cum esca accipitrem orabat ne pullos suos voraret. Tum improbus rapax: "Faciam quod vis, - inquit - si mihi bene cantaveris". Misera mater, metu coacta, ut filios servaret, cantabat. Accipiter vero, praedae cupidus, sponsionem rupit dicens: "Non bene modo cantavisti!"; et aviculas apprehensurus laceraturusque erat, cum repente post tergum auceps supervenit, silenter calamum levavit, accipitrem contractum visco in terram deiecit cepitaque.
Gli uomini cattivi che tendono agli altri insidie, devono sempre aver timore per se stessi, come (ci) insegna la favola del nibbio e dell'usignolo. Una volta un nibbio mentra stava volando in cerca di luoghi vicini, aveva trovato un nido con degli uccellini piccolini. Ma ritornando improvvisamente l'usignolo con il cibo pregava il nibbio di non divorare i suoi uccellini. Allora il cattivo rapace disse: " Farò come vuoi (tu), se canterai bene per me". La povera madre, spinta dalla paura, per salvare i figli, cantava. In vero il nibbio, bramoso della preda, non mantenne la scommessa dicendo: " Non hai cantato bene affatto!"; e stava per afferrare e divorare gli uccellini, quando all'improvviso alle spalle giunse un cacciatore, alzò la canna silenziosamente, e colpì l'avaro nibbio e (lo) fece cadere a terra (morto).
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Mali homines, qui aliis insidias parant, semper sibi timere debent, ut monet fabella de accipitre et luscinia. Olim accipiter in altos arboris ramos advolaverat loca vicina exploraturus, et nidum lusciniae cum parvis pullis invenerat. Sed cito revertens luscinia cum esca accipitrem orabat ne pullos suos voraret. Tum improbus rapax: "Faciam quod vis, - inquit - si mihi bene cantaveris". Misera mater, metu coacta, ut filios servaret, cantabat. Accipiter vero, praedae cupidus, sponsionem rupit dicens: "Non bene modo cantavisti!"; et aviculas apprehensurus laceraturusque erat, cum repente post tergum auceps supervenit, silenter calamum levavit, accipitrem contractum visco in terram deiecit cepitque.
Gli uomini cattivi che tendono agli altri insidie, devono sempre aver timore per se stessi, come (ci) insegna la favola del nibbio e dell'usignolo. Una volta un nibbio mentra stava volando in cerca di luoghi vicini, aveva trovato un nido con degli uccellini piccolini. Ma ritornando improvvisamente l'usignolo con il cibo pregava il nibbio di non divorare i suoi uccellini. Allora il cattivo rapace disse: " Farò come vuoi (tu), se canterai bene per me". La povera madre, spinta dalla paura, per salvare i figli, cantava. In vero il nibbio, bramoso della preda, non mantenne la scommessa dicendo: " Non hai cantato bene affatto!"; e stava per afferrare e divorare gli uccellini, quando all'improvviso alle spalle giunse un cacciatore, alzò la canna silenziosamente, e colpì l'avaro nibbio e (lo) fece cadere a terra (morto).