- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Apud Graecos fertur incredibili quadam magnitudine consili atque ingeni Atheniensis ille fuisse Themistocles; ad quem quidam doctus homo atque in primis eruditus accessisse dicitur eique artem memoriae, quae tum primum proferebatur, pollicitus esse se traditurum; cum ille quaesisset quidnam illa ars efficere posset, dixisse illum doctorem, ut omnia meminisset; et ei Themistoclem respondisse gratius sibi illum esse facturum, si se oblivisci quae vellet quam si meminisse docuisset. Videsne quae vis in homine acerrimi ingeni, quam potens et quanta mens fuerit? Qui ita responderit, ut intellegere possemus nihil ex illius animo, quod semel esset infusum, umquam effluere potuisse; cum quidem ei fuerit optabilius oblivisci posse potius quod meminisse nollet quam quod semel audisset vidissetve meminisse.
Si riporta che tra i Greci quel famoso Ateniese, Temistocle, fu di una saggezza e di una intelligenza incredibilmente grandi; si racconta che a lui si avvicinò un uomo dotto e particolarmente colto e gli promise che (gli) avrebbe insegnato l’arte della memoria, che allora per la prima volta veniva divulgata; avendo(gli) egli domandato che cosa mai quell’arte potesse fare, quel dotto rispose che (quell’arte avrebbe fatto in modo che) ricordasse tutto; e Temistocle replicò a lui che gli avrebbe fatto cosa più gradita se (gli) avesse insegnato a dimenticare ciò che voleva, che se (gli avesse insegnato) a ricordare. Vedi quale forza di ingegno acutissimo ci fu in (quell’)uomo, che mente profonda e grande? Dal momento che rispose in modo tale che noi possiamo capire che nulla sarebbe potuto scivolar via dalla sua mente, una volta che vi fosse entrato; poiché, senza dubbio, per lui sarebbe stato preferibile poter dimenticare ciò che non voleva ricordare, piuttosto che ricordare ciò che avesse udito o visto (anche) una sola volta
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
mnibus rebus exploratis Petreius tuba signum dat, cohortis paulatim incedere iubet; idem facit hostium exercitus. postquam eo ventum est, unde a ferentariis proelium conmitti posset, maxumo clamore cum infestis signis concurrunt; pila omittunt, gladiis res geritur. Veterani pristinae virtutis memores comminus acriter instare, illi haud timidi resistunt: maxuma vi certatur. Interea Catilina cum expeditis in prima acie vorsari, laborantibus succurrere, integros pro sauciis arcessere, omnia providere, multum ipse pugnare, saepe hostem ferire: strenui militis et boni imperatoris officia simul exequebatur. Petreius ubi videt Catilinam, contra ac ratus erat, magna vi tendere, cohortem praetoriam in medios hostis inducit eosque perturbatos atque alios alibi resistentis interficit. Deinde utrimque ex lateribus ceteros adgreditur. Manlius et Faesulanus in primis pugnantes cadunt. Catilina postquam fusas copias seque cum paucis relicuom videt, memor generis atque pristinae suae dignitatis in confertissumos hostis incurrit fecit ibique confossus est
Ma non appena Petreio, esplorata ogni cosa, dà il segnale con la tromba, ordina alle coorti di avanzare a poco apoco, lo stesso fa l'esercito dei nemici. Dopo che si giunse là, dove poteva essere intrapresa la battaglia dai soldati armati alla leggerea, con grandissimo clamore accorrono in formazioen d'attacco, tralasciano i giochi di palla, la battaglia avviene con le spade, incalzano violentemente corpo a corpo, quelli resistono per niente timorosi: si combatte con grandissima forza. Intanto Catilina, si trovava in prima linea, con fanti armati alla leggera, soccorreva chi era in pericolo, faceva venire quelli sani al posto dei feriti, provvedeva ad ogni cosa, egli stesso combatteva, spesso feriva ( uccideva) un nemico: eseguiva nello stesso tempo i doveri di un valoroso soldato e di un buon comandante. Petreio quando vede che catilina fa un'accanita resistenza contrariamente a quanto aveva pensato, spinge la coorte pretoria contro il centro dei nemici e uccide quelli turbati e gli che restavano altrove. Manlio e Fesolano cadono combattendo tra i primi. Catilina dopo che vede le truppe disperse e se stesso rimasto indietro cn pochi, memore della sua stirpe e della sua antica dignità si slancia contro i nemici più serrati e li combattendo viene trafitto
