- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
L'eclissi è un fenomeno naturale versione latino Cicerone
Ricordo che, essendo io ancora giovinetto ed essendo mio padre, console, inMacedonia e trovandoci noi al campo, tutta l'armata fu d'improvviso presa da un sacro terrore perché nella notte serena, d'improvviso, la luna candida e piena era scomparsa. E allora lui, essendo nostro generale un anno prima all'incirca d'essere eletto console, fu pronto, il giorno dopo, a spiegare pubblicamente in campo come non ci fosse nessun prodigio e come quello ch'era avvenuto in quel momento e che si sarebbe ripetuto sempre in futuro alla stessa data, fosse dovuto al fatto che il sole era in un punto in cui non poteva più illuminare la luna". "Ma é proprio vero? Ma é straordinario!" esclamò Tuberone. "Quell'uomo osava spiegar cose simili a gente grossa e osava dire cose simili a gente assolutamente ignara. .La cosa non sfuggì poi neppure al nostro Ennio poiché egli stesso scrive che, nell'anno 350 della fondazione di Roma, "il cinque di giugno, il sole fu tolto agli uomini e al sole si oppose la luna e la notte
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Dionysii, Syracusanorum tyranni, maxime intererat quid de se et de suis carminibus familiares et docti viri sentirent. Nam poeticae laudis cupidissimus erat et saepe carmina sua inter epulas conviviis adulandi peritissimis recitabat. Inter hos Philoxenus erat, magni ingenii vir, qui unus, simulationis nescius, libere aperuit quid sentiret cum olim nullius laudis carmina a Dionysio recitata audivisset. ea verborum liberate offensus, tyrannus suorum carminum reprehensorem a satellitibus suis deprehendi et in lautiumas, quae publicus erant carcer, detrudi iussit. Postride tamen iracundiae suae eum paenituit et, ab amicis exoratus, Philoxenum rursus ad epulas adhibuit, ubi, carmina sua recitans, de quibusdam versibus, quos permagni existimabat, setentiam Philoxenis exquisivit. ille, adulandi insuetus et periculi incuriosus, e mensa surrexit et, nullo verbo facto, abiit. interrogatus quo locorum tenderet : "in lautumias", respondit
A Dioniso, tiranno dei siracusani, interessava soprattutto che cosa pensassero i familiari e gli uomini saggi riguardo egli e le sue poesie. Infatti era molto desideroso di lodi poetiche e spesso recitava le sue poesie durante i banchetti agli invitati esperti nell’adulare. Tra questi vi era Filoxeno, uomo di grande intelligenza, l’unico che, ignaro dell’inganno, mostrò spontaneamente ciò che sentirebbe avendo ascoltato una volta la poesia senza alcuna lode recitata da Dionisio. Ma offeso da queste parole di libertà, il tiranno ordinò che il critico delle sue poesie fosse catturato dalle sue guardie del corpo e che fosse sbattuto nelle cave di pietra, che erano le prigioni pubbliche. Il giorno dopo tuttavia si pentì della sua collera e, supplicato dagli amici, invitò per di più Filoxeno al banchetto, dove, recitando le sue poesie, domandò il parere di Filoxeno circa alcuni versi che considerava moltissimo. Quello, non abituato ad adulare e incurante del pericolo, si alzò dal tavolo, e, senza dire nulla, se ne andò. Interrogato su dove andasse (letteralmente: per quale dei luoghi andasse) rispose: “Nelle cave di pietra”.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Tibi volo commemorare rem, quae mihi non mediocrem consolationem attulit, si forte eadem res tibi dolorem minuere possit. Ex Asia rediens, cum ab Aegina versus Megaram navigarem, coepi regiones circumcirca prospicere. Post me erat Aegina, ante me Megara, dextra Piraeus, sinistra Corinthus; quae oppida quodam tempore florentissima fuerunt, nunc prostrata et diruta ante oculoss iacent. Coepi ego et mecum cogitare: "Nos homunculi idignamur, si quis nostrum, quorum vita esse debet, interiit aut occisus est, cum uno loco tot oppidorum cadavera proiecta iacent? Visne meminisse te hominem esse natum?". Crede mihi, cogitatione ea non mediocriter sum confirmatus
