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Quare ego tibi oratorem sic iam instituam, si potuero, ut quid efficere possit ante perspiciam. Sit enim mihi tinctus litteris, audierit aliquid, legerit, ista ipsa praecepta acceperit; temptabo quid deceat, quid voce, quid viribus, quid spiritu, quid lingua efficere possit. Si intellegam posse ad summos pervenire, non solum hortabor ut elaboret, sed etiam, si vir quoque bonus mihi videbitur esse, obsecrabo. Tantum ego in excellente oratore et eodem bono viro pono esse ornamenti universae civitati Sin videbitui; cum omnia summa fecerit, tamen ad mediocres oratores esse venturus, permittam ipsi quid velit; molestus magno opere non ero
Perciò ora io ti farò divenire un oratore, se potrò, così da poterne esaminare prima la capacità: voglio che possieda una qualche conoscenza di letteratura, che abbia udito o qualche maestro, che abbia letto qualcosa, che abbia assorbito i precetti retorici. Saggerò che cosa gli si confacia, che cosa sia in grado di fare con la voce, con la resistenza fisica, il respiro, la lingua. Se capirò che può ottenere il livello dei massimi oratori, non solo lo incoraggerò ad applicarsi, ma lo pregherò di farlo, se mi sembrerà anche un uomo onesto: tanto lustro sono persuaso apporti all'intera comunità un oratore eccellente che sia al tempo stesso un uomo onesto. Se avrò invece l'impressione che egli, nonostante ogni sforzo, sia destinato a finire nel ricordo degli oratori mediocri, lo lascerò fare ciò che desidera e non lo infastidirò molto.
VERSIONE ALTERNATIVA stesso titolo diversa
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Tarquinius Superbus cognomen morum acerbitate meruit: nam tradunt eum regnum nefando scelere sibi paravisse, cum necavisset socerum Servium Tullium, et gravi crudelitate imperium exercuisse. Constat eum nobiles cives innumeris modis vexavisse, nonnullos interfecisse, alios exsulare coegisse. Strenuus tamen in bello fuit et imperii fines amplificavit: Latinos Sabinosque subegit, Pometiam Etruscis eripuit, Gabios vi et fraude occupavit; praetera urbem aedificiis exornavit. Cum instituisset aedificare Capitolium, caput hominis invenit, unde vates praedixerunt Urbem caput mundi futuram esse. Cum autem Sextus Tarquinius, eius filius, Lucretiam, nobilissimam atque pudicissimam matronam, violasset, patricii, coniuratione facta, omnes Tarquinios urbe expulerunt.Tarquinius ad Porsenam, Clusii regem, confugit, sed frusta per eum regnum recuperare temptavit. Denique concessit Cumas, ubi reliquum vitae tempus exegit.
Tarquinio meritò il cognome(n) di Superbo per la durezza (cattiveria) dei suoi modi: raccontano infatti che durante il suo regno si procurò il potere con un nefando delitto, avendo ucciso il suocero Servio Tullio, e che egli esercitò il potere con grave/molesta crudeltà. Risulta che maltrattò i cittadini nobili in moltissimi modi, ne uccise molti e costrinse gli altri ad andare in esilio. Tuttavia fu valoroso in battaglia ed estese il territorio del regno: sottomise i Latini e i Sabini, strappò Pomezia agli Etruschi, occupò Gabii con la forza e con l'astuzia; in seguito abbellì la città con edifici. Quando ordinò di edificare (riempire di edifici) sul Campidoglio, trovò la testa di un uomo, da cui i profeti (indovini) predissero che Roma stava per diventare capitale del mondo. Ma Lucio Tarquinio, suo figlio, avendo maltrattato Lucrezia, nobilissima e onestissima donna (matrona), i patrizi, dopo aver preparato una congiura, espulsero dalla città tutti i Tarquini. Tarquinio si rifugiò da Porsenna, re di Chiusi, ma tentò invano di recuperare il potere (regno) attraverso di lui. Infine si ritirò a Cuma, dove trascorse il tempo di vita che gli rimaneva.
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Prudentissima civitas Atheniensium fuisse traditur; eius porro civitatis sapientissimum Solonem dicunt fuisse, eum qui leges, quibus hodie quoque utuntur, scripserit. Is, cum interrogaretur cur nullum supplicium constituisset in eum qui parentem necavisset, respondit se id neminem facturum putavisse. Sapienter fecisse dicitur, cum de eo nihil sanxerit quod antea commissum non erat, ne non tam prohibere quam admonere videretur. Quis autem nostri maiores? Qui cum intellegerent nihil esse tam sanctum quod non aliquando violaret audacia, supplicium in parricidas singulare excogitaverunt: insui voluerunt in culleum vivos atque ita in flumen deici.
