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Quid vero hominum ratio non in caelum usque penetravit? Soli enim ex animantibus nos astrorum ortus, obitus cursusque cognovimus, ab hominum genere finitus est dies, mensis, annus, defectiones solis et lunae cognitae praedictaeque in omne posterum tempus, quae, quantae, quando futurae sint. Quae contuens animus accedit ad cognitionem deorum, e qua oritur pietas, cui coniuncta iustitia est reliquaeque virtutes, e quibus vita beata exsistit par et similis deorum, nulla alia re nisi immortalitate, quae nihil ad bene vivendum pertinet, cedens caelestibus. Quibus rebus eitis satis docuisse videor, hominis natura quanto omnis anteiret animantes. Ex quo debet intellegi nec figuram situmque membrorum nec ingenii mentisque vim talem effici potuisse fortuna.
E che dire della facoltà razionale dell'uomo? Non si è forse spinta sino al cielo? Soli fra gli esseri dotati di vita siamo riusciti a conoscere il corso degli astri, il loro sorgere ed il loro tramontare. Sono stati gli uomini a definire la durata del giorno, del mese, dell'anno ed a conoscere le eclissi dei sole e della luna riuscendo a predire per tutto il tempo avvenire il loro numero e la data esatta di ciascuna. Partendo dalla contemplazione di questi fenomeni l'animo dell'uomo finisce per accostarsi alla cognizione degli dèi fonte della pietà e, insieme, della giustizia e di tutte le altre virtù dalle quali deriva all'uomo una felicità pari e simile a quella degli dèi ed inferiore a quella per la sola mancanza del dono dell'immortalità: ma l'immortalità nulla ha a che fare con una vita virtuosa. Con questa mia esposizione mi sembra di aver sufficientemente chiarito la superiorità dell'umana natura rispetto agli altri animali sì che dovrebbe ormai risultare chiaro che né la struttura e la conformazione delle membra né la nativa facoltà del pensiero possono essersi costituite per puro caso.
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Quid vero hominum ratio non in caelum usque penetravit? Soli enim ex animantibus nos astrorum ortus, obitus cursusque cognovimus, ab hominum genere finitus est dies, mensis, annus, defectiones solis et lunae cognitae praedictaeque in omne posterum tempus, quae, quantae, quando futurae sint. Quae contuens animus accedit ad cognitionem deorum, e qua oritur pietas, cui coniuncta iustitia est reliquaeque virtutes, e quibus vita beata exsistit par et similis deorum, nulla alia re nisi immortalitate, quae nihil ad bene vivendum pertinet, cedens caelestibus. Quibus rebus eitis satis docuisse videor, hominis natura quanto omnis anteiret animantes. Ex quo debet intellegi nec figuram situmque membrorum nec ingenii mentisque vim talem effici potuisse fortuna.
E che dire della facoltà razionale dell'uomo? Non si è forse spinta sino al cielo? Soli fra gli esseri dotati di vita siamo riusciti a conoscere il corso degli astri, il loro sorgere ed il loro tramontare. Sono stati gli uomini a definire la durata del giorno, del mese, dell'anno ed a conoscere le eclissi dei sole e della luna riuscendo a predire per tutto il tempo avvenire il loro numero e la data esatta di ciascuna. Partendo dalla contemplazione di questi fenomeni l'animo dell'uomo finisce per accostarsi alla cognizione degli dèi fonte della pietà e, insieme, della giustizia e di tutte le altre virtù dalle quali deriva all'uomo una felicità pari e simile a quella degli dèi ed inferiore a quella per la sola mancanza del dono dell'immortalità: ma l'immortalità nulla ha a che fare con una vita virtuosa. Con questa mia esposizione mi sembra di aver sufficientemente chiarito la superiorità dell'umana natura rispetto agli altri animali sì che dovrebbe ormai risultare chiaro che né la struttura e la conformazione delle membra né la nativa facoltà del pensiero possono essersi costituite per puro caso.
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Ad pingendum, ad fingendum, ad scalpendum, ad nervorum eliciendos sonos ac tibiarum apta est manus admovendis digitis. Atque haes ad oblectationem, alia autem ad necessitatem pertinent. Inventa (neutro sostantivato) adhibendo, omnia vitae commoda consecuti sumus: urbes, muros, domicilia, delubra habemus ita ut salvi esse possimus. Praeterea manibus etiam utimur ad inveniendam cibi varietatem et copiam. Nam et agri multa praebent, quae nos manu quaerimus vel statim consumenda vel condenda (conservare) ut postea consumantur. Etiam bestiis vescimur et terrenis et aquatilibus et volantibus, partim iis capiendis, partim iis alendis. Nos e terrae cavernis ferrum elicimus necessarium ad colendos agros; nos arborum omnem materiam nobis paramus, qua utimur partim ad calefaciendum corpus igne, partim ad coquendum cibum, partim ad aedificanda aedificia.
