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Cum signum Dianae, quod erat apud Segestanos summa religione, Verres praetor vidisset, quasi illa face, quam statua manu dextra praeferebat, percussus esset, flagrare amentia atque cupiditate eam possidendi coepit. Imperat magistratibus civitatis ut eam demoliantur et sibi dent; nihil sibi gratius esse ostendit. Illi vero dicebant sibi id nefas esse seseque summa religione et summo metu legum et iudiciorum teneri. Cum Verres nihilo remissius atque etiam multo vehementius instaret quotidie, res agitur in senatu Segestanorum. Itaque illo tempore denegaturet vehementer ab omnibus reclamatur. Postea Verres quidquid erat maximi oneris in frumento imperando Segestanis imponebat, aliquanto amplius quam pro eorum opibus. Praeterea magistratus eorum convocabat; optimum quemque et nobilissimum ad se arcessebat; sigillatim unicuique se calamitati fore denuntiabat, universis se funditus eversurum esse illam civitatem minabatur. Itaque aliquando, multis malis maioreque metu victi, Segestani praetoris imperio quam celerrime parendum esse decreverunt.
Quando il pretore Verre vide la statua di Diana, che era presso i Segestani di grandissima venerazione come se fosse stato colpito da quella torcia che la statua teneva nella mano destra, iniziò a bruciare di follia e smania di possederla. Ordina ai magistrati della città di tirarla giù dal piedistallo e di dargliela; fece capire che nulla gli era più gradito. Quelli però dicevano che la cosa era per loro empia e che erano frenati da un profondo scrupolo religioso e dal grandissimo timore delle leggi e dei giudizi. Siccome Verre ogni giorno incalzava, in modo per nulla più pacato anzi addirittura con più insistenza, la situazione fu discussa nel senato dei Segestani. Dunque in quella circostanza gli fu detto di no e si protestò da parte di tutti violentemente. Successivamente Verre nell'ordinare di consegnare il frumento imponeva ai Segestani qualunque cosa fosse di massimo peso, alquanto al di sopra delle loro possibilità. Inoltre convocava i loro magistrati; chiamava presso di sè tutti i cittadini più autorevoli e nobili annunciava con fare minaccioso singolarmente a ciascuno che egli sarebbe stato di grave danno, a tutti minacciava che avrebbe abbattuto quella città dalle fondamenta. Perciò un giorno, piegati da molte prepotenze e più grande paura, i Segestani decisero che si dovesse obbedire il più velocemente possibile all'ordine del pretore.
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Indiciis expositis atque editis, Quirites, senatum consului, de summa re publica quid fieri placeret. Dictae sunt a principibus acerrimae ac fortissimae sententiae, quas senatus sine ulla varietate est secutus. Et quoniam nondum est perscriptum senatus consultum, ex memoria vobis, Quirites, quid senatus censuerit, exponam. Primum mihi gratiae verbis amplissimis aguntur, quod virtute, consilio, providentia mea res publica maximis periculis sit liberata. Deinde L. Flaccus et C. Pomptinus praetores, quod eorum opera forti fidelique usus essem, merito ac iure laudantur. Illud perficiam profecto, Quirites, ut ea, quae gessi in consulatu, privatus tuear atque ornem, ut, si qua est invidia in conservanda re publica suscepta, laedat invidos, mihi valeat ad gloriam. Denique ita me in re publica tractabo, ut meminerim semper, quae gesserim, curemque, ut ea virtute, non casu gesta esse videantur. Vos, Quirites, quoniam iam est nox, venerati Iovem illum, custodem huius urbis ac vestrum, in vestra tecta discedite et ea, quamquam iam est periculum depulsum, tamen aeque ac priore nocte custodiis vigiliisque defendite. Id ne vobis diutius faciundum sit, atque ut in perpetua pace esse possitis, providebo.
Verbalizzate e lette le doposizioni o Quiriti, ho richiesto al sendato che decisioni intendesse adottare nell'interesse dello stato. I primi ad intervenire si sono espressi con durezza massima e la loro posizione è stata approvata all'unanimità dal senato. Dal momento che non è stato ancora redatto il verbale O quiriti, vi dirò a memoraria cià che il senato decise. Primi si rivolgono a me con grandissime parole di grazia, perché con virtù, intelligenza e previdenza lo stato è stato liberato dai grandi pericoli. Poi vengono lodati i pretori Lucio Flacco e Caio Promtino per forza e lealtà, dei quali feci uso della lora opera fortte e fedele. Farò subito in modo, o Quiriti, che quelle imprese che ho gestito nel consolato io tuteli ed onori da privato, affinchè, se venisse sollevata una qualche critica nella conduzione della salvezza della Repubblica, essa ricada sui detrattori e si volga a mia gloria. Infine, mi comporterò nella Repubblica in modo da ricordare sempre che le cose che ho gestito e curate appaiano trattate non dal caso, ma da quel valore. E voi, Quiriti, poiché già annotta, dopo aver venerato Giove, custode vostro e di questa città, tornate nelle vostre case e, benchè il pericolo sia ormai scacciato, tuttavia, al pari della notte precedente, difendetele con custodi e sentinelle. Provvederò affinché non sia necessario lo facciate più a lungo, perché possiate restare in perpetua pace.
