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Testo latino Ipsa autem ex aedificatio posita est in rebus et verbis: rerum ratio ordinem temporum desiderat, regionum descriptionem; vult etiam, quoniam in rebus magnis memoriaque dignis consilia primum, deinde acta, postea eventus exspectentur, et de consiliis significari quid scriptor probet et in rebus gestis declarari non solum quid actum aut dictum sit, sed etiam quo modo, et cum de eventu dicatur, ut causae explicentur omnes vel casus vel sapientiae vel temeritatis hominumque ipsorum non solum res gestae, sed etiam, qui fama ac nomine excellant, de cuiusque vita atque natura; verborum autem ratio et genus orationis fusum atque tractum et cum lenitate quadam aequabiliter profluens sine hac iudiciali asperitate et sine sententiarum forensibus aculeis persequendum est.
La medesima costruzione d'un'opera storica è, d'altra parte, riposta nei fatti e nelle parole: l'esposizione degli eventi esige una successione cronologica ed una precisa topografia; richiede altresì - giacchè, nelle opere grandi e degne di essere tramandate sono attesi in primo luogo i propositi, di seguito gli eventi ed infine gli esiti - che sia fatto ben comprendere, riguardo ai propositi, che cosa l'autore approvi, inoltre che sia illustrato, nell'esposizione dei fatti, non soltanto cosa sia accaduto o che cosa sia stato affermato, ma anche in quale modo, e, mentre si narra dell'esito di un'impresa, (è altresì necessario) che siano esposte tutte le (eventuali) ragioni di disgrazia, assennatezza ed audacia, e inoltre che degli uomini che vi prendono parte siano citate non soltanto le azioni eroiche, ma anche coloro che si distinguono per nome e gloria, e (che si renda conto) della vita e dell'indole di ciascuno; d'altra parte, un'armonia dispositiva unita ad uno stile discorsivo sciolto e spigliato, scorrevole in tono soavemente piano, privo di una certa asprezza nei giudizi e delle sottigliezze da avvocati proprie dei processi, questo è da perseguire.
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Inizio: Nihil autem est pro certo futurum, quod potest aliqua procuratione accidere ne fiat ... fine: vitam acturum fuisse? Certe igitur ignoratio futurorum malorum utilior est quam scientia
Ma evento futuro alcuno avverrà con certezza che con qualche espiazione si può fare in modo che non succeda. Io ritengo che la conoscenza del futuro non ci sia nemmeno utile. Quale sarebbe stata, infatti, la vita di Priamo, se avesse saputo da giovane quali vicende avrebbe provato in vecchiaia? Tralasciamo i miti, consideriamo i più recenti. Nell’opera «Sulla consolazione» raccolsi le morti più brutali dei cittadini più illustri della nostra città. Ebbene? Per non parlare dei predecessori, credi forse che a Marco Crasso sarebbe stato utile, quand’era al culmine della potenza e della ricchezza, sapere che, dopo l’uccisione del figlio Publio e la distruzione dell’esercito, sarebbe dovuto morire egli stesso, al di là dell’Eufrate, con infamia e disonore? O sei forse del parere che Gneo Pompeo si sarebbe rallegrato dei suoi tre consolati, dei tre trionfi, della gloria di imprese colossali, se avesse saputo che in Egitto, da solo, dopo aver perso l’esercito, sarebbe stato assassinato e che, in vero, dopo la sua morte ci sarebbero state conseguenze, che non riesco a riferire senza lacrime? Dunque con quale afflizione d’animo riteniamo che Cesare avrebbe trascorso la vita, se avesse presagito che in quel senato, che lui stesso aveva aggregato per la maggior parte con della sua fazione, nella curia Pompea, di fronte alla statua dello stesso Pompeo, mentre tanti suoi centurioni guardavano, sarebbe giaciuto, assassinato da cittadini celeberrimi, parte dei quali da lui ricoperti di ogni onore, così che al suo cadavere nessuno si accostò, non solo dei (propri) sostenitori, ma neppure dei (propri) servitori? È certamente più utile, insomma, rimanere all’oscuro dei mali futuri che averne conoscenza. De Divinatione Libro II capitolo 9
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Interest aliquid inter laborem et dolorem. Sunt finitima omnino, sed tamen differt aliquid. Labor est functio quaedam vel animi vel corporis gravioris operis et muneris, dolor autem motus asper in corpore alienus a sensibus. Haec duo Graeci illi, quorum copiosior est lingua quam nostra, uno nomine appellant. Itaque industrios homines illi studiosos vel potius amantis doloris appellant, nos commodius laboriosos; aliud est enim laborare, aliud dolere. O verborum inops interdum, quibus abundare te semper putas, Graecia! Aliud, inquam, est dolere, aliud laborare. Cum varices secabantur C. Mario, dolebat; cum aestu magno ducebat agmen, laborabat. Est inter haec quaedam tamen similitudo; consuetudo enim laborum perpessionem dolorum efficit faciliorem. Itaque illi qui Graeciae formam rerum publicarum dederunt, corpora iuvenum firmari labore voluerunt. Quod Spartiatae etiam in feminas transtulerunt quae ceteris in urbibus mollissimo cultu "parietum umbris occuluntur". Illi autem voluerunt nihil horum simile esse apud Lacaenas virgines Quibus magis palaestra, Eurota, sol, pulvis, labor, Militia in studio est quam fertilitas barbara. Ergo his laboriosis exercitationibus et dolor intercurrit non numquam, impelluntur, feriuntur, abiiciuntur, cadunt, et ipse labor quasi callum quoddam obducit dolori.
