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A summis hominibus eruditissimisque accepimus poetam natura ipsa valere et mentis viribus excitari et quasi divino quodam spiritu inflari. Quare ille ennius sanctos iure appellat poetas: nam poetae deorum aliquo dono commendati nobis esse videntur. Saxa et solitudines poetarum voci respondent, bestiae saepe immanes eorum cantu flectuntur atque consistunt. Homerum Colophonii civem suum esse dicunt, Chii suum vindicant, Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant: itaque etiam delubrum eius in oppido dedicaverunt; permulti alii praeterea pugnant inter se atque contendunt. Sit igitur sanctum etiam apud nos, institutos rebus optimisi, poetae nomen quod nulla barbaria umquam violavit
Abbiamo appreso da grandi e acculturatissimi uomini che il poeta si avvale della sua stessa natura e la esercita con le forze della mente e come se fosse ispirato da un certo spirito divino. Perciò il famoso Ennio chiama giustamente "santi" i poeti: infatti i poeti sembrano essere graditi per un qualche dono degli dei. Le montagne e i deserti rieccheggiano la voce dei poeti, le bestie immense si piegano e si fermano al loro canto. Gli abitanti di Colofone dicono di essere concittadini di Omero, quelli di Chio pretendono che sia loro concittadino, quelli di Salamina lo reclamano, quelli di Simirne confermano in vero di essere suoi concittadini: dunque gli dedicarono anche un sacrario nella sua città; inoltre moltissimi altri combattono fra sé e lo contendono. Sia dunque santo anche preso di noi, istruiti con migliori dottrine. il nome del poeta che mai nessuna barbaria violò.
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Aut temporibus exclusi aut voluntate sua feriati totos se alii ad poetas, alii ad geometras, alii ad musicos contulerunt, alii etiam, ut dialectici, novum sibi ipsi studium ludumque pepererunt atque in eis artibus, quae repertae sunt, ut puerorum mentes ad humanitatem fingerentur atque virtutem, omne tempus atque aetates suas consumpserunt. Sed quod erant quidam eique multi, qui aut in re publica propter ancipitem, quae non potest esse seiuncta, faciendi dicendique sapientiam florerent, ut Themistocles, ut Pericles, ut Theramenes, aut, qui minus ipsi in re publica versarentur. Sed huius tamen eiusdem sapientiae doctores essent, ut Gorgias, ut Thrasymachus, Isocrates, inventi sunt qui, cum ipsi doctrina et ingeniis abundarent, a re autem civili et a negotiis animi quodam iudicio abhorrerent, hanc dicendi exercitationem exagitarent atque contemnerent quorum princeps Socrates fuit Quorum princeps Socrates fuit, is qui omnium eruditorum testimonio totiusque iudicio Graeciae cum prudentia et acumine et venustate et subtilitate tum vero eloquentia, varietate, copia, quam se cumque in partem dedisset omnium fuit facile princeps
O perché impossibilitati per mancanza di tempo, o perché oziosi per propria scelta, alcuni uomini si dedicarono totalmente alla poesia, altri alla geometria, altri ancora alla musica, altri ancora, come i dialettici, produssero da sé stessi un nuovo studio e una nuova passione e in queste discipline, che furono scoperte affinché le menti dei giovani si plasmassero inclini all'educazione ed alla virtù, consumarono ogni giorno della loro età Ma poiché erano quasi certi molti, che, o nella repubblica per l'ambiguità che non può essere distinta, fiorirono col dire e col fare sapienza, come Temistocle, come Pericle e come Teramene, o quegli stessi che erano meno erano coinvolti nello stato, Ma erano dottori di questa o di quella sapienza, come Gorgia, Trasimaco, Isocrate, furono riscoperti, coloro che, abbondando quelli stessi di dottrina e di qualità, essendo lontani con un certo giudizio dalla politica e dalle preoccupazioni dell'animo, incitando a parlare questo e disprezzandolo. Tra questi Socrate fu il migliore, egli che per testimonianza di tutti gli eruditi ed a giudiziondi tutta la Grecia con saggezza, acutezza, eleganza e sottigliezza, ed anche nell’eloquenza, nella varietà, nella quantità, risultò facilmente il primo di tutti in qualunque campo del sapere egli si fosse dedicato
