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Nos immanes et feras beluas nanciscimur venando, ut et vescamur is et exerceamur in venando ad similitudinem bellicae disciplinae et utamur domitis et condocefactis, ut elephantis, multaque ex earum corporibus remedia morbis et vulneribus eligamus, sicut ex quibusdam stirpibus et herbis, quarum utilitates longinqui temporis usu et periclitatione percepimus. Totam licet animis tamquam oculis lustrare terram mariaque omnia: cernes iam spatia frugifera atque immensa camporum vestitusque densissimos montium, pecudum pastus, tum incredibili cursus maritimos celeritate.
Nec veto supra terram, sed etiam in intumis eius tenebris plurimarum rerum latet utilitas, quae ad usum hominum orta ab hominibus solis invenitur.
Noi Andiamo anche a caccia di belve feroci e selvagge sia per ricavarne cibo sia a scopo di allenamento in vista dei cimenti della guerra, sia per ricavarne un aiuto una volta che siano state sottomesse ed ammaestrate, come avviene per gli elefanti, nonché per ricevere dai loro corpi dei farmaci contro le malattie e le ferite non dissimili da quelli che estraiamo da erbe e radici la cui utilità abbiamo appreso in seguito ad una lunga esperienza. Si scorrano pure con gli occhi del pensiero tutte le terre e tutti i mari: non si scorgeranno altro che immense estensioni di campi ricchi di messi, monti ricoperti di densissime selve, pascoli per gli allevamenti, rotte marine per le navi rapidissime da percorrersi. E non solo sulla superficie della terra, ma anche nelle sue profondità tenebrose vi sono innumerevoli sostanze utili all'uomo che sono state create perché egli possa farne uso e che lui solo è riuscito a scoprire
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Ut omnes intellegant me L. Lucullo tantum impertire laudis, quantum forti viro et sapienti homini et magno imperatori debeatur, dico eius adventu maximas Mithridati copias omnibus rebus ornatus atque instructas fuisse, urbemque Asiae clarissimam nobisque amicissimam, Cyzicenorum, obsessam esse ab ipso rege maxima multitudine et oppugnatam vehementissime, quam L. Lucullus virtute, adsiduitate, consilio, summis obsidionis periculis liberavit; ab eodem imperatore classem magnam et ornatam, quae ducibus Sertorianis ad Italiam studio atque odio inflammata raperetur (tradurre con l'indicativo), superatam esse atque depressami magnas hostium praeterea copias multis proeliis esse deletas, patefactumque nostris legionibs esse Pontum, qui antea populo Romano ex omni aditu clausus fuisset
Affinchè tutti comprendano che io dedico L. Lucullo tanto grande elogio quanto è dovuto ad un guerriero coraggioso, ad un uomo saggio e ad un grande generale, dico che al suo arrivo le ingenti truppe di Mitridate erano equipaggiate e fornite di ogni cosa, e che la città più illustre dell'Asia e a noi più amica, (quella) dei Ciziceni, era assediata dallo stesso re con ingenti forze e presa d'assalto con estremo accanimento; L Lucullo la liberò dai grandissimi pericoli dell'assedio con il valore, con la tenacia, con la saggezza; (dico che) dal medesimo generale fu vinta e affondata una flotta grande ed equipaggiata, la quale, infiammata dallo zelo e dall’odio, era trascinata dai generali di Sertorio verso l'Italia, e inoltre furono annientate grandi truppe dei nemici in molte battaglie e fu aperto alle nostre legioni il Ponto, che prima era stato chiuso al popolo romano da ogni via d’accesso.
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Non moenia, sed virtutes civium tuebantur urbem Spartam. Ibi enim pueri apud parentes tantum primam pueritiam agebant, postea in publicos ludos mittebantur ut auxilio publicorum et communium magistrorum evaderent amantissimi patriae et cupidissimi gloriae. Corpora currendo, iaculando, luctando firmabant, praeceptorum iussis diligentissime parendo, legibus patriae parere discebant. Sine ullo metu in maximis periculis versabantur, aeque patientes erant frigoris, caloris, famis, sitis. Furari iis licebat ut sibi, quocumque modo, victum pararent: qui autem in furto comprehensus esset gravissime puniebatur. Quibus moribus Lacedaemoniorum civitas ita confirmata est brevi princeps civitatum totius Graeciae evaderet.
Proteggevano la città di Sparta non le mura, ma le virtù dei cittadini. Infatti qui (a Sparta) i fanciulli trascorrevano soltanto la prima infanzia presso i genitori, in seguito venivano mandati alle scuole pubbliche affinché, con l'aiuto dei maestri pubblici e comuni, diventassero assai amanti della patria e desiderosissimi di gloria. Correndo, lanciando giavellotti, lottando rafforzavano i corpi, obbedendo assai diligentemente agli ordini dei precettori imparavano ad obbedire alle leggi della patria. Senza alcun timore si districavano in situazioni pericolosissime, ugualmente erano resistenti al freddo, al caldo, alla fame, alla sete. A loro era permesso rubare affinché si procurassero cibo in qualunque modo: d'altra parte veniva punito assai pesantemente colui che fosse stato colto in furto scontava gravi pene. E con queste usanze la città degli Spartani si affermò tanto da diventare in poco tempo guida delle città di tutta quanta la Grecia.
