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Ut fit in proelio, ut ignavus miles ac timidus, simul ac viderit hostem, abiecto scuto fugiat, quantum possit, ob eamque causam pereat non numquam etiam integro corpore, cum ei qui steterit, nihil tale evenerit, sic qui doloris speciem ferre non possunt, abiiciunt se atque ita adflicti et exanimati iacent; qui autem restiterunt, discedunt saepissime superiores. Sunt enim quaedam animi similitudines cum corpore. Ut onera contentis corporibus facilius feruntur, remissis opprimunt, simillime animus intentione sua depellit pressum omnem ponderum, remissione autem sic urgetur, ut se nequeat extollere. Et, si verum quaerimus, in omnibus officiis persequendis animi est adhibenda contentio; ea est sola offici tamquam custodia. Sed hoc idem in dolore maxime est providendum, ne quid abiecte, ne quid timide, ne quid ignave, ne quid serviliter muliebriterve faciamus, in primisque refutetur ac reiiciatur Philocteteus ille clamor. Ingemescere non numquam viro concessum est, idque raro, eiulatus ne mulieri
Come accadde in un combattimento che un soldato pavido e apuroso non appena abbia visto i nemici, gettato lo scudo, fugga quanto possa e che muoia per questo motivo così, coloro che non possono sopportare l'aspetto del dolore, si lasciano abbattere e così giacciono afflitti e senza forza; invece coloro che resistettero, molto spesso risultano più forti. Infatti esistono alcune somiglianze tra l'anima e il corpo. Come i pesi sono portati più facilmente quando i corpi sono tesi e invece quando sono rilassati sono opprimenti, in modo molto simile l'animo si muove con la sua tensione il peso del dolore, invece è così tormentato dalla distensione da non potersi riprendere. E, se cerchiamo il vero, nell'eseguire tutti i doveri si deve utilizzare la tensione dell'animo; questa è per così poco dire la sola protezione del dovere. Ma nel dolore ci si deve preoccupare soprattutto di ciò, cioè di non far qualcosa con paura, con cotardia e non in modo servile come una donna
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Cum urbem constituisset, quam e suo nomine romam iussit nominari, Romulus ad firmandam civitatem et ad muniendas opes regni sui novum quoddam consilium secutus est. cum enim ludos anniversarios in circo Consualia facere instituisse, Sabinas honesto ortas loco virgines, quae romam ludorum gratia venissent, rapi iussit a nonnullis romaniis iuvenibus ac in familiarum amplissimarum matrimoniis conlocari. Qua ex causa cum bellum romanis sabini in tulissent proeliique certamen varium atque anceps fuisset, romulus cum tito tatio, rege sabinorum, foedus icit, matronis ipsis, quae raptae erant, orantibus; quo foedere et sabinos in civitatem adscivit sacris conmunicatis et regnum suum cum illorum rege sociavit.
Cliccando qui trovi invece il ratto delle Sabine di Livio
Romolo decise, dopo aver fondato la città, che si chiamasse Roma dal suo nome, (ne) seguì per rafforzare la città e per proteggere le ricchezze del suo regno una specie di nuova assemblea. Dopo aver deciso di organizzare i giochi annuali in onore del dio Corso ordinò quindi di far rapire da alcuni giovani romani le vergini Sabine nate da famiglie nobili, che erano venute a Roma per i giochi e di darle in matrimonio a famiglie grandissime. Per questo motivo dopo che i Sabini ebbero cominciato la guerra contro i Romani e poiché le battaglie erano una lotta mutevole e ambigua, Romolo con Tito Tazio, concluse un alleanza, pregando le stesse matrone, che erano state rapite; con le quali accettò di allearsi dopo aver ammesso i Sabini a partecipare ai culti religiosi e dopo aver associato il suo regno con il loro re. seconda versione Dopo aver fondato la città, che ordinò fosse chiamata Roma dal suo stesso nome, Romolo, al fine di fortificare la città e proteggere le opere del suo regno si attenne a un certo piano. Avendo infatti decretato che le feste in onore del dio agricolo Conso si facessero nel circo, ordinò che le vergini Sabine, giunte da un luogo dignitoso, e venute a Roma a motivo delle feste, fossero rapite da parecchi giovani romani e che fossero unite in matrimoni con famiglie nobilissime. Avendo per questo motivo i sabini dichiarato guerra ai romani ed essendo vario e incerto l’esito della battaglia, Romolo stipulò un patto con Tito Tazio, re dei Sabini, in seguito alle suppliche delle stesse donne sposate che erano state rapite. In base a questo trattato, Romolo ammise anche i Sabini nella città ai riti sacri condivisi e spartì il suo regno con il re di quelli.
