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Cum duo milites in latronem incidissent, alter profugit, alter autem restitit et forti dextera se vindicavit. Latrone occiso, timidus accurrit comes strictoque gladio, reiecta penula: "Eia ergo" inquit "ubinam est latro ille? Iam faciam ut sentiat quos viros attemptaverit!". Tunc, qui depugnaverat: "Nunc venis me auditurus, pessume? Cur modo fugisti nec saltem verbis istis animum meum confirmavisti? Nunc condem ferrum et linguam pariter futilem ut possis alios te ignorantes fallere; ego, qui vidi te tantis viribus fugientes, scio fidem tuam certam non esse cuiquam. " Haec narratio docet illum dubia re saepe fugere qui in rebus secundis fortis est.
due soldati avendo incontrato un brigante, uno fuggì, l'altro invece rimase e si vendicò con la forte mano destra. Ucciso il brigante, accorse il compagno pauroso e impugnata la spada, byttato indietro il mantello disse: "Ehi allora dove mai sta quel brigante? Farò subito in modo che capisca quali uomini assalì!". Allora, quello che aveva combattuto disse: "Vieni ora per aiutarmiaiutarmi, incapace (sott. che non sei altro)? Perché poco fa sei fuggito e non hai neppure incoraggiato il mio animo con queste parole? Ora nascondi la spada nella guaina e riponi allo stesso modo l'inutile lingua affinché tu possa ingannare altri che non ti conoscono, io (invece) che ho visto che scappavi con tante forze, sono a conoscenza (scio) che la tua lealtà non è certa per nessuno". Questa narrazione insegna che quello che è forte nelle situazioni favorevoli spesso scappa in situazioni dubbie.
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Cum duo milites in latronem incidissent, alter profugit, alter autem restitit et forti dextera se vindicavit. Latrone occiso, timidus accurrit comes strictoque gladio, reiecta penula: "Eia ergo" inquit "ubinam est latro ille? Iam faciam ut sentiat quos viros attemptaverit!". Tunc, qui depugnaverat: "Nunc venis me auditurus, pessume? Cur modo fugisti nec saltem verbis istis animum meum confirmavisti? Nunc condem ferrum et linguam pariter futilem ut possis alios te ignorantes fallere; ego, qui vidi te tantis viribus fugientes, scio fidem tuam certam non esse cuiquam. " Haec narratio docet illum dubia re saepe fugere qui in rebus secundis fortis est.
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Habebat quidam filiam turpissimam
Idemque insignem pulchra facie filium.
Hi, speculum in cathedra matris ut positum fuit,
Pueriliter ludentes forte inspexerunt.
Hic se formosum iactat: illa irascitur
Nec gloriantis sustinet fratris iocos,
Accipiens, quid enim? cuncta in contumeliam.
Ergo ad patrem decurrit laesura invicem
Magnaque invidia criminatur filium,
Vir natus quod rem feminarum tetigerit.
Amplexus ille utrumque et carpens oscula
Dulcemque in ambos caritatem partiens:
"Cotidie" inquit "speculo vos uti volo:
Tu formam ne corrumpas nequitiae malis;
Tu faciem ut istam moribus vincas bonis".
Un uomo aveva una figlia bruttissima, e aveva anche un figlio che si notava per il suo bell'aspetto. Questi due bambini, mentre giocavano, per caso guardarono nello specchio, posato sul seggiolone della madre. L'uno si vanta di essere bello, l'altra si arrabbia e non sopporta gli scherzi del fratello che si pavoneggia, prendendo tutto - non è naturale? - in mala parte. Si precipita perciò dal padre, decisa di offendere a sua volta il fratello e con grande malanimo accusa il ragazzo di avere toccato, lui, un maschio, una cosa da femmina. Il padre abbraccia entrambi, ne coglie i baci, e dividendo fra tutti e due il suo dolce affetto, dice: «Voglio che voi usiate ogni giorno lo specchio: tu per non deturpare la tua bellezza con i segni del vizio, tu per vincere questo tuo aspetto con un comportamento virtuoso
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Quicumque t dignitatem pristinam amisit, ignavis etiam iocus est in casu gravi. Defectus annis et desertus viribus leo cum iaceret spiritum extremum trahens, aper fulmineis spumans venit dentibus, et vindicavit ictu veterem iniuriam. Infestis taurus mox confodit cornibus hostile corpus. Asinus, ut vidit ferum impune laedi, calcibus frontem extudit. At ille exspirans 'Fortis indigne tuli mihi insultare: Te, Naturae dedecus, quod ferre certe cogor bis videor mori'.
Chiunque ha perso l'antico prestigio, è gioco per gli ignavi in una situazione grave. Spossato dagli anni e abbandonato dalle forze mentre il leone giaceva tirando l'ultimo respiro, il cinghiale spumeggiando giunse con i denti fulminei; e con un colpo vendicò una antica ingiuria. Subito con le corna minacciose il toro trapassò il corpo nemico. L'asino, come vide che la fiera era colpita impunemente, coi calci spaccò la fronte. Ma lui spirando : " Mal sopportai che i forti mi insultassero. Poichè son costretto a sopportare te, disonore della Natura, sembro morire due volte. "
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Un dì gli Dei scelsero le piante che desideravano (fossero) sotto la loro tutela. La quercia piacque a Giove, ma il mirto (piacque) a Venere, ad Apollo (piacque) l’alloro, il pino (piacque) a Opi, l’alto pioppo (piacque) ad Ercole. Minerva, sbalordendosi, domandò perché scegliessero le (piante) sterili. Giove rispose (qual era) il motivo di quella scelta: “Perché non sembriamo vendere l’onore per il frutto!” “Ma, per Ercole, narrerà quello che ognuno vorrà, a noi l’olivo è più gradito per il frutto!” Così allora il padre degli Dei e creatore degli uomini affermò: “O figlia, giustamente sei detta saggia da tutti! Se non è utile ciò che facciamo, la gloria è sciocca. ” La favola insegna che non fa nulla ciò che non giova.