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Observanda lex est, natura congruens, in omnibus insita, quae iubendo ac vetando ad officium vocat. Sunt quaedam officia etiam adversus eos servanda a quibus iniuriam acceperis. Est enim ulciscendi et puniendi modus. Atque in re publica maxime conservanda sunt iura belli. Nam cum sint duo genera decertandi, unum per disceptationem, alterum per vim, cum illud proprium sit hominis, hoc beluarum, confugiendum est ad posterius, si uti superiore non licet.
TRADUZIONE
Si deve osservare la legge, conforme alla natura, impressa in tutti, la quale chiama al dovere comandando e vietando. Si devono conservare anche alcuni doveri contro quelli dai quali avrai ricevuto un torto. Bisogna limitare la vendetta e la punizione. E nei rapporti tra gli stati soprattutto si devono conservare le leggi di guerra. Infatti dovendo decidere con una bataglia in due modi, uno con la ragione. l'altro con la forza, essendo quello proprio de ll'animo, ciò delle belve, si deve ricorrere al secondo, se non è lecito usare il primo.
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De tuo filio, vereor, ne, si nihil ad te scripserim, debitum eius virtuti videar testimonium non dedisse, sin autem omnia, quae sentio, perscripserim, ne refricem meis litteris desiderium ac dolorem tuum; sed tamen prudentissime facies, si illius pietatem, virtutem, industriam, ubicumque eris, tuam esse, tecum esse duces; nec enim minus nostra sunt, quae animo complectimur, quam quae oculis intuemur. Quamobrem et illius eximia virtus summusque in te amor magnae tibi consolationi debet esse et nos ceterique, qui te non ex fortuna, sed ex virtute tua pendimus semperque pendemus, et maxime animi tui conscientia, cum tibi nihil merito accidisse reputabis et illud adiunges, homines sapientes turpitudine, non casu, et delicto suo, non aliorum iniuria commoveri. Ego et memoria nostrae veteris amicitiae et virtute atque observantia filii tui monitus nullo loco deero neque ad consolandum neque ad levandam fortunam tuam: tu si quid ad me forte scripseris, perficiam, ne te frustra scripsisse arbitrere.
A propostio di tuo figlio, sono incerto sull'atteggiamento da tenere: da un lato, se non ti scrivessi nulla, temo di darti l'impressione di non attribuire alla sua virtù la testimonianza che si merita; dall'altro, invece, se ti scrivessi tutto ciò che penso, ho paura con la mia lettera di esarcebare la pena della tua separazione. Ma, comunque, ti comporterai nel modo più assennato se riterrai che la sua devozione filiale, la sua virtù, la sua operosità, appartengono a te e staranno con te in qualunque luogo ti troverai. Perché ciò che riusciamo a comprendere col cuore ci appartiene tanto quanto ciò che possiamo guardare con gli occhi. 5. Perciò le sue eccezionali qualità e il grandissimo affetto per te devono esserti motivo di grande consolazione, così come dobbiamo esserlo io e tutti gli altri tuoi amici, che ti giudicheremo sempre non per quello che hai ma per quello che vali; e come deve esserlo soprattutto la consapevolezza che hai di te stesso, nel momento in cui penserai che nulla ti è accaduto per una tua colpa, e quando a ciò aggiungerai la considerazione che gli uomini saggi possono essere abbattuti soltanto dal disonore, non dalla sfortuna, e da una colpa che hanno commesso veramente, non da una calunnia altrui.
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Trahimur omnes studio laudis, et optimus quisque maxime gloria ducitur. Ipsi illi philosophi, etiam in eis libellis quos de contemnenda gloria scribunt, nomen suum inscribunt: in eo ipso, in quo praedicationem nobilitatemque despiciunt, praedicari de se ac nominari volunt. Decimus quidem Brutus, summus vir et imperator, Acci, amicissimi sui, carminibus templorum ac monumentorum aditus exornavit suorum. iam vero ille, qui cum Aetolis Ennio comite bellavit, Fulvius, non dubitavit Martis manubias Musis consecrare. Qua re in qua urbe imperatores prope armati poetarum nomen et Musarum delubra coluerunt, in ea non debent togati iudices a Musarum honore et a poetarum salute abhorrere. Certe si nihil animus praesentiret in posterum, et si quibus regionibus vitae spatium circumscriptum est, eisdem omnis cogitationes terminaret suas; nec tantis se laboribus frangeret, neque tot curis vigiliisque angeretur, nec totiens de ipsa vita dimicaret. Nunc insidet quaedam in optimo quoque virtus quae noctis ac dies animum gloriae stimulis concitat, atque admonet non cum vitae tempore esse dimittendam commemorationem nominis nostri, sed cum omni posteritate adaequandam.