Quando Petreio, dopo aver vagliato tutte le cose, dà il segnale con la tromba, ordina alle coorti di avanzare pian piano; la stessa cosa fa l’esercito dei nemici. Dopo che si giunse là donde poteva essere attaccata battaglia dai ferentari, con altissime grida, si slanciano con le insegne in posizione di attacco: lasciano da parte i giavellotti, la battaglia (lett. : la cosa) si conduce con le spade. I veterani, memori dell’antico valore, incalzano furiosamente da vicino; quelli resistono tutt’altro che timidi: si combatte con grandissima violenza. Nel frattempo Catilina, si aggirava nella prima fila con gli armati alla leggera, soccorreva quelli in difficoltà, sostituiva (uomini) sani ai feriti, provvedeva a tutto, combatteva molto egli stesso, spesso feriva un nemico: adempiva contemporaneamente ai doveri di un valoroso soldato e di un buon comandante. Petreio, quando vede Catilina combattere con grande vigore al contrario di quel che aveva pensato, spinge la coorte pretoria in mezzo ai nemici e li massacra dopo averli scompigliati e mentre resistevano chi qua chi là; poi assale gli altri da entrambe le parti sui lati. Manlio e Fesolano cadono combattendo fra i primi. Catilina, dopo che vede le truppe sbaragliate e se stesso rimasto con pochi, memore della (sua) stirpe e della sua antica dignità si slancia dove i nemici sono più fitti e qui venne traritto.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Ad ferendum igitur dolorem placide atque sedate plurimum proficit toto pectore, ut dicitur, cogitare quam id honestum sit. Sumus enim natura, ut ante dixi (dicendum est enim saepius), studiosissimi adpetentissimique honestatis; cuius si quasi lumen aliquod aspeximus, nihil est quod, ut eo potiamur, non parati simus et ferre et perpeti. Ex hoc cursu atque impetu animorum ad aeram laudem atque honestatem illa pericula adeuntur in proeliis; non sentiunt viri fortes in acie vulnera, vel sentiunt, sed mori malunt quam tantum modo de dignitatis gradu demoveri. Fulgentis gladios hostium videbant Decii, cum in aciem eorum inruebant. His levabat omnem vulnerum metum nobilitas mortis et gloria. Nam tam ingemuisse Epaminondam putas, cum una cum sanguine vitam effluere sentiret? Imperantem enim patriam Lacedaemoniis relinquebat, quam acceperat servientem. Haec sunt solacia, haec fomenta summorum dolorum.
Dunque per sopportare in modo sereno e pacato il dolore, giova moltissimo pensare con tutto il cuore, come si dice, quanto ciò sia onorevole. Siamo infatti per natura, come ho detto prima piuttosdto molto dediti e avidi di ciò che è onorevole; se abbiamo intravisto qualche, per così dire, luce di essa, non c'è nulla che non siamo preparati a tollerare o a sopportare pazientemente, pur di afferrarlo. In conseguenza di questo slancio e impeto degli animi verso la lode e l’onore quei pericoli vengono affrontati nelle battaglie; gli uomini forti non sentono le ferite nel campo di battaglia, o meglio le sentono, ma preferiscono morire che soltanto essere allontanati dal loro livello di prestigio. I Decii vedevano le spade splendenti dei nemici, quando si gettavano contro la loro schiera. La nobiltà della morte e la gloria levava a questi tutto il timore delle ferite. Pensi infatti che Epaminonda si sia lamentato tanto, sentendo fluire via la vita insieme al sangue? Infatti lasciava ai Lacedemoni in condizioni di supremazia la patria, che aveva preso nelle mani (ricevuto) in condizioni di soggezione. Queste sono le consolazioni, questi sono i conforti dei più grandi dolori.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Delatus est ad me fasciculus. solvi, si quid ad me esset litterarum. nihil erat, epistula Vatinio et ligurio altera. iussi ad eos deferri. illi ad me statim ardentes dolore venerunt scelus hominis clamantes; epistulas mihi legerunt plenas omnium in me probrorum. hic ligurius furere, 'se enim scire summo illum in odio fuisse Caesari. illum tamen non modo favisse sed etiam tantam illi pecuniam dedisse honoris mei causa. hoc ego dolore accepto volui scire quid scripsisset ad ceteros; ipsi enim illi putavi perniciosum fore, si eius hoc tantum scelus percrebruisset. cognovi eiusdem generis. ad te misi. quas si putabis illi ipsi utile esse reddi, reddes. nil me laedet. nam quod resignatae sunt, habet, opinor, eius signum Pomponia. hac ille acerbitate initio navigationis cum usus esset, tanto me dolore adfecit ut postea iacuerim, neque nunc tam pro se quam contra me laborare dicitur. ita omnibus rebus urgeor; quas sustinere vix possum vel plane nullo modo possum. quibus in miseriis una est pro omnibus quod istam miseram patrimonio, fortuna omni spoliatam relinquam. qua re te, polliceris, videre plane velim. alium enim cui illam commendem habeo neminem, quoniam matri quoque eadem intellexi esse parata quae mihi. sed si me non offendes, satis tamen habeto commendatam patruumque in ea quantum poteris mitigato. haec ad te die natali meo scripsi. quo utinam susceptus non essem aut ne quid ex eadem matre postea natum esset! plura scribere fletu prohibeor.
