- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Quam multa passus est Ulixes in illo errore diuturno, cum et mulieribus, si Circe et Calypso mulieres appellandae sunt, inserviret et in omni sermone omnibus affabilem esse se vellet! Domi vero etiam contumelias servorum ancillarumque pertulit, ut ad id aliquando, quod cupiebat, veniret. At Aiax, quo animo traditur, milies oppetere mortem quam illa perpeti maluisset. Quae contemplantes expendere oportebit, quid quisque habeat sui, eaque moderari nec velle experiri, quam se aliena deceant; id enim maxime quemque decet, quod est cuiusque maxime suum.
Quante disavventure sopportò Ulisse, in quel suo lungo e periglioso errare, riducendosi perfino a schiavo di donne, se donne si possono chiamare Circe e Calipso, e cercando di mostrarsi in ogni discorso affabile e cortese con tutti! Nella sua casa, poi, sopportò perfino gli oltraggi dei servi e delle ancelle, pur di raggiungere finalmente il suo intento. Laddove Aiace, con quel carattere che la tradizione gli attribuisce, mille volte avrebbe voluto incontrar la morte piuttosto che sopportare quegli umilianti oltraggi. Per queste ragioni e per questi esempi, conviene che ciascuno esamini attentamente la propria natura e la indirizzi a buon fine, senza voler sperimentare quanto gli si addica l'altrui: a ciascuno tanto più conviene il suo carattere quanto più è suo.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Darius in fuga, cum acquam turbidam et cadaveribus inquinatam bibisset, negavit umquam se bibisse iucundius. Numquam videlicet sitiens biberat. Nec esuriens Ptolomaeus ederat; cui cum peragranti Aegyptum cibarius in casa panis datus esset, nihil iudicavit illo pane iucundius. Socratem narrant, cum usque ad vesperum contentius ambularet quaesitumque esset ex eo, qua re id faceret, respondisse se, quo melius cenaret, obsonare ambulando famem. Quid? Victum Lacedaemoniorum in philitiis nonne videmus? Ubi cum tyrannus cenavisset Dionisius, negavit se iure illo nigro, quod cenae caput erat, delectatum esse. Tum is qui illa coxerat: - Minime mirum; condimenta enim defuerunt-. -Quae tandem?- quaesivit ille. -Labor in venatu, sudor, cursus ad Eurotam, fames, sitis. His enim rebus Lacedaemoniorum epulae condiuntur.
Traduzione
Dario in fuga, avendo bevuto dell'acqua impura e contaminata da dei cadaveri, disse di non aver mai bevuto così piacevolmente. E' evidente che mai aveva bavuto essendo assetato. Neppure Tolomeo aveva aspettato a mangiaren quando aveva avuto fame; infattia egli che visitava l'Egitto fu dato del pane scuro in una casas di campagna, non giudicò niente più buono di quel pane. Si narra chge Socrate, passeggiando fino a sera con passo piuttosto sostenuto e venendogli chiesto perché faceva questo, rispose che, per cenare meglio, si procurava l'appetito passeggiando. E che? Non è forse vero che vediamo il cibo degli Spartani a un pasto pubblico? Qui, avendo cenato il tiranno Dioniso, dichiarò che non gli era per nulla piaciuto quel famoso brodetto nero, che costituiva il paitto principale del pasto. Allora colui che aveva cucinato quelle cose (disse): - (è) poco strano; infatti mancano i condimenti. -. "Quali dunque?" domandò. "La fatica nella caccia, il sudore, la corsa verso l’Eurota, la fame, la sete: da queste cose infatti sono conditi i banchetti degli Spartani.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Perciò non ritengo oratore, poiché questo cerchiamo di capire, lo stesso che ritiene Crasso, che mi è parso comprendere tutto di tutte le cose e la scienza di tutte le arti con una funzione e titolo di oratore, e reputo che sia colui che possa usare le parole piacevoli da sentirsi e frasi adatte ad argomentare nelle comuni cause del foro. Questo chiamo oratore e voglio che egli sia in tutto fornito nella voce e nell'azione e con un certo garbo. Invece il nostro Crasso mi sembra che descriva la facoltà dell'oratore non entro i confini propri dell'arte, ma in quelli illimitati del suo ingegno. Ma se poi è opportuno sottomettere tutte le arti all'oratore, è più tollerabile piuttosto dire così: cioè che, poiché la capacità di parola non debba essere spoglia e disadorna, ma cosparsa e ornata di una certa varietà di molte cose piacevoli, sia proprio del buon oratore avere ascoltato molte cose, averne viste molte, averne passate in rassegna molte con l'anima e il pensiero, molte anche con la lettura, non possedendole come se fossero sue, ma gustandole come altrui. Dichiaro infatti che questo deve essere accorto nell'agire e in nessun modo una recluta rozza e un forestiero impacciato.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Quotiens ego hunc Archiam vidi, iudices, --utar enim vestra benignitate, quoniam me in hoc novo genere dicendi tam diligenter attenditis, --quotiens ego hunc vidi, cum litteram scripsisset nullam, magnum numerum optimorum versuum de eis ipsis rebus quae tum agerentur dicere ex tempore! Quotiens revocatum eandem rem dicere, commutatis verbis atque sententiis! Quae vero adcurate cogitateque scripsisset, ea sic vidi probari, ut ad veterum scriptorum laudem perveniret. Hunc ego non diligam? non admirer? non omni ratione defendendum putem! Atque sic a summis hominibus eruditissimisque accepimus, ceterarum rerum studia et doctrina et praeceptis et arte constare: poetam natura ipsa valere, et mentis viribus excitari, et quasi divino quodam spiritu inflari. Qua re suo iure noster ille Ennius sanctos appellat poetas, quod quasi deorum aliquo dono atque munere commendati nobis esse videantur.