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Sunt autem duo crimina, auri et veneni; in quibus una atque eadem persona versatur. Aurum sumptum a Clodia, venenum quaesitum, quod Clodiae daretur, ut dicitur. Omnia sunt alia non crimina, sed maledicta, iurgi petulantis magis quam publicae quaestionis. "Adulter, impudicus, sequester" convicium est, non accusatio; nullum est enim fundamentum horum criminum, nulla sedes; voces sunt contumeliosae temere ab irato accusatore nullo auctore emissae. Horum duorum criminum video aucto rem, video fontem, video certum nomen et caput. Auro opus fuit; sumpsit a Clodia, sumpsit sine teste, habuit, quamdiu voluit. Maximum video signum cuiusdam egregiae familiaritatis. Necare eandem voluit; quaesivit venenum, sollicitavit quos potuit, paravit, locum constituit, attulit. Magnum rursus odium video cum crudelissimo discidio exstitisse. Res est omnis in hac causa nobis, iudices, cum Clodia, muliere non solum nobili, sed etiam nota; de qua ego nihil dicam nisi depellendi criminis causa. Sed intellegis pro tua praestanti prudentia, Cn. Domiti, cum hac sola rem esse nobis. Quae si se aurum Caelio commodasse non dicit, si venenum ab hoc sibi paratum esse non arguit, petulanter facimus, si matrem familias secus, quam matronarum sanctitas postulat, nominamus. Sin ista muliere remota nec crimen ullum nec opes ad oppugnandum Caelium illis relinquuntur, quid est aliud quod nos patroni facere debeamus, nisi ut eos, qui insectantur, repellamus?
Ma le accuse sono due: l'oro ed il veleno; né l'una né l'altra si trova una persona. L'oro preso da Clodia, il veleno cercato per essere dato a Clodia, così si dice. Tutte le altre non sono accuse ma maldicenze, più adatte ad una disputa sfacciata che ad un tribunale. 'Adulterio, svergognato, corrottò sono insulti, non accuse. Non c'è nessun fondamento di queste colpe, nesssuna base; sono voci che insultano a vanvera emesse da un accusatore in preda all'ira, sostenitore di niente. Di queste due accuse, invece, io vedo l'ispiratore, vedo la fonte; vedo una persona ben determinata, una testa. Occorreva dell'oro: l'ha preso Clodia, l'ha preso senza testimoni, l'ha tenuto per tutto il tempo che ha voluto. Ecco qua la prova lampante d'una intimità davvero fuori dal comune. Poi decise di ammazzarla: ha cercato il veleno, ha seccato quanti poteva, se l'è procurato, ha fissato il luogo, lo ha portato. Prova a sua volta lampante di odio profondo, concepito con quella rottura così crudele. In questo processo, giudici, è sempre e solo con Clodia che abbiamo che fare: con una donna non solo famosa ma famigerata. Ma di lei non intendo fare parola se non per ribattere le accuse. D'altra parte tu, Gneo Domizio, accorto come sei, comprendi perfettamente che solo con questa donna noi abbiamo a che fare. Ebbene, se costei non depone di aver prestato l'oro a Marco Celio, se non l'accusa d'essersi procurato il veleno per lei, la nostra condotta è certo inqualificabile: fare il nome di una matrona romana quando il rispetto che si deve a onorate donne non lo consente! Se invece, tolta di torno questa donna, non restano più agli accusatori né un solo capo d'accusa né mezzi per attaccare Marco Celio, che altro dovremmo fare, noi difensori, se non ribattere a quanti si accaniscono contro di lui?
