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Tota philosophorum vita commentatio mortis est. Nam quid aliud agimus, cum a voluptate, id est a corpore, cum a re familiari, quae est ministra et famula corporis, cum a re publica, cum a negotio omni revocamus animum, quid, inquam, tum agimus, nisi animum ad se ipsum advocamus, secum esse cogimus maximeque a corpore abducimus? Secernere autem a corpore animum ecquidnam aliud est nisi mori discere? Qua re hoc commentemur, mihi crede, disiungamusque nos a corporis, id est consuescamus mori. Hoc, et dum erimus in terris, erit illi caelesti vitae simile, et cum illuc, ex his vinculis emissi, feremur, minus tardabitur cursus animorum. Nam qui in compedibus corporis semper fuerunt, etiam cum soluti sunt, tardius ingrediuntur, ut qui ferro vincti multos annos fuerunt. Quo quidem cum venerimus, tum denique vivemus; nam haec quidem vita mors est
Tutta la vita dei filosofi è una meditazione sulla morte. Infatti che cos'altro facciamo quando distogliamo l'animo dal piacere, cioè dal corpo, dalle questioni familiari, che sono ministre e schiave del corpo, dallo stato, da ogni affare, che cosa facciamo allora, dico, se non richiamare l'animo a sè, costringerlo a stare con sè stesso e soprattutto allontanarlo dal corpo? Dunque separare l'animo dal corpo cos'altro è mai se non imparare a morire? Perciò, credimi, meditiamo su questo e distacchiamoci dai corpi, cioè abituiamoci a morire. Questo, mentre saremo sulla terra, sarà simile alla vita celeste, e quando saremo portati lassù, sciolti da questi vincoli, il viaggio dell'animo verrà ritardato meno. Infatti coloro che sempre furono nelle catene del corpo, anche quando vengono sciolti avanzano più lentamente come color che furono imprigionati dal ferro per molti anni. E quando giungeremo in quel luogo allora finalmente vivremo; infatti questa vita terrena in verità è morte.
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Appropinquatio mortis certe a senectute non potest esse longe. Sed etiam adulescientia multos casus mortis habet; facilius in morbos incidunt adulescentes, gravius aegrotant, tristius curantur; quod ni ita accideret, melius et prudentius viveretur. Mens enim et ratio et consilium in senibus est. At sperat adulescens diu se victurum, quod sperate idem senex non potest. Insipienter sperat. Quid enim stultius quam incerta pro certis habere, falsa pro veris? Adulescens vult diu vivere, senex diu vixit. Quamquam (senonchè), o dii boni. Quid est in hominum vita diu? Mihi diuturnum id non videtur, in quo est aliquid extremum. Cum enim id advenit, tum illud, quod praeteriit, effluxit; tantum remanet, quod virtute consecutus sis; horae quidem cedunt et dies et menses et anni, nec praeteritum tempus umquam revertitur, nec, quid sequatur, sciri potest. Breve tempus aetatis satis longum est ad bene honesteque vivendum.
L'avvicinarsi della morte, che certamente non è lontana dalla vecchiaia. Ma anche l'adolescenza ha molti casi di morte, è pià facile cadano nelle malattie gli adolescenti che i vecchi gli adolescenti si ammalano in modo più grave, vengono curati con maggior difficoltà Se così non fosse, si vivrebbe meglio e con più saggezza, Infatti mente, ragione e buon senso esistono (sono) nei vecchi. Ma il giovane spera di vivere a lungo, mentre il vecchio non può sperare la stessa cosa Folle speranza, la sua: cosa c'è di più stupido di prendere l'incerto per certo, il falso per vero? il giovane vuole vivere a lungo, lui ha vissuto a lungo. Non mi sembra davvero duraturo alcunché che abbia una fine: quando, infatti, essa sopraggiunge, allora ciò che è passato svanisce; rimane soltanto ciò che hai conseguito con la virtù e le buone azioni. Passano davvero le ore ed i giorni ed i mesi e gli anni, ed il tempo passato non torna più indietro, né si può conoscere cosa lo segue. Ognuno deve essere contento del tempo che gli è assegnato da vivere, né i saggi devono giungere sino all’“applaudite”. Il tempo della vita, difatti, è breve, ma abbastanza lungo per vivere con serenità ed onestamente
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Bello Punico secundo nonne C. Flaminius, consul iterum, neglexit signa rerum futurarum magna cum clade rei publicae? Qui exercitu lustrato cum Arretium versus castra movisset et contra Hannibalem legiones duceret, et ipse et equus eius ante signum lovis Statoris sine causa repente concidit nec eam rem habuit religioni, obiecto signo, ut peritis videbatur, ne committeret proelium. Idem, cum tripudio auspicaretur, pullarius diem proelii committendi differebat. Tum Flaminius ex eo quaesivit, si ne postea quidem pulli pascerentur, quid faciendum censeret. Cum ille quiescendum respondisset, Flaminius: "Praeclara vero auspicia, si esurientibus pullis res geri poterit, saturis nihil geretur!" Itaque signa convelli et se sequi iussit. Quo tempore cum signifer primi hastati signum non posset movere loco, nec quicquam proficeretur plures cum accederent, Flaminius re nuntiata suo more neglexit. Itaque tribus iis horis concisus exercitus atque ipse interfectus est.
