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Patrum delubra esse in urbibus censeo neque sequor magos Persarum, quibus auctoribus, Xerses inflammasse templa Graeciae dicitur, quod parietibus includerent deos, quibus omnia deberent esse patientia ac libera, quorumque hic mundus omnis templum esset et domus. Melius Graeci atque nostri; qui, ut augerent pietatem in deos, easdem illos, quas nos, urbes incolore voluerunt. Affert enim haec opinio religionem utilem civitatibus; si quidam et illud bene dictum est a Pythagora, doctissimo viro, tum maxime et pietatem et religionem versari in animis, cum rebus divinis operam daremus, et quod affirmavit Thales, qui sapientissimus in septem fuit, homines existimare oportere omnia, quae cerneret, deorum esse plena : fore enim omnes castiores, veluti qui in fanis essent maxime religiosis.
Io penso che nelle città ci debbano essere dei templi, e non concordo con i magi dei Persiani, per consiglio dei quali si dice che Serse bruciò i templi della Grecia, perché rinchiudevano entro pareti quegli dei ai quali tutto dovrebbe essere aperto e libero, e dei quali tutto questo mondo è tempio e sede. Meglio si comportarono invece gli Elleni ed i nostri padri, i quali vollero che essi abitassero le stesse città nostre, affinché aumentasse la pietà verso gli dei; questa credenza sostiene infatti che il culto sia utile alle città, se, come disse il dottissimo Pitagora, proprio allora la pietà ed il culto maggiormente si radicano negli animi, cioè quando ci dedichiamo alle cose divine; e ricordiamo il detto di Talete, uno dei sette sapienti, che gli uomini sono convinti che tutto vedono debba essere pieno di dei; tutti saranno infatti più puri, come se si trovassero in templi che ispirano la massima religiosità.
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Illa autem sapientia, quam principem (virtutum) dixi, rerum est divinarum et humanarum scientia, in qua continetur deorum et hominum communitas et societas inter ipsos; ea si maxima est, ut est, certe necesse est, quod a communitate ducatur officium, id esse maximum. etenim cognitio contemplatioque naturae manca quodam modo atque incohata sit, si nulla actio rerum consequatur. ea autem actio in hominum commodis tuendis maxime cernitur; pertinet igitur ad societatem generis humani; ergo haec cognitioni antenponenda est.
Dunque quella sapienza che io ho denominato principe (delle virtù) altro non è che la scienza delle cose divine e umane e in sé comprende gli scambievoli rapporti tra gli dèi e gli uomini e le relazioni degli uomini tra di loro. Ora se questa virtù è com'è senza dubbio la maggiore fra tutte ne viene di necessità che il dovere che dall'umana convivenza deriva è fra tutti il maggiore. E invero la conoscenza e la contemplazione dell'universo è in certo qual modo manchevole e imperfetta se nessun'azione pratica la segue. Ma l'azione pratica si esplica soprattutto nella difesa dei beni comuni a tutti gli uomini; riguarda dunque la convivenza del genere umano. L'azione pertanto è da anteporre alla scienza
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Iam illa non longam orationem desiderant, quam ob rem existimem publica quoque iura, quae sunt propria civitatis atque imperi, tum monumenta rerum gestarum et vetustatis exempla oratori nota esse debere; nam ut in rerum priuatarum causis atque iudiciis depromenda saepe oratio est ex iure ciuili et idcirco, ut ante diximus, oratori iuris scientia necessaria est, sic in causis publicis iudiciorum, contionum, senatus omnis haec et antiquitatis memoria et publici iuris auctoritas et regendae rei publicae ratio ac scientia tamquam aliqua materies eis oratoribus, qui uersantur in re publica, subiecta esse debet. Non enim causidicum nescio quem neque clamatorem aut rabulam hoc sermone nostro conquirimus, sed eum uirum, qui primum sit eius artis antistes, cuius cum ipsa natura magnam homini facultatem daret, auctor tamen esse deus putatur, ut id ipsum, quod erat hominis proprium, non partum per nos, sed diuinitus ad nos delatum uideretur; deinde, qui possit non tam caduceo quam nomine oratoris ornatus incolumis uel inter hostium tela uersari; tum, qui scelus fraudemque nocentis possit dicendo subicere odio ciuium supplicioque constringere; idemque ingeni praesidio innocentiam iudiciorum poena liberare; idemque