- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Rerum scriptores tradunt M. Tullium Ciceronem suum genus duxisse a Tullio Accio, Voscorum rege. Adhuc puer, ut constat, ductus a patre in Urbem, claris magistris traditus est, ut optimas ab iis artes disceret. Adulescens eloquentiam et libertatem suam in Rosciano iudicio ostendit; quare invidiam Sillanorum, qui rei publicae praeerant, sibi conflavit. Itaque, ut vitae periculum vitaret, Athenas, Atticae totiusque Graeciae clarissimam urbem, se contulit, ubi Antiochum, praestantissimum philosophum, audire voluit. Postea, cum Romam rediisset et consul creatus esset, coniuratione Catilinae detecta, omnes conscios morte punivit; qua re paulo post in exilium pulsus est, unde Pompei opera domum revocatus est. Post civile bellum Cicero, qui Marco Antonio vehementissime atque adsidue adversatus erat, ab eius satellitibus Formiis occisus est eiusque caput ad saevissimum illum inimicum delatum est.
Gli scrittori tramandano che Marco Tullio Cicerone abbia derivato la sua stirpe da Tullio Accio, re dei Volsci. Ancora fanciullo, come risulta, condotto dal padre a Roma, fu affidato a famosi maestri per imparare da loro le ottime arti. Adolescente dimostrò la sua eloquenza e liberalità nel processo di Roscio; per questo si attirò l’invidia dei Sillani, i quali erano a capo dello stato. Così, per evitare il pericolo di vita, si portò ad Atene, città famosissima dell’Attica e di tutta la Grecia, dove volle ascoltare Antioco, filosofo molto insigne. Poi, ritornato a Roma ed eletto console, scoperta la congiura di Catilina, punì con la morte tutti i congiurati; per questo poco dopo fu mandato in esilio, da cui fu richiamato in patria per opera di Pompeo. Dopo la guerra civile Cicerone, che si era opposto sempre e con veemenza a Marco Antonio, fu ucciso a Formia dai suoi sicari e la sua testa fu portata al suo crudelissimo nemico.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Saepe ex socero meo audivi, cum is diceret socerum suum Laelium semper fere cum Scipione solitum rusticari eosque incredibiliter repuerescere esse solitos, cum rus ex urbe tanquam e vinculis evolavissent. Non audeo dicere de talibus viris, sed tamen ita solet narrare Scaevola, conchas eos et umbilicos ad Caietam et ad Laurentum legere consuesse et ad omnem animi remissionem ludumque descendere. Sic enim res se habet ut, quem ad modum volucres videmus effingere et construere nidos, easdem autem, cum aliquid effecerint, levandi laboris sui causa passim ac libere solutas opere volitare, sic nostri animi negotiis forensibus atque urbano opere defessi gestiant ac volitare cupiant vacui cura ac labore.
Ho udito spesso da mio suocero, quando egli raccontava che suo suocero Lelio quasi sempre con Scipione era solito esprimersi da contadino e che loro erano soliti giocare incredibilmente come bambini, quando scappavanoi dalla città come da una prigione per correre in campagna. Non oso parlare su tali uomini, ma tuttavia così è solito narrare Scevola, che essi erano soliti raccogliere le conchiglie e i testacei vicino a Gaeta e a Laurento abbandonarsi ad ogni distrazione e svago dell’animo. La situazione sta infatti in questi termini, che, come vediamo che gli uccelli modellano e costruiscono nidi, ma poi essi stessi, dopo aver completato qualcosa, al fine di alleggerire la propria fatica, svolazzano di qua e di là liberamente, liberi dal lavoro; allo stesso modo, i nostri animi, liberi dagli impegni politici e dal lavoro cittadino, gioiscono e desiderano vagare liberi da preoccupazione e fatica.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
SULLA NATURA DELLE LETTERE
Autore: Cicerone
versione da NOVE P. 103 n.16
Non è questa la tua versione? Prova a vedere se è quest'altra
Sulla natura delle lettere - versione latino di Cicerone