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Vellem di immortales fecissent, patres conscripti, ut vivo potius Ser. Sulpicio gratias ageremus quam ho-nores mortuo quaereremus. Nec vero dubito quin, si ille vir legationem renuntiare potuisset, reditus eius et vobis gratus fuerit et rei publicae salutaris futurus, non quo L. Philippo et L. Pisoni aut studium aut cura de-fuerit in tanto officio tantoque munere, sed cum Ser. Sulpicius aetate illis anteiret, sapientia omnibus, subito ereptus e causa totam legationem orbam et debilitatam reliquit. Quod si cuiquam iustus honos habitus est in morte legato, in nullo iustior quam in Ser. Sulpicio reperietur. Ceteri qui in legatione mortem obierunt ad incertum vitae periculum sine ullo mortis metu pro-fecti sunt: Ser. Sulpicius cum aliqua perveniendi ad M. Antonium spe profectus est, nulla revertendi. Qui cum ita adfectus esset ut, si ad gravem valetudinem la-bor accessisset, sibi ipse diffiderei, non recusavit quo minus vel extremo spiritu, si quam opem rei publicae. ferre posset, experiretur.
Vorrei, o senatori, che gli dei immortali ci avessero concesso di render grazie a Servio Sulpicio vivo piuttosto che dover ricercare quali onori dobbiamo rendergli, dopo la sua morte. Certo, se quell'illustre uomo avesse potuto far lui il resoconto della sua missione, non dubito che il suo ritorno oltre che gradito a voi, sarebbe stato giovevole allo Stato; non già che a Lucio Filippo e a Lucio Pisone siano mancati zelo e diligenza nel compiere il loro dovere in una cosi alta missione; ma siccome Servio Sulpicio era ad essi superiore di età e a tutti per saggezza, strappato che fu, improvvisamente, al suo compito, lasciò tutta la legazione come orfana e senza sostegno. Se mai giusto omaggio fu reso a persona morta nell'esercizio delle funzioni di ambasciatore, si deve convenire che a nessuno è più giusto renderlo che a Servio Sulpicio. Anche altri incontrarono la morte durante un'ambasceria, ma erano partiti senza alcun altro timore di morte che l'incertezza e il pericolo che sempre sovrastano alla vita dell'uomo; Servio Sulpicio invece, se partendo aveva la speranza di poter arrivare fino a Marco Antonio, nessuna ne aveva di far ritorno. Sebbene conscio che con le sue precarie condizioni di salute ogni maggiore fatica poteva essergli di grave pregiudizio, egli non ebbe esitazioni e cercò, fino all'ultimo respiro, di portare un qualche aiuto allo Stato
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Exstitit igitur iam senibus illis quos paulo ante diximus Isocrates, cuius domus cunctae Graeciae quasi ludus quidam patuit atque officina dicendi; magnus orator et perfectus magister, quamquam forensi luce caruit intraque parietes aluit eam gloriam, quam nemo meo quidem iudicio est postea consecutus. is et ipse scripsit multa praeclare et docuit alios; et cum cetera melius quam superiores, tum primus intellexit etiam in soluta oratione, dum versum effugeres, modum tamen et numerum quendam oportere servari. Ante hunc enim verborum quasi structura et quaedam ad numerum conclusio nulla erat; aut, si quando erat, non apparebat eam dedita opera esse quaesitam--quae forsitan laus sit --; verum tamen natura magis tum casuque nonnunquam, quam aut ratione aliqua aut ulla observatione fiebat Ipsa enim natura circumscriptione quadam verborum comprehendit concluditque sententiam, quae cum aptis constricta verbis est, cadit etiam plerumque numerose. nam et aures ipsae quid plenum, quid inane sit iudicant et spiritu quasi necessitate aliqua verborum comprensio terminatur; in quo non modo defici, sed etiam laborare turpe est.
