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Nasica, cum ad poetam Ennium venisset eique ab ostio quaerenti Ennium ancilla dixisset domi non esse, sensit illam domini iussu dixisse et illum intus esse; paucis post diebus cum ad Nasicam venisset Ennius et eum ad ianuam quaereret, exclamat Nasica domi non esse, tum Ennius dixit Quid? Ego non cognosco vocem tuam?
Nasica, essendo andato dal poeta Ennio e l'ancella avendogli detto che chiedeva stando sulla porta che Ennio non era in casa, si accorse che quella disse ciò per ordine del padrone e che quello era dentro, pochi giorni dopo, dopochè Ennio andò da Nasica e chiese alla porta di lui, Nasica esclamò che non era a casa. Allora Ennio: "Che cosa? -disse io - non conosco la tua voce?" Allora Nasica: "Un uomo sfrontato sei: io credendo di te, io credetti alla tua ancella che non eri a casa, tu non mi credi lo stesso?"
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Non recuso, non abnuo; vosque obsecro, iudices, ut vestra beneficia, quae in me contulistis, aut in huius salute augeatis, aut in eiusdem exitio occasura esse videatis His lacrimis non movetur Milo. Est quodam incredibili robore animi. Exsilium ibi esse putat, ubi virtuti non sit locus; mortem naturae finem esse, non poenam. Sed hic ea mente qua natus est. Quid vos, iudices? quo tandem animo eritis? Memoriam Milonis retinebitis, ipsum eicietis? et erit dignior locus in terris ullus qui hanc virtutem excipiat, quam hic qui procreavit? Vos, vos appello, fortissimi viri, qui multum pro re publica sanguinem effudistis: vos in viri et in civis invicti appello periculo, centuriones, vosque milites: vobis non modo inspectantibus, sed etiam armatis et huic iudicio praesidentibus, haec tanta virtus ex hac urbe expelletur, exterminabitur, proicietur? O me miserum! O me infelicem! Revocare tu me in patriam, Milo, potuisti per hos: ego te in patria per eosdem retinere non potero? Quid respondebo liberis meis, qui te parentem alterum putant? Quid tibi, Quinte frater, qui nunc abes, consorti mecum temporum illorum? Mene non potuisse Milonis salutem tueri per eosdem, per quos nostram ille servasset? At in qua causa non potuisse? quae est grata gentibus. .. non potuisse? eis qui maxime P. Clodi morte acquierunt: quo deprecante? me.
Non la sfuggo, non la rifiuto, e vi prego, giudici, o di accrescere con la salvezza di costui i benefici di cui mi avete colmato, oppure di porvi fine se decreterete per lui la rovina Milone non si lascia commuovere da queste lacrime - è dotato di straordinaria forza d'animo -; crede che dove non c'è posto per la virtù, ivi sia l'esilio; la morte, per lui, è la fine di un ciclo naturale, non un castigo. Mantenga tale carattere con cui è nato. E allora? Ma come vi comporterete voi, giudici? Serberete il ricordo di Milone, ma lo caccerete di qui? E ci sarà un posto sulla faccia della terra più di questo che gli ha dato i natali, degno di ospitare un tale esempio di virtù? Mi appello a voi, sì, a voi, uomini fortissimi, che avete versato il vostro sangue in difesa dello stato; a voi, dico, centurioni, mi appello e a voi soldati, perché qui c'è un cittadino indomabile che corre un grave pericolo! Sarà scacciato, bandito, gettato fuori da questa città un uomo così valoroso, mentre voi non solo guardate, ma anche presidiate armati questo processo? Ah, me misero, me infelice! Tu, Milone, grazie a costoro hai potuto richiamarmi in patria, mentre a me non sarà possibile farti restare, servendomi del loro aiuto? Che risponderò ai miei figli, che ti considerano un secondo padre? E a te, Quinto, fratello mio, che ora sei lontano, ma hai condiviso con me quelle vicende ? Potrò risponderti che non sono riuscito ad assicurare la salvezza a Milone con l'aiuto di quegli stessi uomini che gli hanno consentito di garantire la mia? In che genere di causa ho fallito? In una causa che aveva il sostegno di tutti. E chi è stato a impedire il nostro successo? Soprattutto chi, con la morte di Publio Clodio, ha ritrovato la serenità. E chi è stato a implorare? Io!