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Un omicida impunito ed un innocente condannato
Autore: Cicerone
In itinere quidam proficiscentem ad mercatum quendam et secum aliquantum nummorum ferentem est comitatus. Cum hoc, ut fit, in via sermonem contulit: ex quo factum est ut illud iter familiarius facere vellent. Quare, cum in eandem tabernam devertissent, simul cenare et eodem loco sumnum capere voluerunt. Cenati, discubuerunt ibidem. Copo autem, cum illum alterum qui nummos haberet animum advertisset, noctu, postquam illos artius dormire sensit, accessit et alterius eorum, qui sine nummis erat, gladium e vagina eduxit et illum alterum occidit, nummos abstulit, gladium cruentum in vaginam recondidit, ipse se in suum lectum recepit. Ille autem, cuius gladio occisio erat facta, multo ante lucem surrexit, comitem illum suum inclamavit semel et saepius. Illum somno impeditum non respondere existimavit; ipse gladium et cetera quae secum attulerat, sustulit, solus profectus est. Copo non multum post conclamat hominem esse occisum et cum quibusdam deversoribus illum, qui ante exierat, consequitur in itinere. Hominem comprehendit, gladium eius e vagina educit, reperit cruentum. Homo in urbem ab aliis deducitur ac reus fit.
Una volta un tizio s'aggregò in viaggio ad un tale che si stava recando al mercato e che portava con sé una cospicua somma di denaro. Durante il tragitto, come (molte volte) avviene, attaccò discorso con lui: dalla qual cosa, s'arrivò alla decisione di proseguire il viaggio in più piacevole compagnia. Perciò, preso alloggio nella stessa taverna, decisero di consumare il pasto insieme e di dormire nella stessa camera. Dopo ch'ebbero mangiato, presero dunque sonno seduta stante. Ma l'oste - avendo intuito quale dei due avesse il denaro - durante la notte, dopo che sentì che quelli dormivano piuttosto profondamente, s'avvicinò, sfoderò il gladio di quello, dei due, che non aveva il denaro e uccise l'altro: trafugò il denaro, ripose nel fodero il gladio sporco di sangue e s'andò ad infilare nel proprio letto. Il proprietario del gladio incriminato s'alzò di primissimo mattino, prese a chiamare il suo compagno, una e più volte. Credette che quello non rispondesse perché sprofondato nel sonno (impedito dal sonno); (quindi) cintosi del gladio e caricatosi in spalla tutto il resto del bagaglio (ed il resto delle cose che aveva con se), se ne partì da solo. L'oste, non molto dopo, grida che c'è il cadavere d'un uomo e, insieme ad alcuni avventori, si mette alle calcagna del tizio che, in precedenza, s'era messo in viaggio. (Poi, ) afferra l'uomo (innocente), ne sfodera il gladio e appura ch'esso è sporco di sangue. L'uomo viene condotto, da quelli, in città e riconosciuto colpevole.
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Itaque illud ego, quod in causa Curiana Scaevolae dixi, non dixi secus ac sentiebam: nam "si, " inquam "Scaevola, nullum erit testamentum recte factum, nisi quod tu scripseris, omnes ad te cives cum tabulis veniemus, omnium testamenta tu scribes unus. Quid igitur?" inquam "Quando ages negotium publicum? Quando amicorum? Quando tuum? Quando denique nihil ages?" Tum illud addidi "mihi enim liber esse non videtur, qui non aliquando nihil agit. " In qua permaneo, Catule, sententia meque, cum huc veni, hoc ipsum nihil agere et plane cessare delectat. Nam, quod addidisti tertium, vos esse eos, qui vitam insuavem sine his studiis putaretis, id me non modo non hortatur ad disputandum, sed etiam deterret. Nam ut C. Lucilius, homo doctus et perurbanus, dicere solebat ea, quae scriberet neque se ab indoctissimis neque a doctissimis legi velle, quod alteri nihil intellegerent, alteri plus fortasse quam ipse; de quo etiam scripsit "Persium non curo legere, " - hic fuit enim, ut noramus, omnium fere nostrorum hominum doctissimus - "Laelium Decumum volo, " quem cognovimus virum bonum et non inlitteratum, sed nihil ad Persium; sic ego, si iam mihi disputandum sit de his nostris studiis, nolim equidem apud rusticos, sed multo minus apud vos; malo enim non intellegi orationem meam quam reprehendi.
Dunque ciò che io dissi a Scevola durante il processo di Curio, affermai precisamente come intendevo: difatti dicevo: "che altrimente, Scevola, non ci sarà alcun testamento rettamente fatto se non quello che tu avrai redatto, tutti i cittadini verremo da te con le tavolette, tu solo redigerai i testamenti di tutti. Cosa dunque? Rispondo " Quando baderai al servizio pubblico? Quando degli amici? Quando il tuo? Quando insomma non farai nulla?" Allora aggiunsi ciò " perché non mi sembra di essere libero chi mai una volta non fa niente". Io rimango fermo in questa opinione, o Catulo, e quando sono venuto qui, questo stesso far niente e stare in ozio completamente mi diletta. Difatti, hai aggiunto in terzo luogo che voi siete quelli che ritenete la vita dura senza queste applicazioni, ciò non solo mi spinge a discutere, ma anche mi impedisce. Perché come soleva dire C. Lucilio uomo dotto e molto raffinato che quelle cose che scriveva non desiderava fossero letti da gente molto ignorante e molto dotta, perché gli uni non capivano niente, gli altri forse più di lui stesso; a proposito di ciò anche scrisse " non mi curo di leggere Persio", - questi infatti fu, come sappiamo, il più dotto quasi di tutti i nostri uomini d'ingegno – preferisco Lelio Decimo" che abbiamo conosciuto come galantuomo e non ignorante, ma non è nulla in confronto a Persio; sicché io, se anche fosse di dover discutere di questi nostri argomenti, non vorrei essere certamente tra contadini, ma molto meno presso di voi; preferisco infatti non sia capito il mio discorso quanto di essere criticato.