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Sed quid ego plura dicam de Gavio? Non illi, inquam, homini, sed causae communi libertatis inimicus fuisti. Cum Mamertini more atque instituto suo crucem fixissent post urbem in viā Pompeiā, cur iussisti in ea parte figere (crucem) quae ad fretum spectaret et cur hoc addidisti te illum locum deligere, ut ille, quoniam se civem Romanum esse diceret, ex cruce Italiam cernere ac domum suam prospicere posset? Facinus est vincire civem Romanum, scelus verberare, prope parricidium necare: quid dicam in crucem tollere? Verbo satis digno tam nefaria res appellari nullo modo potest. Non fuit his omnibus contentus: «Spectet – inquit – patriam; in conspectu legum libertatisque moriatur». Non tu hoc loco Gavium, non unum hominem, sed communem libertatis et civitatis causam in illum cruciatum et crucem egisti. Iam vero videte hominis audaciam!
Ma cosa di più dirò di Gavio? Sei stato nemico, non dirò di quell'uomo, ma della causa della libertà comune. Quando i Mamertini, secondo il loro costume e le loro norme, piantarono una croce dietro la città nella Via Pompea, perché hai ordinato che la piantassero in quel posto che prospetta lo stretto e perché hai aggiunto di aver scelto quel luogo perché quello, poiché affermava di essere cittadino Romano, dalla croce potesse vedere l'Italia ed intravedere la sua casa? È un delitto incatenare un cittadino Romano, scellerato bastonarlo, quasi un parricidio ucciderlo: che dirò poi del metterlo in croce? Un fatto tanto nefando non può essere definito in alcun modo con una parola abbastanza appropriata. Non fu contento di tutto ciò: "Guardi - disse - la patria; muoia a dispetto delle leggi e della libertà". Tu in quel posto non hai torturato e posto in croce Gavio, non un solo uomo, ma la causa della comune libertà e cittadinanza. Già potete quindi vedere (lett. vedete) la sfrontatezza dell'uomo!
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TESTO LATINO: Cum machinatione quadam moveri aliquid videmus, ut siderum sphaeram, ut horas, ut alia permulta, non dubitamus quin illa opera sint rationis; cum autem impetum caeli admirabili celeritate moveri vertique videamus, num dubitamus quin ea non solum ratione fiant, sed etiam excellente divinaque ratione? Licet enim, remota subtilitate disputandi, oculis contemplari pulchritudinem earum rerum quas a divina providentia dicimus constitutas.
Quando vediamo qualcosa mosso da una qualche macchina, come la sfera delle stelle, o l'orologio o moltissimi altri congegni, non abbiamo dubbi che essi sono frutto della ragione; ma quando vediamo che il moto circolare del cielo si muove e cambia con straordinaria velocità, forse che dubitiamo che esso non solo avvenga per una ragione, ma anche per una eminente ragione divina? Si può infatti, tralasciata ogni sottigliezza di argomentazioni, contemplare con gli occhi la bellezza di quelle cose che diciamo stabilite dalla divina provvidenza. .
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Etsi tibi omnia suppetunt ea quae consequi ingenio aut usu homines aut diligentia possunt, tamen amore nostro non sum alienum arbitratus ad te perscribere ea quae mihi veniebant in mentem dies ac noctes de petitione tua cogitanti, non ut aliquid ex his novi addisceres, sed ut ea quae in re dispersa atque infinita viderentur esse ratione et distributione sub uno aspectu ponerentur. Quamquam plurimum natura valet, tamen videtur in paucorum mensium negotio posse simulatio naturam vincere. Civitas quae sit cogita, quid petas, qui sis. Prope cottidie tibi hoc ad forum descendenti meditandum est: "Novus sum, consulatum peto, Roma est. "
Quantunque tu sia dotato a sufficienza di tutte le qualità che gli uomini possono conseguire con la loro intelligenza o con la pratica o con l'applicazione, tuttavia, in nome del nostro affetto, non ho ritenuto fuori luogo darti i consigli che mi venivano in mente giorno e notte, allorché riflettevo sulla tua candidatura; e non perché tu apprendessi qualcosa di nuovo da essi, ma perché fossero considerate sotto un unico punto di vista, in forma logica e razionale, le riflessioni che, in tale circostanza, potrebbero apparire disaggregate ed indefinite. Benché ciò che conta di più sia la disposizione naturale, tuttavia sembra che, in una faccenda che si riduce a pochi mesi, l'apparenza possa avere la meglio su di essa. Considera quale sia la città, a cosa tu aspiri, chi veramente tu sia. Quasi ogni giorno, mentre ti dirigi verso il foro, devi meditare su ciò: "Sono un uomo novo, aspiro al consolato, c'è Roma in palio. "
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Nasica, cum ad poetam Ennium venisset eique ab ostio quaerenti Ennium ancilla dixisset domi non esse, sensit illam domini iussu dixisse et illum intus esse; paucis post diebus cum ad Nasicam venisset Ennius et eum ad ianuam quaereret, exclamat Nasica domi non esse, tum Ennius dixit Quid? Ego non cognosco vocem tuam?
Nasica, essendo andato dal poeta Ennio e l'ancella avendogli detto che chiedeva stando sulla porta che Ennio non era in casa, si accorse che quella disse ciò per ordine del padrone e che quello era dentro, pochi giorni dopo, dopochè Ennio andò da Nasica e chiese alla porta di lui, Nasica esclamò che non era a casa. Allora Ennio: "Che cosa? -disse io - non conosco la tua voce?" Allora Nasica: "Un uomo sfrontato sei: io credendo di te, io credetti alla tua ancella che non eri a casa, tu non mi credi lo stesso?"
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Prodigi prima della battaglia di Leuttra
Cicerone Gradus facere
Traditum est paulo ante Leuctricam calamitatem Lacedaemone in Herculis fano arma ...
È stato tramandato che, poco prima della battaglia di Leuttra, nel tempio di Ercole le armi risuonassero e che la statua di Ercole grondasse di abbondante sudore. Ma contemporaneamente a Tebe nel tempio di Ercole i battenti delle porte a due ante chiuse da catenacci si aprirono da sole, e le armi che erano fissate alle pareti caddero a terra. Nel medesimo tempo, presso Lebadia, i galli cantarono così incessantemente, che non smettevano più. Gli auguri della Beozia dissero allora che la vittoria sarebbe stata dei Tebani. Infatti quell'uccello generalmente sta zitto se è vinto: ma canta se vince. E nella stessa occasione il disastro della battaglia di Leuttra era annunciato agli Spartani da molti segni. E infatti sulla statua del re Lisandro che si trovava a Delfi comparve all'improvviso sul capo una corona di erbe spinose e selvatiche; e le stelle d'oro che erano state poste a Delfi dagli Spartani dopo la vittoria navale riportata da Lisandro presso il fiume Ego nella guerra contro gli Ateniesi, caddero giù poco prima della battaglia di Leuttra e nessuno le trovò mai più.