Quando quelli, che abbiamo ricordato poco fa, erano ormai vecchi, fiorì dunque Isocrate, " la cui casa si aprì a tutta la Grecia quasi come una scuola e un laboratorio di eloquenza; grande oratore e perfetto maestro, sebbene gli mancasse la luce del foro, ed egli nutrisse nel chiuso della sua casa quella gloria che, a mio parere, nessuno è in seguito riu scito a conseguire. Costui scrisse di suo molti discorsi eccellenti, e insegnò ad altri a farlo; migliore per tutto il resto di quanti lo avevano preceduto, fu tra l'altro il primo a comprendere che anche nella prosa - purché si eviti di fare dei versi - è tuttavia necessario osservare un certo ritmo e una certa cadenza. Prima di lui infatti non vi era né quella che si potrebbe chiamare una strutturazione delle parole, né una chiusa ritmica delle frasi; o, se talvolta la si poteva trovare, non appariva ricercata di proposito - il che potrebbe forse essere un pregio; tuttavia spesso nasceva più da un istinto naturale e dal caso, che da un metodo scientifico o dal rispetto di un qualche principio. Infatti la natura stessa abbraccia e circoscrive con un certo giro di parole il pensiero; e quando questo è costretto entro parole ben concatenate, assume per lo più anche una cadenza ritmica. Giacché è l'orecchio stesso a distinguere i pieni e i vuoti, e l'estensione del periodo è limitata, per così dire necessariamente, dal respiro: farselo mancare, o anche solo mostrarsi affaticati, produce un pessimo effetto.
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Un incontro fra intellettuali
Autore: Cicerone
Cum essem in Tusculano meo vellemque e bibliotheca adulescentuli Luculli quibusdam libris uti, veni in villam eius ut eos ipse, ut solebam, inde promerem. Quo cum venissem, Marcum Catonem, quem ibi esse nescieram, visi in bibliotheca sedentem, multis circonfusum Stoicorum libris. Erat enim in eo inexhausta aviditas legendi nec lectione satiari poterat. Nam, ne reprensione quidem vulgi inanem reformidans, in ipsa curia legere solebat, dum senatus cogeretur, nihil operae rei publicae detrahens. Cum ergo accidisset ut alter alterum necopinato videremus, surrexit statim. Deinde primae illae salutationes, quae in congressu solent: << quid tu >> inquit <<huc venis ? A villa, credo, et, si ibi te esse scivissem, ad te ipse venissem>>. <<Heri, >> inquam << ex urbe profectus, veni ad vesperum. Causa fuit huc veniendi ut quosdam hinc libros promerem. His libris puto Lucullum nostrum maxime delectari. Iam autem imbui debet iis artibus, quas si, dum est tener aetate, combiberit, ad maiora veniet paratior >>.
Essendo nella mia villa di Tuscolo e volendo utilizzare alcuni libri della biblioteca del giovane Lucullo, andai nella villa per ottenerli proprio da lì come ero solito. Essendo venuto, vidi Marco Catone, che avevo saputo fosse lì, che sedeva nella biblioteca, circondato da molti libri degli Stoici. Infatti c'era in lui una avidità inesauribile di leggere e non poteva essere saziata con la lettura. Infatti, non temendo neppure gli inutili rimproveri della gente, era solito leggere nella stessa curia, mentre il senato si riuniva, non sottraendo alcun servizio alla repubblica. Dunque essendo accaduto che ci eravamo visti l'un l'altro all'improvviso, subito si alzò in piedi. Poi quegli iniziali convenevoli che sono soliti nell'incontro: disse "Come mai sei venuto credo dalla villa e, se avessi saputo che eri lì, sarei venuto da te. "Risposi "Ieri, partito dalla città, tornai verso sera. La causa di ciò fu di venire per ottenere da qui alcuni libri. Ritengo che il nostro Lucullo si compiaccia moltissimo di questi libri. Infatti già deve essere pervaso a queste arti; se, di tenera età, è stato educato a queste, verrà più preparato alle maggiori.