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Quid agerem iudices? contenderem armis contra tribunum plebis. Boni vicissent improbos fortes inertes interfectus esset Clodius qui hanc una medicina potuit a rei publicae peste depelli. Quid deinde accideret? Quis reliqua praestraret? Quis dubitabat quin ille sanguinis tribunicius consules ultores ed defensores habiturus esset quindam dixisset in contione aut semel mihi esse pereundum aut bis esse vincendum? Quid erat bis vincere? Id profecto ut, si cum amentissimo tribuno plebis decertavissem, cum consulibus ceterisque eius ultoribus mihi esset dimicandum.
Traduzione n. 1

traduzione n. 2

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Inizio: Quid? Cum te Praeneste Kalendis ipsis Novembribus occupaturum nocturno impetu esse confideres, ...Fine: adeo de orbis terrarum exitio cogitent.
Come? Quando credevi che avresti occupato Preneste con un attacco notturno alle Calende di Novembre, non ti sei forse reso conto che per mio ordine quella colonia era stata fortificata con le mie guarnigioni, guardie e sentinelle? Non fai nulla, non prepari nulla, non pensi nulla che non io non solo venga a sapere, ma che anche veda e percepisca chiaramente. Richiama dunque alla memoria con me quella notte passata; comprenderai senz'altro che io attendo più alacremente alla salvezza della Repubblica che tu alla sua rovina. Dico che tu la notte scorsa sei venuto tra i falciatori - non parlerò oscuramente - nella casa di Marco Leca; e che nel medesimo luogo si erano riuniti numerosi complici della stessa pazzia e scelleratezza. Osi forse negarlo? Perché taci? Se lo neghi, lo proverò. Vedo, in effetti, che qui in Senato vi sono alcuni che furono insieme con te. Oh dei immortali! In che mondo mai viviamo? In che città viviamo? Che Repubblica abbiamo? Qui, proprio qui, nella nostra classe, o padri coscritti, in questa santissima e autorevolissima assemblea della Terra, vi sono alcuni che meditano la morte di tutti noi, la rovina di questa città e addirittura del mondo.
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Inizio: Cicero Attico sal. Kal. Iun. eunti mihi Antium et gladiatores M. Metelli cupide relinquent Fine: attigisti, post autem, ut arbitror, a Cossinio accepisti
Cicerone saluta Attico. Il primo giugno, mentre andavo ad Anzio e lasciavo volentieri i gladiatori di Metello, mi venne incontro il tuo giovane schiavo. Egli mi diede una lettera da parte tua e il commentario del mio consolato scritto in greco. In tale circostanza mi ha fatto piacere di avere, poco prima, consegnato a L. Cossinio, perché lo portasse a te, un libro ugualmente scritto in greco sugli stessi argomenti; infatti, se io avessi letto prima il tuo, avresti detto che te lo avevo rubato. Sebbene quei tuoi scritti (infatti li ho letti volentieri) mi siano sembrati piuttosto rozzi ed ineleganti, tuttavia erano adorni dal fatto stesso che avevano trascurato gli ornamenti, e mi sembravano, come le donne, avere un buon odore perché non odoravano di nulla. Il mio libro, poi, ha consumato tutto il flacone di profumo di Isocrate e tutti i barattoletti di unguento dei suoi discepoli e anche un qualcosa dei belletti aristotelici. E tu lo hai esaminato superficialmente a Corcira, come mi scrivi in altra lettera, poi, invero, come penso lo hai avuto da Cossinio.
