- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Dictum est igitur ab eruditissimis viris, nisi sapientem liberum esse neminem. Quod est enim libertas? Potestas vivendi ut velis. Quis igitur vivit, ut vult, nisi qui recta sequitur, qui gaudet officio, cui vivendi via considerata atque provisa est, qui ne legibus quidem propter metum paret, sed eas sequitur et colit, quod id salutare esse maxime iudicat, qui nihil dicit, nihil facit, nihil denique nisi libenter et libere ? Quis neget omnes leves, cupidos, imrobos esse servos".
È stato detto dunque dagli uomini più dotti che nessuno è libero fuorché il sapiente. Che cosa è infatti la libertà? La possibilità di vivere come vuoi. Chi vive dunque come vuole se non quello che segue le cose giuste, che gioisce del suo dovere, che ha un genere di vita ponderato e prudente, che neppure obbedisce alle leggi per paura, ma le segue da sé e le rispetta, perché pensa che ciò sia estremamente utile, che non dice niente, non fa niente, niente, insomma, se non volentieri e liberamente? Chi nega che tutti i servi siano bramosi, ingannevoli e malvagi?
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Rea Silvia geminum dat et Martem incertae stirpis patrem nuncupat. Sed nec homines aut ipsam aut stirpem a crudelitate regis Amulii vindicant. Vestalis in custodiam datur, sacerdos pueros in aquam fluminis mitti iubet. Vastae tum in his locis solitudines erant. Tenet fama fluitantem alveum, quo expositi erant pueri, in sicco aquam destituisse, lupam ex montibus qui circa sunt ad puerilem vagitum cursum flexisse et infantibus mammas praebuisse. Faustulus magister regii pecoris eos invenit et ad stabula Larentinae uxori dedit, ut educarentur. Alii tradunt Larentiam ipsam lupam inter pastores vocatam esse; inde locum fabulae ac miracolo datum esse. Ita Romulus Remusque geniti atque educati sunt. Cum primum aetas adolevit, nec in stabulis nec ad pecora segnes multum erant in venationibus. Quia corporibus animisque vim sumpserunt, non feras tantum subsistebant sed in latrones preda onustos impetus faciebant pastoribusque spolia dividebant et cum iis seria ac iocos celebrabant
Rea Silvia mette al mondo (partorisce) due gemelli e dichiara pubblicamente che Marte è il padre dell'incerta stirpe. Ma certo non ci sono divinità o uomini capaci di mettere al riparo lei ed i figli dalla crudeltà del re Amulio. La vestale viene imprigionata, il sacerdote ordina che i due fanciulli vengano gettati nella corrente del fiume. Quelli erano allora luoghi del tutto abbandonati. Sopravvive la credenza che I' acqua avesse abbandonato su una secca il cesto in cui erano stati esposti i bambini e che aveva preso a galleggiare sulla corrente, che una lupa si fosse diretta dai colli circostanti verso il luogo da cui veniva un vagito di neonato ed avesse porto ai fanciulli le mammelle. Faustolo, un pastore che custodiva il gregge del re, li trovò e, tornato alle stalle, li diede alla moglie Larenzia perché li allevasse. Altri tramandano che Larenzia stessa fosse chiamata lupa tra i pastori; da ciò lo spunto di questo racconto prodigioso. Così nacquero e così furono allevati Romolo e Remo. Non appena divennero grandi, cominciarono ad andare a caccia senza rammollirsi nelle stalle e dietro il gregge. Poiché si irrobustirono nel corpo e nel carattere, non solo affrontavano le bestie selvagge ma anche assaltavano i predoni carichi di bottino, dividevano con i pastori le loro prede ed assieme ad essi attendevano sia ai diversi lavori che agli svaghi.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Fremant omnes licet, dicam quod sentio: bibliothecas mehercule omnium philosophorum unus mihi videtur XII tabularum libellus, si quis legum fontes et capita viderit, et auctoritatis pondere et utilitatis ubertate superare. Ac si nos, id quod maxime debet, nostra patria delectat, cuius rei tanta est vis ac tanta natura, ut Ithacam illam in asperrimis saxulis tamquam nidulum affixam sapientissimus vir immortalitati anteponeret, quo amore tandem inflammati esse debemus in eius modi patriam, quae una in omnibus terris domus est virtutis, imperii, dignitatis? Cuius primum nobis mens, mos, disciplina nota esse debet, vel quia est patria parens omnium nostrum, vel quia tanta sapientia fuisse in iure constituendo putanda est, quanta fuit in his tantis opibus imperii comparandis