Un pacco mi venne recapitato. Lo aprii, per vedere se ci fosse qualche lettera per me. Non c'era nulla, (ma c'era) una lettera per Vatinio e un'altra per Ligurio. Diedi istruzioni che fossero indirizzate ad essi. Quelli subito vennero da me accesi di indignazione imprecando ad alta voce contro quel dannato furfante (alla lettera, "contro la scelleratezza dell'uomo"). Mi lessero le lettere disseminate di ogni genere di insulti nei miei confronti. A questo punto Ligurio andò fuori di sé, esclamando che infatti era a conoscenza che quello (si parla del fratello di Cicerone) fosse assai odiato da Cesare e che tuttavia (Cesare) non soltanto lo aveva appoggiato, ma gli aveva anche dato una grossa somma di denaro per via della considerazione che aveva nei miei riguardi. Una volta ricevuto questo dispiacere, volli sapere che cosa avesse scritto agli altri. Ritenni infatti che sarebbe stato dannoso per lui stesso se una così grave azione ("un comportamento così scellerato") fosse divenuta di dominio pubblico. Venni a sapere che (tutte le sue lettere) erano dello stesso tipo. Le inviai a te: se riterrai che sia conveniente che gli siano restituite, fallo ("restituisciglile"). (La cosa) non può arrecarmi offesa. Infatti, per il fatto che sono state aperte, suppongo che il sigillo sia in possesso di Pomponia. Poiché si è espresso con lo stesso tono amaro dall'inizio della navigazione, mi ha addolorato così tanto che in futuro potrei ammalarmi, e al momento corre voce che non stia lavorando tanto per se stesso quanto contro di me. Così sono messo alle strette da ogni circostanza: a stento posso sopportare questo stato di cose o addirittura non posso in alcun modo. Tra tutte queste afflizioni una è la più grande, e ovvero il fatto di lasciare quella povera fanciulladiseredata da ogni sostanza paterna. Per questo vorrei indubbiamente vederti, come mi hai promesso. Non ho infatti nessun altro al quale raccomandarla, poiché ho percepito che anche per la madre la sorte ha in serbo ciò che ha in serbo per me. Ma se tu non mi incontrerai, tuttavia la prenderai come una raccomandazione sufficiente e, per quanto ti sarà possibile, riconcilierai la zia paterna con lei (. Ti ho scritto ciò nel giorno del mio compleanno. Quanto vorrei non essere mai venuto al mondo o che nessun altro fosse stato generato in seguito dalla stessa madre. Le lacrime mi impediscono di scrivere oltre alla lettera più cose
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
La felicità è in potere del sapiente versione latino Cicerone
Poiché dunque ognuno si ritira per vivere felicemente nella somma filosofia, e gli uomini che desiderano solo questo ne intraprendono lo studio, c’è chi vive felicemente in un modo chi in un altro, voi lo fate consistere nel piacere, così come nel dolore di fronte a ogni miseria, tuttavia vediamo prima questo, come sia fra di voi vivere felicemente. E questo darete, come penso, se soltanto ci fosse qualcosa di felice sarebbe opportuno che tutto questo fosse posto in potere del sapiente. Infatti se si può perdere una vita felice (lett. al passivo), (essa)non può essere felice. Infatti chi ha fiducia che la felicità rimarrà sempre stabile e immutabile, benché sia fragile e passeggera? Tuttavia chi non ha fiducia della continuità delle sue fortune/ dei suoi beni, è necessario che tema, se mai li perderà, di essere infelice. Ma nessuno può essere felice nel timore di troppe cose. Dunque nessuno può essere felice. E infatti non si è soliti definire una vita felice durante una qualche parte (di essa) ma nella continuità del tempo, né è chiamata del tutto vita, se non giunta al suo termine (lett. finita e compiuta), né ci può essere qualcuno delle volte felice, delle volte infelice.