C'è differenza fra fatica e dolore. (Esse) Sono due cose molto simili, si, ma qualche differenza esiste. La fatica si ha quando l'anima o il corpo sono impegnati in un compito duro o esercitano una funzione particolarmente gravosa; il dolore invece è un movimento rude e ripugnante ai sensi che si produce nel corpo. Questi due concetti i Greci, che pure hanno una lingua più ricca della nostra, li esprimono con un termine solo. Cosi gli uomini attivi loro li chiamano appassionati, o meglio, amanti del dolore. Meglio noi, che li chiamiamo laboriosi: una cosa è la fatica, un'altra il dolore. Lo vedi, o Grecia, quanto è insufficiente a volte la tua lingua, tu che la credi cosi ricca? il dolore e la fatica sono due cose differenti, io dico. Gaio Mario, quando gli tagliavano le vene varicose, provava dolore: faticava invece quando, in mezzo a un caldo soffocante, gli toccava marciare alla testa del suo esercito. Bisogna dire però che tra questi due concetti esiste una certa affinità, in quanto l'abitudine alle fatiche facilita la resistenza ai dolori. Quelli che diedero alla Grecia le sue costituzioni politiche appunto per questo vollero che i giovani rafforzassero il fisico con la fatica: anzi, gli Spartani estesero l'usanza anche alle donne, che nelle altre città sono avvezze a una vita particolarmente delicata, e « si celano nell'ombra della casa ». Essi invece non ammisero niente di simile per « le fanciulle spartane, che più della fecondità barbarica hanno a cuore la palestra, l'Eurota, il sole, la polvere, la fatica, e il campo ». A questi faticosi esercizi spesso si accompagna anche il dolore: e a forza di spinte, ferite, urti e cadute, la fatica le rende insensibili.
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Nam ut primum ex pueris excessit Archias, atque ab eis artibus quibus aetas puerilis ad humanitatem informari solet se ad scribendi studium contulit, primum Antiochiae--nam ibi natus est loco nobili--celebri quondam urbe et copiosa, atque eruditissimis hominibus liberalissimisque studiis adfluenti, celeriter antecellere omnibus ingeni gloria contigit. Post in ceteris Asiae partibus cunctaeque Graeciae sic eius adventus celebrabantur, ut famam ingeni exspectatio hominis, exspectationem ipsius adventus admiratioque superaret. Erat Italia tunc plena Graecarum artium ac disciplinarum, studiaque haec et in Latio vehementius tum colebantur quam nunc eisdem in oppidis, et hic Romae propter tranquillitatem rei publicae non neglegebantur. Itaque hunc et Tarentini et Regini et Neopolitani civitate ceterisque praemiis donarunt; et omnes, qui aliquid de ingeniis poterant iudicare, cognitione atque hospitio dignum existimarunt. hac tanta celebritate famae cum esset iam absentibus notus, Romam venit Mario consule et Catulo
Intorno ai quindici anni, Archia, di nobili origini abbandonò quelle materie di studio utili solitamente ad avvicinare i più piccoli alla cultura e incominciò a scrivere poesie; dapprima, grazie al suo talento, riscosse su tutti un immediato successo nella natia Antiochia, città a quel tempo famosa, ricca e sede di vivaci scambi culturali. In seguito, in ogni regione dell'Asia e in tutta la Grecia il suo arrivo era accolto con grande entusiasmo: l'aspettativa superava la fama del suo ingegno, ma poi, al suo arrivo, l'ammirazione superava ogni attesa. A quel tempo in Italia si coltivava con passione la cultura greca: nelle città del Lazio ci si dedicava a quello studio con maggiore dedizione di quanto si faccia oggi nelle stesse località, e anche qui a Roma, città allora tranquilla sotto il profilo politico. Ecco perché gli abitanti di Taranto, Reggio e Napoli concessero ad Archia il diritto di cittadinanza e altri riconoscimenti: chiunque fosse in grado di apprezzare le persone di talento, desiderava vivamente conoscerlo e ospitarlo in casa sua. Con questa fama che si era diffusa ovunque, anche in luoghi da lui mai visitati, arrivò a Roma al tempo del consolato di Mario e Catulo.