languentem labentemque populum aut ad decus excitare aut ab errore deducere aut inflammare in improbos aut incitatum in bonos mitigare; qui denique, quemcumque in animis hominum motum res et causa postulet, eum dicendo uel excitare possit uel sedare. Hanc vim si quis existimat aut ab eis, qui de dicendi ratione scripserunt, eitam esse aut a me posse exponi tam brevi, vehementer errat neque solum inscientiam meam sed ne rerum quidem magnitudinem perspicit: equidem vobis, quoniam ita voluistis, fontis, unde hauriretis, atque itinera ipsa ita putavi esse demonstranda, non ut ipse dux essem, quod et infinitum est et non necessarium, sed ut commonstrarem tantum viam et, ut fieri solet, digitum ad fontis intenderem
Ormai questi temi non esigono un lungo discorso, per questo motivo penserei che all'oratore dovrebbero essere noti anche il diritto pubblico che ? proprio della citt? e del suo governo, sia i documenti dei fatti storici e gli esempi dell'antichit?. Infatti, come nelle cause e nei processi che riguardano i fatti privati spesso l'orazione deve scaturire dal diritto civile e perci?, come abbiamo detto, per l'oratore ? necessaria la conoscenza del diritto civile, cos? nelle cause pubbliche dei tribunali, delle assemblee, del senato, tutta questa reminiscenza dell'antichit?, l'autorevolezza del diritto pubblico e l'arte e la sapienza di governare lo stato, come qualsiasi altra materia, devono essere nella disponibilit? di quegli oratori che si occupano di politica. Infatti, con questo nostro discorso non cerchiamo un non so che di causidico o di urlatore o di ciarlone, ma quell'uomo che per prima cosa sia cultore di quell'arte, di cui, quantunque la natura ne conceda grande disponibilit? all'uomo, tuttavia si crede che un dio sia responsabile del fatto che questa stessa facolt?, che era propria dell'uomo, sembrasse ottenuta non per merito nostro, ma conferita a noi per grazia divina; quindi cerchiamo chi, ornato non tanto del cad?ceo ma del titolo di oratore, possa aggirarsi incolume in mezzo ai dardi dei nemici; inoltre, cerchiamo chi sia capace con la sua parola di sottoporre all'odio dei cittadini il crimine e la frode del colpevole e a frenarlo con la pena; e lo stesso sia capace di liberare dalla condanna dei tribunali l'innocente con l'aiuto del suo ingegno; e sempre lo stesso sia capace o di indurre alla virt? un popolo infiacchito e disgregato o di allontanarlo dall'errore o di infiammarlo contro i disonesti o, dopo averlo cos? spinto ad agire, di addolcirlo verso i buoni; infine cerchiamo chi, qualunque sentimento negli animi degli uomini la situazione e la causa richiedano, possa con la sua parola calmare o eccitare quel popolo. Se qualcuno ritiene che questa facolt? sia stata esposta o da coloro che hanno scritto sull'arte del dire o che da me possa essere esposta in breve tempo, sbaglia di grosso e non solo non comprende la mia impreparazione, ma neppure l'importanza dell'argomento. In realt?, poich? cos? avete voluto, cos? ho ritenuto di dovervi indicare le fonti da cui potreste attingere e le stesse vie, non per esservi io stesso da guida, la qual cosa sarebbe troppo lunga e non necessaria, ma per mostrarvi soltanto la via e, come suole accadere, volgere il dito alle fonti
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Quid esse potest in otio aut iucundius aut magis proprium humanitatis quam sermo facetus ac nulla in re rudis? Hoc enim uno praestamus vel maxime feris, quod colloquimur inter nos et quod exprimere dicendo sensa possumus. . Quam ob rem quis hoc non iure miretur summeque in eo elaborandum esse arbitretur, ut, quo uno homines maxime bestiis praestent, in hoc hominibus ipsis antecellat? Ut vero iam ad illa summa veniamus, quae vis alia potuit aut dispersos homines unum in locum congregare aut a fera agrestique vita ad hunc humanum cultum civilemque deducere aut iam constitutis civitatibus leges iudicia iura discribere?. Ac ne plura, quae sunt paene innumerabilia, consecter, comprendam brevi: sic enim statuo, perfecti oratoris moderatione et sapientia non solum ipsius dignitatem sed et privatorum plurimorum et universae rei publicae salutem maxime contineri. Quam ob rem pergite ut facitis, adulescentes, atque in id studium, in quo estis, incumbite, ut et vobis honori et amicis utilitati et rei publicae emolumento esse possitis.
