- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Vecchiaia vegeta e sana
Autore: Cicerone
Videtisne ut apud Homerum saepissime Nestor de virtutibus suis praedicet? Tertiam iam enim aetatem hominum videbat, nec erat ei verendum ne, vera praedicans de se, nimis videtur aut insolens aut loquax. tenim ut ait Homerus, "Ex eius lingua melle dulcior fluebat oratio", quam ad suavitatem nullis egebat corporis viribus. Et enim dux ille Graeciae nusquam optat ut Aiacis similis habeat decem, sed ut Nestoris; quod si sibi acciderit, non dubitat quin brevi sit Troia peritura. Sed redeo ad me. Quartum ago annum et octogesimum; vellem equidem idem possem gloriari quod Cyrus, sed tamen hoc queo dicere, non me quidem eis esse viribus, quibus aut miles bello Punico aut quaestor eodem bello aut consul in Hispania fuerim aut quadriennio post, cum tribunus militaris depugnavi apud Thermopylas M'. Glabrione consule; sed tamen, ut vos videtis, non plane me enervavit, non adflixit senectus, non curia vires meas desiderat, non rostra, non amici, non clientes, non hospites
Vedete che presso Omero Nestore si vantava molto spesso delle sue virtù ? Vedeva già infatti la terza generazione di uomini, e non doveva temere che, vantandosi di cose vere, sembrasse o troppo insolente o troppo loquace. E infatti, come dice Omero : "Il discorso fluiva dalla sua lingua più dolce del miele". Per tale dolcezza non aveva bisogno di nessuna forza del corpo. Tuttavia quel famoso comandante della Grecia in nessun luogo preferisce avere dieci (condottieri) simili ad Aiace, ma a Nestore; che se ciò gli accadesse, non ha dubbi che in breve tempo Troia sarebbe caduta. Ma ritorno a me. Vado per gli ottantaquattro anni e vorrei davvero vantarmi come Ciro: ma almeno posso dire questo, che, anche se non ho più le forze di quando ero soldato semplice nella guerra punica o questore nella stessa guerra o console in Spagna o, quattro anni dopo, di quando ho combattuto strenuamente alle Termopili come tribuno militare sotto il console Manlio Acilio Glabrione, nonostante ciò, come vedete, la vecchiaia non mi ha tolto il nerbo, non mi ha messo a terra, e non lamentano l'assenza delle mie forze il senato, i rostri, i clienti, gli ospiti
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
tardo interesse per la filosofia a Roma per la filosofia
Sapientiae studium vetus id quidem in nostris, ... disciplinam, vita magis quam litteris persecuti sunt.
Lo studio della filosofia è bensì antico in mezzo ai Nostri, ma tuttavia io non trovo chi possa indicare per nome prima dell'età di Lelio e di Scipione. Quando essi erano giovani gli Ateniesi mandarono ambasciatori al senato lo stoico Diogene e l'accademico, Cameade. Essi non avevano mai toccato alcun ramo di politica ed erano il primo babilonese e il secondo cirenaico; per fermo non sarebbero stati tratti dalle loro scuole e deputati all'ambasceria, se a quei tempi non fossero fioriti presso alcuni nostri concittadini primari gli studi filosofici. . I Romani mettevano per iscritto ogni altro ramo scientifico, chi il diritto civile, chi le proprie orazioni, chi le memorie delle gesta degli antenati; questa, ch'è la più grande di tutte le scienze, la norma di ben vivere, la esercitarono praticamente più che scriverne
Appio Claudio ricorda a Clodia le sue responsabilità nei confronti della famiglia (Versione cicerone
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Appio Claudio ricorda a Clodia le sue responsabilità nei confronti della famiglia
Autore: Cicerone
Tuttavia o chiederò anzitutto a lei stessa se preferisce che io la tratti severamente, gravementee all'antica, o scherzosamente con dolcezza e urbanità. Se in quel costumee maniera grave, io dovrò richiamare in vita qualche veneranda barba, non quelle barbette di cui lei suole compaicersi, ma di quelle barbe incolte che vediamo nelle statue nei busti antichi, che strapazzi la donnae che parli affinché non se la prenda con me. Venga dunque qualcuno della sua stessa famiglia primo fra tutti quel famoso Cieco, che del non poterla vedere non proverà alcun dolore. Se egli resusciterà si comporterà e parlerà così: "Donna, che hai tu in comune con Celio, con un giovinetto, con un estraneo? Perchè tu gli sei stata così intima da prestargli l'oro, o così nemica da temerne il veleno? Non hai visto tuo padre, non hai sentito che tuo zio, tuo nonno, il tuo bisnonno, il tuo trisavolo, il tuo avo del bisavolo sono stati consoli; non sapevi di essere stata moglie di Quinto Metelli, uomo acutissimo fortissimo e molto amante della patria, che appena fuori di casa sua, era ritenuto superiore ad ogni altro cittadino per virtù, per gloria, per decoro.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Mi odino purchè mi temano! versione latino Cicerone traduzione dal libro Primus libe
Gallis Graecisque aliquot uno tempore condemnatis Caligola gloriabatur Gallo Graecim se subegisse. Non in quemquam nisi crebris et ...
Poiché in una volta sola aveva condannato numerosi Galli e Greci, si vantava di aver sottomesso la Gallo Grecia. Non tollerò che si infierisse verso alcuno se non con piccole e frequenti ferite, secondo la ormai nota e continua raccomandazione: "Sia ferito in modo tale che si accorga di morire". Quando per errore di nome fu ucciso un condannato diverso da quello designato, egli disse pure che tutti e due avevano meritato la stessa pena. Ripeteva spesso quello detto contenuto in una tragedia: "Provino pure odio per me, purché mi temano".
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Una lettera piena d'amore coniugale
Autore: Cicerone
Versione dal libro NOVA LEXIS
Esercizio: n° 90 pagina 91
Libro: Nova Lexis Plus
Autore: Cicerone
Inizio: Accepi ab Aristocrito tres epistulas, quas ego lacrimis prope delevi...
Fine: Spes autem salutis pretenuis ostenditur.
Ho ricevuto da Aristocrito tre lettere, che io ho quasi cancellato con le lacrime; mi struggo infatti nella tristezza, o mia Terenzia, così le mie sventure mi tormentano più delle tue e delle vostre, io invece con questo sono più infelice di te che sei molto sventurata, perché la medesima disgrazia è comune di entrambi, ma la colpa è solo mia. Sarebbe stato mio dovere o di evitare il pericolo o di resistere con diligenza e con dei mezzi o di cadere coraggiosamente: per noi niente fu più meschino, più turpe e più indegno di questo. Per cui sono afflitto tanto dal dolore, quanto anche dalla vergogna, infatti io mi vergogno di non aver mostrato virtù e zelo alla mia ottima moglie e ai miei dolcissimi figli; infatti mi stanno davanti agli occhi giorno e notte la vostra desolazione e la tristezza e il tuo incerto stato di salute, mentre mi sembra molto debole la speranza di salvezza.