Sai bene che esistono molti tipi di lettere; ma è sicurissima la causa per la quale questo oggetto sia stato inventato, (e cioè) al fine di informare gli assenti, se ci fosse qualcosa che sia importante, per noi o per loro stessi, che essi conoscano. Non aspettarti da me, partito, lettere di questo genere: infatti (per) dei tuoi affari hai sotto di te i domestici e i segretari e i messi; nei miei affari invece non c'è assolutamente niente di nuovo. Ci sono altri due generi di lettere, che mi dilettano molto: uno cordiale e scherzoso, l'altro serio e grave. Quale dei due mi convenga utilizzare meno, non lo so. Forse potrei scherzare con te attraverso le lettere? Per Ercole non penso di essere un cittadino che possa ridere in questi tempi (di questi tempi). O forse dovrei scrivere qualcosa di più serio? Cosa c'è che possa essere scritto seriamente da Cicerone a Curione, se non riguardo allo Stato? Quindi né oso scrivere le cose che penso, né voglio scrivere quelle che non penso. Per cui, poiché non mi è rimasto nessun argomento di scrittura, esorto te all'impegno verso l'azione più elevata (le azioni più elevate); non faccio questo per infiammare te, ma per dimostrare il mio amore.- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Nolite arbitrari, O mihi carissimi filii, me, cum a vobis discessero, nusquam aut nullum fore. Nec enim, dum eram vobiscum, animum meum videbatis, sed eum esse in hoc corpore ex eis rebus quas gerebam intellegebatis. Eundem igitur esse creditote, etiamsi nullum videbitis. Nec vero clarorum virorum post mortem honores permanerent, si nihil eorum ipsorum animi efficerent, quo diutius memoriam sui teneremus. Mihi quidem numquam persuaderi potuit animos, dum in corporibus essent mortalibus, vivere, cum excessissent ex eis, emori, nec vero tum animum esse insipientem, cum ex insipienti corpore evasisset, sed cum omni admixtione corporis liberatus purus et integer esse coepisset, tum esse sapientem. Atque etiam cum hominis natura morte dissolvitur, ceterarum rerum perspicuum est quo quaeque discedat; abeunt enim illuc omnia, unde orta sunt, animus autem solus nec cum adest nec cum discedit, apparet. Iam vero videtis nihil esse morti tam simile quam somnum. Atqui dormientium animi maxime declarant divinitatem suam; multa enim, cum remissi et liberi sunt, futura prospiciunt. Ex quo intellegitur quales futuri sint, cum se plane corporis vinculis relaxaverint
"Non crediate, miei carissimi figli, che io, una volta dipartito da voi, non sarò in nessun luogo o non sarò più nulla. Infatti, finquando stavo in mezzo a voi, non vedevate la mia anima, ma capivate dalle cose che facevo che essa si trovava in questo corpo; dunque dovrete credere che essa stessa esista, anche se non vedrete nulla. E in verità non perdurerebbero dopo la morte le onoranze verso gli uomini illustri, se le loro stesse anime non facessero niente per farci conservare più a lungo il loro ricordo. Io, poi, non sono mai riuscito a convincermi che le anime, fino a quando risiedono nei corpi mortali, siano vive, mentre quando si dipartono da essi, muoiano, né in verità che l'anima allora diventa priva di senno quando evade da un corpo privo di senno, ma che allora diventa sapiente quando, liberata da ogni mescolanza col corpo, inizia a divenire pura ed integra. E ancora, quando la natura dell'uomo viene disfatta dalla morte, è chiaro dove va a finire ciascuno degli altri costituenti: vanno a finire tutti lì dove hanno avuto origine; soltanto l'anima, invece, non appare né quando è presente né quando è dipartita. Soltanto l'anima, invece, non appare né quando è presente né quando è dipartita. Inoltre vedete che nulla è tanto simile alla morte quanto il sonno; e le anime di coloro che dormono mostrano massimamente la propria natura divina: infatti quando sono rilassate e libere riescono a prevedere molte cose future. _
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
è morto l'amico Marcello Versione di latino di np traduzione dal LIBRO Maiorum lingua pag. 50 n°101
Inizio: Eo die a Marcello disgressus eram. Ego in Beotiam ibam ...
In quel giorno mi ero separato da Marcello: io andavo in Boezia, quello in Italia. Il giorno dopo, verso la decima ora, Publio Postumio stava per navigare da me e mi comunicò che M. Marcello, nostr ocollega ed amico, dopo la cena era stato colpito con un pugnale da Magio Chilone e aveva ricevuto due ferite, una allo stomaco, l'altra al capo. Tuttavia il medico sperava che quello sarebbe guarito. Con il giorno, andai da Marcello. Non lontano da Pireo uno chiavo mi venne incontro con un biglietto in cui era stato scritto che poco prima dell'alba Marcello era morto. Ma io mi diressi vers ola sua casaù; trovai due liberti e pochi schiavi. Fui costretto a riportarlo in città in quella stessa lettiga, sulla quale io stesso ero stato trasportato, e lì ebi cura che gli venisse celebrato un funerale abbastanza sontuoso.