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Contendere de re publica, cum id defendas quod esse optimum sentias, et fortium virorum et magmorum hominum semper putavi, neque huic umquam labori officio muneri defui. Sed contentio tamdiu sapiens est quamdiu aut proficit aliquid aut si non proficit non obest civitati. Voluimus quaedam, contendimus, experti sumus; optenta non sunt: dolorem alii, nos luctum maeroremque suscepimus. Cur ea quae mutare non possumus, convellare malumus quam tueri? C. Caesarem senatus et genere supplicationum amplissimo ornavit et numero dierum novo. Idem in angustiis aerari victorem exercitum stipendio adfecit, imperatoridecem legatos decrevit, lege Sempronia succedentum non censuit. Harum ego sententiarum et princeps et auctor fui, neque me dissensioni meae pristinae putavi potius adsentiri quam praesentibus rei publicae temporibus et concordiae convenire.
Cesare e Cicerone versione Cicerone dal libro Exedra
Io ho pensato sempre sia tra i maschi più forti sia tra i grandi uomini di aspirare alla Repubblica, benché tu difenda ciò che tu intenda sia una cosa ottima, né ho mancato mai a questo lavoro di dovere d’ufficio. Ma la tensione tanto a lungo è sapiente quanto o giova qualcosa o se non giova non nuoce alla cittadinanza. Vogliamo alcune cose, contendiamo, siamo pratici; non ci sono scuse. Alcuni dolore, noi suscitiamo lutto e tristezza. Perché non possiamo cambiare queste cose, desideriamo abbattere piuttosto che difendere? Il senato onorò Cesare con un vastissimo genere di preghiere di ringraziamento e con una nuova quantità di giorni. Lo stesso in ristrettezze dell’erario stipendiò l’esercito vincitore, assegnò 10 luogotenenti al comandante, non decretò con la legge Sempronia dei successori. Io fui il principale e fautore di queste decisioni, né ho pensato di assentire più alla mia discordia di prima che nelle circostanze presenti della Repubblica convenire ad un accordo.
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Herculis templum est apud Agrigentinos, sane sanctum apud illos et religiosum. Ibi est ex aere simulacrum herculis. Ad hoc templum, cum esset Verres agrigenti, repente nocte intempesta servorum armatorum fit concursus atque impetus. Clamor a vigilibus fanique custodibus tollitur. Qui primum cum obsidtere ac defendere temptarent, male mulcati clavis ac fastibus repelluntur. Postea, convolsis repagulis effractisque valvis, servi everteresignum ac vectibus labefactare conatur. Interea ex clamore fama tota urbe percrebuit expugnari deos patrios. Nemo Agrigenti neque aetate tam adfecta neque viribus tam infirmis fuit qui non illa nocte eo nuntio excitatus surrexerit telumque arripuerit. Itaque brevi tempore ad fanum ex urbe tota concurritur. Horam amplius iam in demoliendo signo permulti hominem laborabant. Illud interea nulla ex parte lababat, cum repente Agrigentini concurrunt. Fit magna lapidatio; dant sese in fugam Verris nocturni milites.
versione dal libro Gradus Facere pagina 67 numero 8
C'è un tempio di Eracle presso gli Agrigentini, ragionevolmente santo presso di loro e religioso. Lì c'è la statua di Ercole. Quando Verre era ad Agrigeno, nel cuore della notte ci fu un raduno di schiavi armati che diedero l'assalto a quel tempio. Un clamore si levò dalle sentinelle e dai custodi che per prima cosa tentando di opporsi per difendere il tempio, furono respinti molto malconci, con colpi di randelli e bastoni Dopo questo forzati i chiavistelli e sfondati i battenti tentano di demolire la statua e di smuoverla con leve. Nel frattempo dal clamore si diffuse in tutta la città la notizia che gli dei della patria erano stati assaliti. Nessuno ad agrigento che in quella notte fu svegliato dalla notizia fu tanto infermo né per l'età avanzata né debole ne per le forze da non prendere le armi che a ognuno offriva il caso. Pertanto in poco tempo si accorse al tempio da tutta la città Da oltre un'ora moltissimi uomini lavorano per demolire la statua. Questa non vacillava da nessuna parte quando gli Agrigentini accorrevano velocemente, nasce una grande sassaiola: I soldati notturni di Verre si danno alla fuga.