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M. Atilius Regulus, cum consul iterum in Africa ex insidiis captus esset duce Xanthippo Lacedaemonio, imperatore autem patre Hannibalis Hamilcare, iuratus missus est ad senatum, ut nisi redditi essent Poenis captivi nobiles quidam, rediret ipse Carthaginem. Is cum Romam venisset, utilitatis speciem videbat, sed eam, ut res declarat, falsam iudicavit; quae erat talis: manere in patria, esse domui suae cum uxore, cum liberis, quam calamitatem accepisset in bello communem fortunae bellicae iudicantem tenere consularis dignitatis gradum. Quis haec negat esse utilia? quem censes? Magnitudo animi et fortitudo negat. Num locupletiores quaeris auctores? Harum enim est virtutum proprium nihil extimescere, omnia humana despicere, nihil, quod homini accidere possit intolerandum putare. Itaque quid fecit? In senatum venit, mandata euit, sententiam ne diceret, recusavit; quamdiu iure iurando hostium teneretur, non esse se senatorem. Atque illud etiam, ("O stultum hominem, " dixerit quispiam, "et repugnantem utilitati suae!"), reddi captivos negavit esse utile; illos enim adulescentes esse et bonos duces, se iam confectum senectute. Cuius cum valuisset auctoritas, captivi retenti sunt, ipse Carthaginem rediit, neque eum caritas patriae retinuit nec suorum. Neque vero tum ignorabat se ad crudelissimum hostem et ad exquisita supplicia proficisci, sed ius iurandum conservandum putabat
Marco Attilio Regolo, console per la seconda volta, catturato per mezzo di un'imboscata in Africa, quando era a capo dell'esercito nemico Santippo, generale spartano, e comandante supremo Amileare, padre di Annibale, fu inviato al senato sotto giuramento che sarebbe tornato a Cartagine, se non fossero stati restituiti ai Cartaginesi alcuni nobili prigionieri. Venuto a Roma, egli vedeva l'apparenza dell'utilità, ma, come dichiarano i fatti, la giudicò falsa: e si trattava di restare in patria, in casa propria con la moglie e i figli, conservere il grado della dignità consolare, giudicando la disgrazia patita in guerra come una cosa normale nella fortuna militare. Chi potrebbe affermare che non si tratta di cose utili? Chi pensi che potrebbe farlo? Lo negano la grandezza e la fortezza d'animo. Vai forse in cerca di prove più autorevoli?Caratteristica di queste virtù è il non aver timore di nulla, disprezzare tutte le cose umane, non considerare insopportabile alcuna cosa che possa accadere ad un uomo. Che fece egli, allora? Venne in senato, espose il suo mandato, si rifiutò di esprimere il proprio parere, perché non era senatore, finché era vincolato dal giuramento fatto ai nemici. E affermò persino che non era utile restituire i prigionieri (qualcuno potrebbe dire: "O sciocco, nemico del suo utile!"); infatti quelli - affermava - erano giovani e buoni comandanti, egli era ormai sfinito dalla vecchiaia. Essendo prevalso il suo parere autorevole, i prigionieri furono trattenuti, egli tornò a Cartagine e non lo trattenne né l'amore per la patria né quello per i suoi cari. Eppure egli non ignorava, allora, di andare incontro a un nemico crudelissimo ed a supplizi raffinati, ma pensava che si dovesse mantenere il giuramento.