Si mettano pure tutti a gridare, io dirò quello che penso: il solo libro delle XII tavole a me sembra, se qualcuno avrà considerato le origini e i capisaldi delle leggi, certamente superi i libri di tutti i filosofi sia per il peso dell’autorità che per l’abbondanza dei vantaggi. E se, cosa che soprattutto bisogna fare, la nostra patria ci allieta, della cui cosa è tanto grande la forza e tanto grande la sua natura, che un uomo estremamente saggio preferì all’immortalità quella famosa Itaca impiantata come un piccolo nido su piccoli scogli assai ripidi, da quale amore di questo genere noi dobbiamo essere infine accesi per la patria, che è l’unica casa della virtù, del potere e dell’onore in tutto il mondo? Prima di questa ci deve essere noto il giudizio, il costume, il governo, sia perché la patria è madre di tutti noi, sia perché si deve considerare che nella costituzione del diritto ci sia stata tanta sapienza, quanta ci fu nel mettere assieme queste così grandi ricchezze dell’impero.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Manu vero cur miserit servos, si id potius quaeris, quam cur partim amplis adfecerit praemiis, nescis inimici factum reprehendere. Dixit enim hic idem, qui omnia semper constanter et fortiter, M. Cato, et dixit in turbulenta contione, quae tamen huius auctoritate placata est, non libertate solum, sed etiam omnibus praemiis dignissimos fuisse, qui domini caput defendissent. Quod enim praemium satis magnum est tam benevolis, tam bonis, tam fidelibus servis, propter quos vivit? Etsi id quidem non tanti est, quam quod propter eosdem non sanguine et volneribus suis crudelissimi inimici mentem oculosque satiavit. Quos nisi manu misisset, tormentis etiam dedendi fuerunt conservatores domini, ultores sceleris, defensores necis. Hic vero nihil habet in his malis quod minus moleste ferat, quam, etiam si quid ipsi accidat, esse tamen illis meritum praemium persolutum
Ma se chiedi perché abbia affrancato i suoi schiavi, invece di domandare perché non li abbia generosamente ricompensati, non dai prova di abilità nel biasimare l'operato del tuo nemico. Marco Catone, qui presente, ha detto con la solita fermezza e col solito coraggio - e l'ha detto, per di più, in un'assemblea turbolenta, che tuttavia la sua autorità riuscì a calmare - che i difensori della vita del loro padrone sono degnissimi non solo della libertà, ma addirittura di ogni ricompensa. Quale ricompensa potrebbe mai essere adeguata per schiavi tanto devoti, bravi, fedeli, grazie ai quali egli è ancora in vita? Ciò, tuttavia, non ha lo stesso valore del fatto che, per merito loro, egli non saziò col suo sangue e le sue ferite l'animo e gli occhi del suo nemico più spietato. Se, poi, non li avesse affrancati, si sarebbero dovuti consegnare alla tortura quelli che avevano salvato il proprio padrone, punita la scelleratezza di Clodio, difeso Milone dall'assassinio. Nella sua sventura non c'è nulla che gli sia di maggior conforto del fatto che, pur se gli accadesse qualcosa, egli ha pagato loro la ricompensa meritata.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Memoria in senectute minuitur, nisi exercetur aut si natura tardior est; at vero ad extremam aetatem permanet si animus semper intentus est. Themistocles omnium civium suorum perceperat nomina; num igitur censetis eum, cum aetate processisset, solitum esse salutare Lysandrum eum qui Aristides erat? Nec vero senem quemquam audivi oblitum esse quo loco thesaurum suum obruisset; omnia quae curant meminerunt: quis sibi debeat (sia debitore), cui ipsi debeant memoria tenent. Quam multa (quante cose) senes recordentur cotidie cernere possumus. Manent ingenia senibus, modo (purchè) permaneant studium et industria. Num Homerum, num Pythagoram, num postea Zenonem, coegit in suis studiis obmutescere senectus? An in omnibus his studiorum agitatio (attività) in senectute minor vel imbecillior fuit?
Ma la memoria diminuisce sicuramente se non la tieni in esercizio, o anche se per natura sei un po’ tardo. Temistocle sapeva a memoria il nome di tutti i suoi concittadini; ebbene, credete forse che, avanzato negli anni, solesse salutare come Lisimaco chi era Aristide? E in verità non ho mai sentito di nessun vecchio che avesse dimenticato dove aveva nascosto il tesoro; ricordano tutto ciò che hanno a cuore, gli impegni presi di comparire, i loro debitori e i loro creditori. Quante cose possiamo vedere che i vecchi ricordano ogni giorno. Restano gli ingegni ai vecchi, purché rimangano l'applicazione e l'operosità. Forse dunque lui, forse Omero, Esiodo, Simonide, Stesicoro, forse quelli che ho citato prima, Isocrate e Gorgia, forse i primi tra i filosofi, Pitagora, Democrito, Platone, Senocrate, forse poi Zenone, Cleante e quello che anche voi avete visto a Roma, Diogene lo stoico, li ridusse la vecchiaia al silenzio nei loro studi? O in tutti la pratica degli studi non durò quanto la vita?