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De quo quidem tribunatu ita dictum est a Q. Hortensio ut eius oratio non defensionem modo videretur criminum continere, sed etiam memoria dignam iuventuti rei publicae capessendae auctoritatem disciplinamque praescribere. Sed tamen, quoniam tribunatus totus P. Sesti nihil aliud nisi meum nomen causamque sustinuit, necessario mihi de isdem rebus esse arbitror si non subtilius disputandum, at certe dolentius deplorandum. Qua in oratione si asperius in quosdam homines invehi vellem, quis non concederet ut eos, quorum sceleris furore violatus essem, vocis libertate perstringerem? Sed agam moderate et huius potius tempori serviam quam dolori meo: si qui occulte a salute nostra dissentiunt, lateant; si qui fecerunt aliquid aliquando atque eidem nunc tacent et quiescunt, nos quoque simus obliti; si qui se offerunt, insectantur, quoad ferri poterunt, perferemus, neque quemquam offendet oratio mea nisi qui se ita obtulerit ut in eum non invasisse sed incucurrisse videamur. Sed necesse est, ante quam de tribunatu P. Sesti dicere incipiam, me totum superioris anni rei publicae naufragium exponere, in quo conligendo ac reficienda salute communi omnia reperientur P. Sesti facta, dicta, consilia versata.
Di quel tribunato, in verità, vi ha già intrattenuto Quinto Ortensie, e in modo siffatto, che la sua orazione è non solo risultata tale da esaurire la difesa dalle mosse imputazioni, ma anche da segnare alla gioventù un autorevole e degno esempio delle norme da seguire nella conquista delle pubbliche funzioni. Ma poiché l'intero tribunato di Sestio non fu che una rivendicazione del mio nome e della mia causa, io considero per me doveroso, se non di parlarne con maggior penetrazione di Ortensie, di rimpiangerlo con maggior dolore. Se in questo mio discorso io mi proponessi di attaccare aspramente certe persone, chi non vorrebbe concedermi di attanagliare con franca parola quelli il cui delittuoso furore mi ha tanto straziato? Ma no: la mia parola suonerà moderata, e s'ispirerà più alla esigenza di quest'ora che non alla mia amarezza. Coloro che nascostamente contrastano alla mia salvezza, rimangano pure nell'ombra; coloro che in altro tempo mi fecero del male, ed ora stanno zitti e tranquilli, ch'io pure possa dimenticarli; coloro infine che mi vogliono provocare e oltraggiare io sopporterò fin dove siano sopportabili. Il mio discorso non ferirà nessuno, salvo chi mi si pari innanzi in modo tale da non potersi dire assalito da me, ma venutomi esso stesso fra i piedi. Prima, però, ch'io incominci a parlare del tribunato di Sestio, è necessario ch'io richiami qui il completo naufragio dello Stato negli scorsi anni, a raccogliere i cui rottami e a ricostruire la comune salvezza noi troviamo impegnata tutta l'opera, la parola, il pensiero di Publio Sestio
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Olim cum Athenis quidam admodum senex spectatum ludos in theatrum venisset Locus nusquam turpe dictu ei daus est a suis civibus cum autem ad lacedaemoniorum legatos qui in certo loco consederant, accepisset, omenes illi eius canos capillos et provectam senectutem venerari sunt et statim consurrexerunt et senem sessum receperunt. Cum populos hoc vidid, advenarum verecundiam admiratus est et maximo plaus comprobavit. Ferentu tunc quendam e Lacedaemoniis sit locutm esse "Athenienses quid sit rectum sciunt, sed id facere nolunt"
Una volta ad Atene, essendo arrivato un assai vecchio in teatro per guardare i giochi, non gli venne concesso in nessun luogo un posto dai suoi concittadini, cosa vergognosa a dirsi. essendosi avviccinato invece ai luogotenenti degli spartani, che si erano seduti in un posto riservato, tutti loro venerarono i suoi capelli bianchi e la sua avanzata vecchiaia e subito si alzarono e fecero posto al vecchio. Quando il popolo vide questo, ammirò la correttezza degli stranieri e approvò con un grande applauso. dicono che allora uno degli spartani disse così: gli Ateniesi sanno ciò che è giusto, ma non lo vogliono fare.