Quante volte io ho visto Archia, o giudici- profitterò della bontà vostra, dal momento che tanta attenzione mi prestate in questa trattazione di nuovo genere- quante volte, dico, l’ho visto improvvisare, senza che avesse scritto una sillaba sola, una lunga serie di ottimi versi su fatti di attualità! Quante volte, invitato al bis, trattare lo stesso argomento cambiando forma e pensiero! E per quanto riguarda gli scritti, prodotto di cura meditata, li vidi apprezzare fino agli elogi a cui assursero gli scrittori antichi. E lui io non avrei caro, non l’ammirerei, non penserei di doverlo difendere ad ogni costo? Appunto uomini eminenti e di alto sapere ci hanno insegnato che le altre materie di studio sono fondate su addottrinamento, su regole, su cognizioni teoretiche; il poeta invece si afferma con la sola sua natura, si leva su con la potenza del genio, sente il soffio come d’una ispirazione divina. E’ così che il nostro insigne Ennio chiama sacri i poeti, in quanto, è il suo pensiero, sembrano quasi affidati a noi per dono e grazia degli dei.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Quae cum ita sint, Catilina, perge, quo coepisti, egredere aliquando ex urbe; patent portae; proficiscere. Nimium diu te imperatorem tua illa Manliana castra desiderant. Educ tecum etiam omnes tuos, si minus, quam plurimos; purga urbem. Magno me metu liberabis, dum modo inter me atque te murus intersit. Nobiscum versari iam diutius non potes; non feram, non patiar, non sinam. Quae cum ita sint, Catilina, perge, quo coepisti, egredere aliquando ex urbe; patent portae; proficiscere. Nimium diu te imperatorem tua illa Manliana castra desiderant. Educ tecum etiam omnes tuos, si minus, quam plurimos; purga urbem. Magno me metu liberabis, dum modo inter me atque te murus intersit. Nobiscum versari iam diutius non potes; non feram, non patiar, non sinam. Magna dis inmortalibus habenda est atque huic ipsi Iovi Statori, antiquissimo custodi huius urbis, gratia, quod hanc tam taetram, tam horribilem tamque infestam rei publicae pestem totiens iam effugimus. Non est saepius in uno homine summa salus periclitanda rei publicae. Quamdiu mihi consuli designato, Catilina, insidiatus es, non publico me praesidio, sed privata diligentia defendi. Cum proximis comitiis consularibus me consulem in campo et competitores tuos interficere voluisti, compressi conatus tuos nefarios amicorum praesidio et copiis nullo tumultu publice concitato; denique, quotienscumque me petisti, per me tibi obstiti, quamquam videbam perniciem meam cum magna calamitate rei publicae esse coniunctam. Nunc iam aperte rem publicam universam petis, templa deorum inmortalium, tecta urbis, vitam omnium civium, Italiam totam ad exitium et vastitatem vocas. Nunc iam aperte rem publicam universam petis, templa deorum inmortalium, tecta urbis, vitam omnium civium, Italiam totam ad exitium et vastitatem vocas. Quare, quoniam id, quod est primum, et quod huius imperii disciplinaeque maiorum proprium est, facere nondum audeo, faciam id, quod est ad severitatem lenius et ad communem salutem utilius. Nam si te interfici iussero, residebit in re publica reliqua coniuratorum manus; sin tu, quod te iam dudum hortor, exieris, exhaurietur ex urbe tuorum comitum magna et perniciosa sentina rei publicae.
Se le cose stanno così, Catilina, porta a termine quanto hai cominciato! Lascia una buona volta la città! Le porte sono aperte. Vattene! L'accampamento di Manlio, il tuo accampamento, da troppo tempo aspetta te, suo generale. Porta via anche tutti i tuoi; se non tutti, quanti più puoi. Purifica la città! Mi libererai da una grande paura quando ci sarà un muro tra me e te. Non puoi più stare in mezzo a noi! Non intendo sopportarlo, tollerarlo, permetterlo. Dobbiamo grande riconoscenza agli dèi immortali e a Giove Statore, antichissimo custode della nostra città, per essere sfuggiti ormai molte volte a un flagello così spaventoso, orribile, abominevole per lo Stato. Un solo individuo non dovrà più metterne a repentaglio l'esistenza. Finché, Catilina, hai attentato alla mia vita, quando ero console designato, mi sono difeso ricorrendo a misure private, non alla forza pubblica. Quando poi, in occasione degli ultimi comizi consolari, in pieno Campo Marzio hai cercato di uccidere me, il console, e i tuoi competitori, ho sventato i tuoi tentativi criminali con la protezione e la forza di amici, senza suscitare disordini pubblici. Infine, tutte le volte che hai sferrato un colpo contro di me, l'ho parato con le mie forze: eppure vedevo che la mia fine avrebbe comportato una grave calamità per lo Stato. Ma ormai attacchi apertamente tutto lo Stato; vuoi portare alla totale distruzione i templi degli dèi immortali, gli edifici di Roma, la vita di tutti i cittadini, l'Italia intera. Ma ormai attacchi apertamente tutto lo Stato; vuoi portare alla totale distruzione i templi degli dèi immortali, gli edifici di Roma, la vita di tutti i cittadini, l'Italia intera. Perciò, dal momento che non oso ancora fare quel che sarebbe urgente e rientrerebbe nei poteri della mia carica e nella tradizione degli antenati, prenderò un provvedimento meno severo, ma più utile alla sicurezza comune. Se infatti ti condannerò a morte, rimarrà nello Stato il gruppo dei congiurati. Ma se tu, come ti esorto da tempo, te ne andrai, la città si libererà dei tuoi numerosi e infami complici, fogna dello Stato.