che cosa ci può essere di più piacevole nel tempo libero o di più peculiare di una persona colta di un conversare garbato ed elegante sotto tutti gli aspetti? Perché proprio per questa ragione noi siamo incomparabilmente superiori alle bestie: in quanto discorriamo tra di noi e possiamo esprimere a parole i nostri pensieri. E allora, chi negherà la: giusta ammirazione a questa capacità, chi dubiterà di dover riservare a essa il massimo sforzo, onde eccellere fra gli uomini stessi proprio in quella facoltà in virtù della quale principalmente l'umanità sopravvanza le bestie? E vengo al punto più importante: quale altra forza avrebbe potuto raccogliere in un solo luogo gli uomini sparsi qua e là, o condurli da una esistenza selvatica e agreste a questo vivere umano e civile o istituire leggi, tribunali, diritti, una volta formatesi le comunità civili? Ma per non cercare altri argomenti, che sono pressoché innumerevoli sintetizzerò in breve: affermo che nella saggia guida di un oratore compiuto sta il fondamento non solo del suo prestigio personale, ma anche della salvezza di moltissimi cittadini e dell'intero stato. Perciò continuate come state facendo, giovani miei, ad applicarvi all'attività cui vi state dedicando, sì da poter dare onore a voi stessi, vantaggi agli amici, giovamento allo stato.
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Honestum igitur id intellegimus, quod tale est, ut detracta omni utilitate sine ullis praemiis fructibusve per se ipsum possit iure laudari. quod quale sit, non tam definitione, qua sum usus, intellegi potest, quamquam aliquantum potest, quam communi omnium iudicio et optimi cuiusque studiis atque factis, qui permulta ob eam unam causam faciunt, quia decet, quia rectum, quia honestum est, etsi nullum consecuturum emolumentum vident. homines enim, etsi aliis multis, tamen hoc uno plurimum a bestiis differunt, quod rationem habent a natura datam mentemque acrem et vigentem celerrimeque multa simul agitantem et, ut ita dicam, sagacem, quae et causas rerum et consecutiones videat et similitudines transferat et disiuncta coniungat et cum praesentibus futura copulet omnemque complectatur vitae consequentis statum.
Intendiamo dunque ciò onesto, (ovvero) ciò che è tale da potersi lodare di diritto per se stesso senza alcuna ricompensa o guadagno. Quale esso sia si può intendere non tanto dalla definizione di cui mi servo, benché in una certa misura sia in grado, quanto dal giudizio comune di tutti e dagli studi e dalle azioni di tutti i migliori, che portano a termine moltissime attività per quella sola ragione, perché è decoroso, perché è giusto poiché è onesto, anche se vedono che non ne conseguirà nessun compenso. Gli uomini infatti differiscono dagli animali - per quanto per molti altri motivi - tuttavia solo per questo, che possiedono la ragione assegnata dalla natura e una acuta e valente, che assai velocemente molte idee combina insieme e, come dirò, così sagace, che coglie le cause Idei fatti e le conseguenze, rileva le somiglianze e opera collegamenti tra opposti logici e congiunge gli avvenimenti futuri ai presenti e abbraccia tutto il percorso della vita a venire.
- Le leggi dell'uomo non sono sempre giuste - Lectior brevior - Cicerone versione latino
- La natura ci spinge alla ricerca degli altri - Lectior brevior - Cicerone versione latino
- La morte di Quinto Metello - Cicerone versione latino
- La natura ci spinge alla ricerca degli altri - Lectior brevior - Cicerone versione latino