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Sit igitur hoc iam a principio persuasum civibus, dominos esse omnium rerum ac moderatores deos, eaque quae gerantur eorum geri iudicio ac numine, eosdemque optime de genere hominum mereri, et qualis quisque sit, quid agat, quid in se admittat, qua mente, qua pietate colat religiones, intueri, piorumque et impiorum habere rationem. His enim rebus inbutae mentes haud sane abhorrebunt ab utili aut a vera sententia. Quid est enim verius quam neminem esse oportere tam stulte adrogantem, ut in se rationem et mentem putet inesse, in caelo mundoque non putet? Aut ut ea quae vix summa ingenii ratione moveri putet? Quem vero astrorum ordines, quem dierum noctiumque vicissitudines, quem mensum temperatio, quemque ea quae gignuntur nobis ad fruendum, non gratum esse cogunt, hunc hominem omnino numerari qui decet? Quomque omnia quae rationem habent praestent iis quae sint rationis expertia, nefasque sit dicere ullam rem praestare naturae omnium rerum, rationem inesse in ea confitendum est. Utilis esse autem has opiniones quis neget, quom intellegat quam multa firmentur iure iurando, quantae saluti sint foederum religiones, quam multos divini supplicii metus a scelere revocarit, quamque sancta sit societas civium inter ipsos, diis inmortalibus interpositis tum iudicibus tum testibus?
Sia dunque chiaro ai cittadini questo fin dall'inizio, che gli dèi sono padroni e reggitori di tutto l'universo, e che tutto quello che viene compiuto, è compiuto con il loro giudizio e la loro volontà, e che essi medesimi sono i maggiori benefattori del genere umano. Essi scorgono quale ciascun uomo sia, che cosa faccia, che cosa abbia nel suo intimo, con quale animo e quale pietà coltivi la religione, e inoltre essi tengono conto dei pii e degli empi; e se gli animi assorbiranno questi principii, è certo che non si allontaneranno mai da idee valide e veraci. Cosa vi è infatti di più vero del fatto che nessuno debba essere superbo in una forma tanto sciocca, da credere di avere dentro di sé intelletto e ragione, e negarlo nel cielo e nel mondo? O da pensare che (nessuna) mente governi il movimento di quegli oggetti che a mala pena (possono essere conosciuti da una mente) sia pure di grandissima capacità? Perché mai conviene includere tra gli uomini uno che non si senta costretto alla gratitudine dall'ordine degli astri, dall'altemarsi dei giorni e delle notti, dal variare della temperatura e da tutto ciò che nasce per il nostro vantaggio? In fondo, poiché tutto ciò che è fornito di ragione è superiore a ciò che è privo della ragione, e non è lecito affermare che una singola individualità sia superiore all'universale, si dovrebbe aver fiducia che esista in questa universale natura l'esistenza di una ragione. E chi negherebbe che queste idee siano valide, se ci rendiamo conto di quanti patti si rafforzano con un giuramento, quanto vantaggio apportino gli accordi solenni, quanti siano quelli allontanatisi dalla colpa per il timore della punizione divina, e quanto sia sacra l'unione dei cittadini, quando fra di loro si inseriscono gli stessi dèi immortali, talora come giudici, talora come testimoni?