Tutti quanti siamo presi dal desiderio di successo, anzi più uno è bravo, più è innamorato della gloria. Persino i filosofi pongono il loro nome su quei libri nei quali vanno predicando il disprezzo della gloria: laddove tuonano contro l'encomio e la celebrità vogliono essere encomiati e celebrati. Anche Decimo Bruto, grandissimo uomo e generale, si servì dei versi del suo caro amico Accio per fregiare gli ingressi dei templi e dei monumenti da lui fatti costruire. E quel famoso comandante che combattè assieme a Ennio contro gli Etoli, Fulvio intendo dire, senza esitare consacrò il bottino di guerra alle Muse. Perciò, nella città dove i generali ancora in armi onorarono il nome dei poeti e i templi delle Muse, i giudici togati non dovrebbero rifiutarsi di onorare le dee della poesia e difendere i poeti. Certo, se l'animo non avesse qualche speranza nel futuro e se limitasse tutti i pensieri entro lo spazio in cui è circoscritta la nostra vita, non si logorerebbe in così grandi fatiche, non si tormenterebbe in tanti affanni e veglie, non rischierebbe tante volte la vita. Ma per fortuna negli animi migliori è radicato un impulso che notte e giorno sprona con lo stimolo della gloria e impone di non limitare la memoria del nostro nome al tempo della vita, ma di estenderla alla posterità
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Sed iniustitiae genera duo sunt, unum eorum, qui inferunt, alterum eorum, qui ab is, quibus infertur, si possunt, non propulsant iniuriam. Nam qui iniuste impetum in quempiam facit aut ira aut aliqua perturbatione incitatus, is quasi manus afferre videtur socio; qui autem non defendit nec obsistit, si potest, iniuriae, tam est in vitio, quam si parentes aut amicos aut patriam deserat. Atque illae quidem iniuriae, quae nocendi causa de industria inferuntur, saepe a metu proficiscuntur, cum is, qui nocere alteri cogitat, timet, ne, nisi id fecerit, ipse aliquo afficiatur incommodo. Maximam autem partem ad iniuriam faciendam aggrediuntur, ut adipiscantur ea, quae concupiverunt; in quo vitio latissime patet avaritia.
Vi sono, poi, due tipi d'ingiustizia: l'uno è di coloro che fanno una offesa; l'altro, di quelli che, pur potendo, non la respingono da quanti la subiscono. Difatti, colui che, spinto dall'ira o da qualche altra passione, assale ingiustamente qualcuno, fa come chi metta le mani addosso a un suo compagno; ma chi, pur potendo, non respinge e non contrasta l'offesa non è meno colpevole di chi abbandonasse senza difesa i suoi genitori, i suoi amici, la sua patria. Ed è ben vero che quelle ingiurie che si fanno per deliberato proposito di nuocere, hanno spesso origine dalla paura, quando, cioè, colui che medita di procurare un danno ad un altro, teme che, non facendo cosi, debba subir lui qualche danno. Ma la maggior parte degli uomini sono spinti a danneggiare gli altri per conquistare ciò che stimola in loro un intenso desiderio. E di questo la colpa massima è insita nell'avidità di denaro.
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Nuntium optatissimum accepi, te qaestorem in mea provincia factum esse. Spero te diutius mecum fore: magni enim mihi videtur interesse ad eam necessitudinem quam nobis sors tribuit consuetudinem quoque accedere. Quod ad me Curius, consobrinus tuus, mihi, ut scis, maxime necessarius, quod item C. Vergilius, propinquus tuus, familiarissimus noster, de te accuratissime scripsit, ego magni facio, sicut magni haberi debet hominum amicissimorum diligens commendatio; sed tuae litterae de tua praesertim dignitate et de nostra coniunctione maximi sunt apud me ponderis. Quaecumque a me ornamenta in te venire poterunt, venient, ut omnes intelligant a me habitam esse rationem tuae maiorumque tuorum dignitatis. Sed id facilius consequar si ad me in Ciliciam veneris; quod ego et mea et rei pubblicae et maxime tua interesse arbitror.
Ho ricevuto una notizia molto attesa, che tu sei stato nominato questore nella mia provincia. Spero che tu starai più a lungo con me: infatti mi sembra che sia di grande importanza (magni interesse) che anche (quoque) la frequentazione stretta (consuetudinem) si aggiunga (accedere) a quella vicinanza che il sorteggio ci ha assegnato. Quello che mi ha scritto Curio, tuo cugino, come sai a me molto strettamente legato, allo stesso modo quello che mi ha scritto di te in modo molto accurato Caio Vergilio, tuo congiunto, nostro intimo amico, io lo tengo in grande considerazione, così come deve essere considerata molto la puntuale raccomandazione di uomini molto amici; ma sono di grandissimo peso per me le tue lettere specialmente riguardanti la tua carica e la nostra collaborazione. Tutti gli onori che potranno venire da me verso di te, verranno, affinché tutti comprendano che ho tenuto in considerazione il tuo prestigio e quello dei tuoi antenati. Ma otterrò ciò più facilmente se verrai da me in Cilicia; giudico che questo sia importante sia per me sia per lo stato sia specialmente per te.