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Cum signum Dianae, quod erat apud Segestanos summa religione, Verres praetor vidisset, quasi illa face, quam statua manu dextra praeferebat, percussus esset, flagrare amentia atque cupiditate eam possidendi coepit. Imperat magistratibus civitatis ut eam demoliantur et sibi dent; nihil sibi gratius esse ostendit. Illi vero dicebant sibi id nefas esse seseque summa religione et summo metu legum et iudiciorum teneri. Cum Verres nihilo remissius atque etiam multo vehementius instaret quotidie, res agitur in senatu Segestanorum. Itaque illo tempore denegaturet vehementer ab omnibus reclamatur. Postea Verres quidquid erat maximi oneris in frumento imperando Segestanis imponebat, aliquanto amplius quam pro eorum opibus. Praeterea magistratus eorum convocabat; optimum quemque et nobilissimum ad se arcessebat; sigillatim unicuique se calamitati fore denuntiabat, universis se funditus eversurum esse illam civitatem minabatur. Itaque aliquando, multis malis maioreque metu victi, Segestani praetoris imperio quam celerrime parendum esse decreverunt.
Quando il pretore Verre vide la statua di Diana, che era presso i Segestani di grandissima venerazione come se fosse stato colpito da quella torcia che la statua teneva nella mano destra, iniziò a bruciare di follia e smania di possederla. Ordina ai magistrati della città di tirarla giù dal piedistallo e di dargliela; fece capire che nulla gli era più gradito. Quelli però dicevano che la cosa era per loro empia e che erano frenati da un profondo scrupolo religioso e dal grandissimo timore delle leggi e dei giudizi. Siccome Verre ogni giorno incalzava, in modo per nulla più pacato anzi addirittura con più insistenza, la situazione fu discussa nel senato dei Segestani. Dunque in quella circostanza gli fu detto di no e si protestò da parte di tutti violentemente. Successivamente Verre nell'ordinare di consegnare il frumento imponeva ai Segestani qualunque cosa fosse di massimo peso, alquanto al di sopra delle loro possibilità. Inoltre convocava i loro magistrati; chiamava presso di sè tutti i cittadini più autorevoli e nobili annunciava con fare minaccioso singolarmente a ciascuno che egli sarebbe stato di grave danno, a tutti minacciava che avrebbe abbattuto quella città dalle fondamenta. Perciò un giorno, piegati da molte prepotenze e più grande paura, i Segestani decisero che si dovesse obbedire il più velocemente possibile all'ordine del pretore.
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Apud Graecos incredibilis consilii atque ingenii fuisse Themistocles Atheniensis dicitur. De quo mihi venit in mentem praeclarae illius vocis qua respondit, cum olim ad eum accessisset homo quidam, magna quidem doctrina sed magna etiam animi levitate, qui ei artem memoriae, quae in Graecia tum plurimi existimabatur, pollicitus est. Cum Themistocles quaesivisset quid utilitatis illa ars afferre posset, respondit ille doctor eam efficere ut homines, qui eam consecuti essent, omnia semper meminisse possent. Tunc ei respondit Themistocles: " Multo mihi gratius facies, si me docueris oblivisci potius quam meminisse ea quae recordari non velim". Quantum sapientiae in his verbis!Quam acris ingenii fuit ille homo!Arbitrabatur enim multas esse vel iniurias vel contumelias, quarum oblivisci utilius homini esset, multasque etiam res adversas quarum reminisci pergrave est. Pluris enim a sapiente existimatur iniuriarum et rerum adversarum oblivio quam memoria, neque utilius interest " infendum renovare dolorem" veterum casuum, ut ait Vergilius poeta.
Presso i Greci (visse) Temistocle, l' ateniese, (che) a quanto si dice, ebbe incredibile buon senso ed intelligenza. Riguardo quest'uomo mi sovviene alla memoria quella risposta, rimasta molto famosa, ch'egli diede una volta, ad un tizio che - molto colto ma anche piuttosto banale - presentatosi gli promise (di erudirlo nella) l'arte della memoria, che a quel tempo, in Grecia, godeva di un grande prestigio. Quando Temistocle (lo) interrogò sull'utilità ricavabile da tale arte, quel maestro di sapienza (gli) rispose che quella (arte)] rendeva coloro che l'avessero seguita abili a ricordare ogni cosa, e in ogni momento. Al che Temistocle gli ribatté: "Mi faresti un piacere di gran lunga maggiore, se mi insegnassi a dimenticare, piuttosto che a ricordare, ciò che desidererei non ricordare". Che profondità di giudizio si celava in queste parole! Di quanto acuto ingegno fu dotato quell'uomo! Riteneva che molti sono gli oltraggi e i torti, che sarebbe più utile all'uomo dimenticare, e che inoltre molti sono gli affronti, il ricordare i quali è cosa molto gravosa. Il sapiente preferisce la dimenticanza degli oltraggi e delle offese, piuttosto che il ricordo, e che non porta alcuna utilità "rinnovare l'ineffabile dolore", come dice il poeta Virgilio