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Si narra che la città degli Ateniesi fosse la più saggia; inoltre dicono che Solone fosse il più sapiente di quella città, lui che aveva istituito le leggi che usano ancora oggi. Essendogli chiesto perché non avesse stabilito alcuna punizione contro chi avesse ucciso un genitore, egli rispose che aveva ritenuto che nessuno lo avrebbe fatto. Si dice che, non avendo decretato nulla riguardo quella cosa che non era (mai) stata commessa prima, lo abbia fatto saggiamente per sembrare non tanto impedire quanto ammonire. Cosa (fecero) invece i nostri antenati? I quali, poiché capirono che nulla è così inviolabile che un giorno l'impudenza non lo potesse trasgredire, istituirono una punizione particolare contro gli uccisori del padre: vollero che fossero cuciti vivi in un sacco e in questo modo gettati in un fiume.
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Saepe audivi ex maioribus natu, qui se porro pueros a senibus audisse dicebant, mirari solitum C. Fabricium, quod, cum apud regem Pyrrhum legatus esset, audisset a Thessalo Cinea esse quendam Athenis, qui se sapientem profiteretur, eumque dicere omnia, quae faceremus, ad voluptatem esse referenda. Quod ex eo audientis M'. Curium et Ti. Coruncanium optare solitos, ut id Samnitibus ipsique Pyrrho persuaderetur, quo facilius vinci possent, cum se voluptatibus dedissent. Vixerat M'. Curius cum P. Decio, qui quinquennio ante eum consulem se pro re publica quarto consulatu devoverat; norat eundem Fabricius, norat Coruncanius; qui cum ex sua vita, tum ex eius, quem dico, Deci, facto iudicabant esse profecto aliquid natura pulchrum atque praeclarum, quod sua sponte peteretur, quodque spreta et contempta voluptate optimus quisque sequeretur. Quorsus igitur tam multa de voluptate? Quia non modo vituperatio nulla, sed etiam summa laus senectutis est, quod ea voluptates nullas magno opere desiderat.
Spesso ho sentito dire dai più anziani, i quali lo avrebbero appreso nella loro infanzia dai loro vecchi, che Caio Fabrizio non finiva di meravigliarsi del discorso che, all'epoca della sua ambasceria presso il re Pirro, aveva sentito dal tessalo Cinea: ad Atene viveva un tale che si professava saggio e nonostante ciò sosteneva che tutte le nostre azioni devono tendere al piacere. Alle parole di Fabrizio, Manlio Curio e Tiberio Coruncanio si auguravano che i Sanniti e lo stesso Pirro si persuadessero di tale teoria perché sarebbe stato più facile vincerli se si fossero dati ai piaceri. Manlio Curio era stato compagno di Publio Decio, l'uomo che, quando era console per la quarta volta, cinque anni prima del consolato di Curio, si era sacrificato per la patria. Lo aveva conosciuto anche Fabrizio, lo aveva conosciuto Coruncanio. Entrambi, a giudicare sia dalla loro vita sia dal gesto del Decio di cui parlo, credevano fermamente nell'esistenza di qualcosa di bello e nobile per natura, tale da essere ricercato per il suo valore intrinseco ed essere seguito da tutti i migliori nel disprezzo e nella condanna del piacere. Perché insisto tanto sul piacere? Perché la vecchiaia, lungi dal meritare rimproveri, è degna invece della massima lode in quanto non sente molto la mancanza di nessun piacere
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Quare ego tibi oratorem sic iam instituam, si potuero, ut quid efficere possit ante perspiciam. Sit enim mihi tinctus litteris, audierit aliquid, legerit, ista ipsa praecepta acceperit; temptabo quid deceat, quid voce, quid viribus, quid spiritu, quid lingua efficere possit. Si intellegam posse ad summos pervenire, non solum hortabor ut elaboret, sed etiam, si vir quoque bonus mihi videbitur esse, obsecrabo. Tantum ego in excellente oratore et eodem bono viro pono esse ornamenti universae civitati. Sin videbitui; cum omnia summa fecerit, tamen ad mediocres oratores esse venturus, permittam ipsi quid velit; molestus magno opere non ero”.
Perciò ora io ti farò divenire un oratore, se potrò, così da poterne esaminare prima la capacità: voglio che possieda una qualche conoscenza di letteratura, che abbia udito o qualche maestro, che abbia letto qualcosa, che abbia assorbito i precetti retorici. Saggerò che cosa gli si confacia, che cosa sia in grado di fare con la voce, con la resistenza fisica, il respiro, la lingua. Se capirò che può ottenere il livello dei massimi oratori, non solo lo incoraggerò ad applicarsi, ma lo pregherò di farlo, se mi sembrerà anche un uomo onesto: tanto lustro sono persuaso apporti all'intera comunità un oratore eccellente che sia al tempo stesso un uomo onesto. Se avrò invece l'impressione che egli, nonostante ogni sforzo, sia destinato a finire nel ricordo degli oratori mediocri, lo lascerò fare ciò che desidera e non lo infastidirò molto.