Nella seconda guerra punica Gaio Flaminio, console per la seconda volta, non trascurò i presagi del futuro, con grande sventura della repubblica? Ed egli compiuta la purificazione dell'esercito, essendosi messo in marcia verso Arezzo per condurre le sue legioni contro Annibale, sia egli in persona sia il suo cavallo all’improvviso senza alcuna causa cadde dinanzi alla statua di Giove Statore non si fece alcun scrupolo di ciò, posto davanti il segno, come era sembrato agli esperti per non attaccare battaglia. Lo stesso, quando prese gli auspici mediante il tripudio, il custode dei polli sacri rimandava il giorno di attaccare battaglia. Flaminio allora gli domandò: "Se nemmeno in seguito i polli mangiassero, che cosa riterrebbe debba farsi?" Poiché quello rispose che si dovesse stare fermi, Flaminio: "Belli auspici davvero, se quando i polli sono affamati si potrà attaccare battaglia, quando sazi non si farebbe nulla!" Perciò ordinò che si levassero le insegne e si seguisse lui. Ed in quel momento poiché il portatore dell'insegna del primo manipolo di astati non pote’ smuovere l'insegna sul posto, nulla giovò benché parecchi si fossero avvicinati, Flaminio, riferito il fatto, secondo il suo solito non si curò. Perciò in quelle tre ore l'esercito fu massacrato e lui in persona fu ucciso. .
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Quoniam res humanae fragiles caducaeque sunt, semper amicos quaerere debemus. Sine amicitia benevolentiaque omnis iucunditas a vita aufertur. De vita decessit Scipio sed mihi Scipio vivit semperque vivet perpetua enim erit eius virtutis fideique memoria. Equidem omnium rerum, quas mihi aut fortuna aut natura tribuit, nihil cum Scipionis amicitia possum comparare. Communis erat domus, communis victus; neque solum militia, sed etiam peregrinationes rusticationesque communes erant. In philosophiae litterarumque studiis, remoti ab oculis populi, omne otiosum tempus contrivimus. Vespere in conviviis de multis variisque rebus disserebamus. Harum rerum recordatio extincta non est, sed alitur cogitatione et memoria mea.
Poichè le cose umane sono fragili e caduche sempre dobbiamo cercare gli amici. senza aamicizia e benevolenza ogni gioia è strappata dalla vita. Scipione morì ma x me scipione vive e vivrà per sempre: infatti la memoria della sua fedeltà e virtù sarà eterna. certo che di tutte le cose, che a me o la fortuna o il caso a riservato, niente posso confrontare con l'amicizia di scipione. comune era la casa, comune il modo di vivere; e non solo erano in comune il servizio militare, ma anche i viaggi e le villeggiature. Negli studi di filosofia e delle lettere lontani dagli occhi del popolo, passavamo tutto il tempo dell'ozio. Di sera nei convivi parlavamo di molte e svariate cose. Il ricordo di queste cose non è estinto ma è alimentato dal pensiero e dalla mia memoria.
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Un incontro mancato
Autore: Cicerone
Brundisio proficiscens scripseram ad te quas ob causas in Epirum non essemus profecti, quod et Achaia prope esset plena audacissimorum inimicorum et exitus difficilis haberet cum inde proficisceremur. accessit cum Dyrrachi essemus ut duo nuntii adferrentur, unus classe fratrem Epheso Athenas, alter pedibus per Macedoniam venire. itaque illi obviam misimus Athenas ut inde Thessalonicam veniret. ipsi processimus et Thessalonicam a. d. x Kal. Iunias venimus neque de illius itinere quicquam certi habebamus nisi eum ab Epheso ante aliquanto profectum.
Partendo da Brindisi, ti ho accennato ai motivi per i quali non sono andato in Epiro; prima di tutto, la vicinanza dell'Acaia, (terra) piena dei miei nemici più agguerriti, e i valichi montani, aspri e difficili da attraversare. Aggiungi che, arrivando a Brindisi, ho ricevuto due notizie contraddittorie: l'una che mio fratello s'imbarcava da Efeso per Atene; l'altra, ch'egli prendeva la strada di terra per la Macedonia.
Gli ho mandato dunque un espresso ad Atene perché venisse diritto di là a Tessalonica, ed io stesso intanto ho continuato la strada e sono arrivato a Tessalonica, il giorno 23 maggio. Da allora, io so di mio fratello soltanto che egli da qualche giorno ha lasciato Efeso.