A te voglio ricorare una cosa la quale ha arrecato a me una non piccola consolazione, nel caso che la stessa cosa ti possa diminuire il dolore. Quando facevo ritorno dall’Asia, mentre navigavo da Egina alla volta di Megara, cominciaii ad intravedere le regioni tutte intorno. Dietro me c' era Egina, davanti a me Megara, a destra il Pireo, a sinistra Corinto; queste città un tempo furono assai fiorentissime, mentre ora davanti agli occhi sono abbandonate prostrate e distrutte. Io tra me e me (stesso) cominciai pensare: “Noi omuncoli siamo indignatii se qualcuno dei nostri, dei quali deve esistere la vita è morto o è stato ucciso, Allorchè in un luogo solo della città giacciono così tanti cadaveri abbandonati? Vuoi ricordare che tu sei nato uomo?”. Credi a me, fui rassicurato non molto da questa riflessione.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Quae cum ita sint, Catilina, perge, quo coepisti, egredere aliquando ex urbe patent portae proficiscere. Nimium diu te imperatorem tua illa Manliana castra desiderant. Educ tecum etiam omnes tuos, si minus, quam plurimos; purga urbem. Magno me metu liberabis, dum modo inter me atque te murus intersit. Nobiscum versari iam diutius non potes; non feram, non patiar, non sinam. Magna dis inmortalibus habenda est atque huic ipsi Iovi Statori, antiquissimo custodi huius urbis, gratia, quod hanc tam taetram, tam horribilem tamque infestam rei publicae pestem totiens iam effugimus
Se le cose stanno così, Catilina, porta a termine quanto hai cominciato! Lascia una buona volta la città! Le porte sono aperte. Vattene! L'accampamento di Manlio, il tuo accampamento, da troppo tempo aspetta te, suo generale. Porta via anche tutti i tuoi; se non tutti, quanti più puoi. Purifica la città! Mi libererai da una grande paura quando ci sarà un muro tra me e te. Non puoi più stare in mezzo a noi! Non intendo sopportarlo, tollerarlo, permetterlo. Dobbiamo grande riconoscenza agli dèi immortali e a Giove Statore, antichissimo custode della nostra città, per essere sfuggiti ormai molte volte a un flagello così spaventoso, orribile, abominevole per lo Stato.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Omnium interest ad rei publicae salutem imperatores peritos esse non solum rei militaris, verum etiam omnium artium et disciplinarum quae ad milites regendos pertinent. Quanti aestimanda sit in bono imperatore scientia rerum caelestium ex hoc exemplo intellegi potest. Nam mihi in mentem venit Sulpicii Galli, qui vir maximi ingenii et doctrinae fuit et magister equitum in bello, quod gerebat populi Romani contra Macedonum regem. Hic prudentissimus naturalis scientiae erat et siderea eorumque motus penitus noverat. Cum in Macedonia, nocte serena, luna candens et plena subito defecisset et exercitus, religione et metu turbatus, spem rei bene gerendae abiecisset, Sulpicius, disciplinae cuius studiosissimus fuerat memor, non dubitavit militibus persuadere nullum esse prodigium nec quicquam arcani vel divini in eo inesse, cum lunae vel solis defectiones semper certis temporibus fierent. Simul eos hortatus est ne quid prodigii in ea re timerent, sed homines fortis animi se praeberent. Quibus verbis animos eorum confirmavit effecitque ut eos vani timoris valde pigeret. Nam boni imperatoris est non solum corpora sed etiam animos suorum confirmare.
Interessa a tutti per la salvezza dello Stato che i generali siano esperti non solo di arte militare, ma anche di tutte le arti e di tutte le discipline che servono a guidare i soldati. Quanto debba essere valutata la conoscenza dei fenomeni celesti in un buon comandante può essere compreso da questo esempio. Infatti mi viene in mente Sulpicio Gallo, che fu uomo di grandissimo ingegno e cultura e comandante della cavalleria nella guerra che il popolo romano sosteneva contro il re dei Macedoni. Costui era espertissimo della scienza della natura e conosceva profondamente gli astri e i loro movimenti. Poiché in Macedonia, durante una notte serena, la luna splendente e piena improvvisamente si era eclissata e l’esercito, agitato dal timore e dalla superstizione, aveva perso ogni speranza di concludere bene l’impresa, Sulpicio, memore della materia di cui era stato molto appassionato, non esitò a persuadere i soldati che non si trattava affatto di un prodigio e non vi era dietro niente di misterioso o di divino, poiché le eclissi di luna o di sole accadevano sempre in determinate circostanze. Nello stesso tempo li esortò a non temere in quell’evento alcunchè di prodigioso, ma a mostrarsi uomini di animo risoluto. Con queste parole rafforzò i loro animi e ottenne che si pentissero fortemente del loro vano timore. Infatti è compito del buon condottiero non solo rafforzare i corpi ma anche gli animi dei suoi soldati.