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Etiam in rebus prosperis et ad voluntatem nostram fluentibus superbiam magnopere, fastidium arrogantiamque fugiamus. Nam, ut adversas res, sic secundas immoderate ferre levitatis est, praeclara est aequabilitas in omni vita et idem semper voltus eademque frons, ut de Socrate accepimus. Philippum, Macedonum regem, rebus gestis et militari gloria a filio superatum, facilitate et humanitate video superiorem fuisse; itaque pater semper magnus, filius saepe turpissimus, ita ut recte videantur praecipere qui monent ut, quanto superiores simus, tanto nos geramus submissius. Panaetius philosophus Africanum auditorem et familiarem suum ait solitum fuisse dicere «ut equos, propter crebras contentiones proeliorum ferocitate exsultantes, domitoribus tradere soleant domini, ut iis facilioribus possint uti, sic homines secundis rebus effrenatos sibique praefidentes, tamquam in gyrum rationis et doctrinae duci oportere, ut perspicerent rerum humanarum imbecillitatem varietatemque fortunae».
Anche nelle circostanze favorevoli e in quelle che procedono secondo il nostro desiderio, evitiamo vivamente la superbia, l’arroganza e la presunzione. Infatti, è segno di superficialità affrontare senza misura le avversità, così come i successi, è lodevole l'equanimità in ogni circostanza della vita, ed anche la stessa espressione e la stessa fronte, come abbiamo appreso riguardo a Socrate. Noto che Filippo, re dei Macedoni, superato dal figlio nelle imprese e nella gloria militare, gli fu superiore in benevolenza ed in umanità; pertanto, il padre (fu) sempre grande, il figlio (fu) spesso scellerato, cosicché sembrano suggerire giustamente quelli che ci esortano a comportarci tanto più umilmente quanto più siamo in posizione di superiorità. Il filosofo Panezio riferisce che l’Africano, suo amico e discepolo, solesse dire «come i padroni sogliono affidare i cavalli, che esultano di fierezza per i frequenti scontri dei combattimenti, ai domatori, per poterli avere più docili, così occorre che gli uomini, eccitati dal favore della sorte e troppo fiduciosi in se stessi, vengano per così dire riportati sulla pista della ragione e della disciplina, affinché comprendano la precarietà delle cose umane e la mutevolezza della sorte».
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Ut ad illud sacrarium redeam, signum erat hoc quod dico Cupidinis e marmore; ex altera parte Hercules egregie factus ex aere. Is dicebatur esse Myronis, ut opinor, et certe. Item ante hos deos erant arulae, quae cuivis religionem sacrarii significare possent; erant aenea duo praeterea signa non maxima, verum eximia venustate, virginali habitu, quae manibus sublatis sacra quaedam, more Atheniensium virginium, reposita in capitibus sustinebant, Canephoroe ipsae vocabantur; sed earum artificem quem?quemnam?Recte admones: Polyclitum esse di dicebant. Messanam ut quisque nostrum venerat haec visere solebat: omnibus haec ad visendum patebant cotidie; domus erat non domino magis ornamento quam civitati. Haec omnia, quae dixisigna, iudices, ab Heio, e sacrario Verres abstulit; nullum, inquam, horum reliquit neque aliud ullum tamen praeter unum pervetus ligneum, bonam fortunam, ut opinior, eam iste habere domi suae noluit.
Per parlare di quel sacrario c'era questa statua in marmo di Cupido, di cui dico; sull'altro lato c'era un Ercole di ottima fattura, in bronzo. Esso era detto essere di Mirone, come credo, anzi, (è) certo. Di poi, davanti a queste divinità c'erano dei piccoli altari, che potrebbero testimoniare a chiunque la santità del sacrario. C'erano, inoltre, due statue in bronzo, non molto grandi, tuttavia di raffinata bellezza, raffiguranti delle fanciulle in abito verginale, che - con le mani sollevate - portavano in testa certi oggetti sacri, secondo l'usanza delle fanciulle ateniesi. Le stesse venivano dette "canefore" Ma chi, chi mai, (fu) il loro artefice? suggerisci giusto! (a quanto) dicevano, era Policleto. Quando chiunque dei nostri giungeva (era giunto) a Messina, era solito contemplare queste; esse, ogni giorno, si mostravano per essere viste a tutti; la casa era di lustro non più al proprietario che alla città, Tutte queste statue, che ho menzionato, o giudici, Verre le rubò ad Eio, dal sacrario. Di queste, ribadisco, non ne risparmiò alcuna, nessuna ad eccezione di una, molto antica, in legno, (raffigurante) la Buona Sorte, credo, che codesto non (le) volle avere a casa sua,