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Non ego iam cum huius vita, qua taetrius miserius detestabilius escogitare nihil possum, Platonis aut Archytae vitam comparabo, doctorum hominum et plane sapientium: ex eadem urbe humilem homunculum a pulvere et radio excitabo, qui multis annis post fuit, Archimedem. Cuius ego quaestor ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, saeptum undique et vestitum vepribus et dumetis indagavi sepulcrum. Tenebam enim quosdam senariolos, quos in eius monumento esse inscriptos acceperam, qui declarabant in summo sepulcro sphaeram esse positam cum cylindro.
Io non paragonerò la vita di Platone o di Archita, uomini colti e assolutamente sapienti, con la vita di questo (uomo), della quale non potrei pensare nulla di più oscuro, infelice e detestabile: risolleverò invece un umile e semplice uomo dalla polvere e dal suo bastoncino proveniente da quella stessa città. Archimede, che lì visse (fu) molti anni dopo. io, (quando ero) questore, scoprii il sepolcro di Archimede non conosciuto dai siracusani, visto che dicevano che non esisteva affatto, circondato da tutte le parti e rivestito di cespugli e rovi. ricordavo infatti alcun senari di poco conto che sapevo che erano stati incisi sulla sua tomba, i quali dicevano che sulla sommità del sepolcro era stata posta una sfera con un cilindro.
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Quattuor robustos filios, quinque filias, tantam domum, tantas clientelas Appius regebat et caecus et senex, intentum enim animum tamquam arcum habebat nec languescens succumbebat senectuti. Tenebat non modo auctoritatem, sed etiam imperium in suos: metuebant servi, verebantur liberi, carum omnes habebant; vigebat in illa domo mos patrius et disciplina. Ita enim senectus honesta est, si se ipsa defendit, si ius suum retinet, si nemini emancipata est, si usque ad ultimum spiritum dominatur in suos. Ut enim adulescentem in quo est senile aliquid, sic senem in quo est aliquid adulescentis probo; quod qui sequitur, corpore senex esse poterit, animo numquam erit.
Quattro figli nel fiore degli anni, cinque figlie, una grande casa, una numerosa clientela: ecco su chi dominava Appio Claudio, ed era cieco e vecchio. Teneva infatti l'animo teso come un arco e non soccombeva alla vecchiaia cedendo all'inerzia. Conservava non solo l'autorità, ma anche il comando sui suoi; i servi lo temevano, i figli lo rispettavano, tutti lo avevano caro; in quella casa vigeva la tradizione e la disciplina dei Padri. La vecchiaia è infatti rispettata soltanto se sa difendersi da sola, se mantiene inalterati i propri diritti, se non si rende schiava di nessuno, se sino all'ultimo respiro esercita il dominio sui suoi. Come infatti approvo il giovane in cui ci sia qualcosa di senile, così il vecchio in cui ci sia qualcosa di giovanile; chi si attiene a tale norma potrà essere vecchio di corpo, ma non lo sarà mai di spirito.
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Me miserum o me infelicem! Revocare tu me in patriam, Milo potuisti ego te in patria retinere non potero? Quid respondebo liberis meis qui te parentem alterum putant? Quid tibi, Quinte frater, ...
Oh me disgraziato, me infelice! Tu, Milone, mi potresti richiamare in patria, io non ti potrò trattenere in patria? Che risponderò ai miei figli, che ti reputano un altro padre? Cosa a te, Fratello Quinto, ora assente, partecipe con me di quei tempi? Che non ho potuto proteggere la salvezza di Milone? Non vogliate, vi prego, lasciare che il ritorno mi sia più amaro di quanto sia stata la partenza! Infatti come posso credermi reintegrato, se sono distaccato da quelli a cui debbo la mia reintegrazione? Magari P. Clodio non solo vivesse, ma fosse anche pretore, console, dittatore, piuttosto che vedere un tale spettacolo! 0 dei immortali, O uomo forte che dovete preservare, giudici! "No, no-dice- che quell'individuo abbia pur scontato il castigo meritato; noi sottostiamo a pene immeritate, se così è necessario" Quest'uomo nato per la patria morrà in qualche luogo che non sia la patria? Conserverete le testimonianze di questo coraggio e permetterete che il suo sepolcro non sia in Italia? Beata quella terra, che ospiterà tale uomo, ingrata questa, se lo scaccerà, |misera se lo perderà!