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Si te dolor aliqui corporis aut infirmitas valetudinis tuae tenuit quominus ad ludos venires, fortunae magis tribuo quam sapientiae tuae; sin haec, quae ceteri mirantur, contemnenda duxisti et, cum per valetudinem posses, venire tamen noluisti, utrumque laetor, et sine dolore corporis te fuisse et animo valuisse, cum ea, quae sine causa mirantur alii, neglexeris; modo ut tibi perfrui mirifice licuit cum esses in ista amoenitate paene solus relictus. Neque tamen dubito quin tu in illo cubicolo tuo, ex quo tibi Stabianum perforando patefecisti sinum, per eos dies matutina tempora lectiunculis consumpseris. Reliquas vero partes diei tu consumebas iis delectationibus quas tibi ipse ad arbitrium tuum comparaveras omnino, si quaeris, ludi apparatissimi, sed non tui stomachi; coniecturam enim facio de meo
Se è stato qualche male del corpo o un momento di salute non buona a impedirti di andare agli spettacoli, lo attribuisco più alla fortuna che alla tua sapienza; ma se invece non hai creduto degne di attenzione tutte queste meraviglie che piacciono tanto agli altri e nonostante ti sentissi benissimo non sei voluto venire di proposito, ebbene me ne rallegro per due ragioni: primo, perché non hai malesseri fisici, secondo, perché la tua salute psichica è perfetta se hai trascurato quello che senza alcun fondamento piace tanto agli altri. Sempre che questa occasione di riposo ti abbia portato dei frutti: è certo che eri nelle migliori condizioni per poterne godere, giacché sei rimasto pressoché solo in questa tua delizia di paese. Non ho dubbi che tu, da quella tua stanza da letto in cui ti sei allargato la vista dalla parte di Stabia con qualche opportuna apertura-durante quei giorni hai passato intere mattinate a oziare in contemplazione di quello scenario. E le altre ore del giorno te le passavi in santa pace, divertendoti a modo tuo e a tuo piacimento mentre intanto quelli che ti ci avevano abbandonato stavano guardando mezzi addormentati le rappresentazioni di mimi sulla pubblica ribalta.
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Gyges, qui cum terra discessisset magnis quibusdam imbribus, descendit in illum hiatum aeneumque equum, ut ferunt fabulae, animadvertit, cuius in lateribus fores essent; quibus apertis corpus hominis mortui vidit magnitudine invisitata anulumque aureum in digito; quem ut detraxit, ipse induit (erat autem regius pastor), tum in concilium se pastorum recepit. Ibi cum palam eius anuli ad palmam converterat, a nullo videbatur, ipse autem omnia videbat; idem rursus videbatur, cum in locum anulum inverterat. Itaque hac oportunitate anuli usus reginae stuprum intulit eaque adiutrice regem dominum interemit, sustulit quos obstare arbitrabatur, nec in his eum facinoribus quisquam potuit videre. Sic repente anuli beneficio rex exortus est Lydiae.
Gige essendosi la terra spaccata per certe grandi piogge, Gige scese in quella voragine e scorse, come dicono le leggende, un cavallo di bronzo, che aveva ai fianchi delle porte; dopo averle aperte scorse il corpo di un uomo morto di grandezza mai vista, con un anello d'oro al dito; glielo tolse e se lo mise, poi si recò all'adunanza dei pastori (era, intatti, pastore del re); lì, ogni volta che volgeva il castone dell'anello verso la palma della mano, diveniva invisibile a tutti, mentre egli era in grado di veder tutto; ritornava nuovamente visibile quando rimetteva l'anello al suo posto. E così, servendosi dei poteri concessigli dall'anello, fece violenza alla regina e col suo aiuto uccise il re suo padrone, tolse di mezzo chi, a parer suo, gli si opponeva, e nessuno potè scorgerlo mentre compiva questi delitti; così, tutto ad un tratto, grazie all'anello divenne re della Lidia.
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epistulam cum a te avide exspectarem ad vesperum, ut soleo, ecce tibi nuntius pueros venisse Roma! voco, quaero ecquid litterarum. negant. 'quid ais?' inquam 'nihilne a Pomponio?' perterriti voce et vultu confessi sunt se accepisse sed excidisse in via. quid quaeris? permoleste tuli; nulla enim abs te per hos dies epistula inanis aliqua re utili et suavi venerat. nunc si quid in ea epistula quam ante diem xvi Kal. Maias dedisti fuit historia dignum, scribe quam primum, ne ignoremus; sin nihil praeter iocationem, redde id ipsum.