La mano, con il movimento delle dita, è adatta a dipingere, a modellare, a scolpire, a tirare fuori suoni dalle corde e dai flauti. E queste cose servono per il diletto (sottinteso: dell'uomo), altre, invece, per la necessità. Utilizzando le invenzioni, abbiamo ottenuto tutte le comodità della vita: così abbiamo gli edifici, le mura, le case, i templi per vivere al riparo. Inoltre utilizziamo le mani anche per procurar(ci) la varietà e l'abbondanza del cibo. Infatti anche i campi ci forniscono molte cose che noi ci procuriamo con le mani o ovendole consumare subito o dovendole conservare perché siano consumate in seguito. i nutriamo anche di animali, sia terrestri che acquatici che volatili, parte catturandoli, parte allevandoli. Noi traiamo dalle profondità della terra il ferro che è necessario per coltivare i campi; noi ci procuriamo ogni materiale dagli alberi, che in parte utilizziamo per riscaldare il corpo con il fuoco, parte per cuocere il cibo, parte per costruire gli edifici.
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Honestum igitur id intellegimus, quod tale est, ut detracta omni utilitate sine ullis praemiis fructibusve per se ipsum possit iure laudari. quod quale sit, non tam definitione, qua sum usus, intellegi potest, quamquam aliquantum potest, quam communi omnium iudicio et optimi cuiusque studiis atque factis, qui permulta ob eam unam causam faciunt, quia decet, quia rectum, quia honestum est, etsi nullum consecuturum emolumentum vident. homines enim, etsi aliis multis, tamen hoc uno plurimum a bestiis differunt, quod rationem habent a natura datam mentemque acrem et vigentem celerrimeque multa simul agitantem et, ut ita dicam, sagacem, quae et causas rerum et consecutiones videat et similitudines transferat et disiuncta coniungat et cum praesentibus futura copulet omnemque complectatur vitae consequentis statum.
Intendiamo dunque ciò onesto, (ovvero) ciò che è tale da potersi lodare di diritto per se stesso senza alcuna ricompensa o guadagno. Quale esso sia si può intendere non tanto dalla definizione di cui mi servo, benché in una certa misura sia in grado, quanto dal giudizio comune di tutti e dagli studi e dalle azioni di tutti i migliori, che portano a termine moltissime attività per quella sola ragione, perché è decoroso, perché è giusto poiché è onesto, anche se vedono che non ne conseguirà nessun compenso. Gli uomini infatti differiscono dagli animali - per quanto per molti altri motivi - tuttavia solo per questo, che possiedono la ragione assegnata dalla natura e una acuta e valente, che assai velocemente molte idee combina insieme e, come dirò, così sagace, che coglie le cause Idei fatti e le conseguenze, rileva le somiglianze e opera collegamenti tra opposti logici e congiunge gli avvenimenti futuri ai presenti e abbraccia tutto il percorso della vita a venire.
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Quam diu imperium populi Romani beneficiis tenebatur non iniuriis bella aut pro sociis aut de imperio gerebantur exitus erant bellorum aut mites aut necessarii regum populorum nationum portus erat et refugium senatus nostri autem magistratus imperatoresque ex hac una re maximam laudem capere studebant si provincias si socios aequitate et fide defendissent. Itaque illud patrocinium orbis terrae verius quam imperium poterat nominari. Sensim hanc consuetudinem et disciplinam iam antea minuebamus post vero Sullae victoriam penitus amisimus; desitum est enim videri quicquam in socios iniquum cum exstitisset in cives tanta crudelitas. Ergo in illo secuta est honestam causam non honesta victoria. Est enim ausus dicere hasta posita cum bona in foro venderet et bonorum virorum et locupletium et certe civium praedam se suam vendere. Secutus est qui in causa impia victoria etiam foediore non singulorum civium bona publicaret sed universas provincias regionesque uno calamitatis iure comprehenderet. Itaque vexatis ac perditis exteris nationibus ad exemplum amissi imperii portari in triumpho Massiliam vidimus et ex ea urbe triumphari sine qua numquam nostri imperatores ex transalpinis bellis triumpharunt. Multa praeterea commemorarem nefaria in socios si hoc uno quicquam sol vidisset indignius
per tutto il tempo che l'impero romano si resse sui benefici e non sulle offese si conducevano le guerre o in difesa degli alleati o per lo Stato e il loro esito era o mite o necessario; il senato era il porto e il rifugio dei re dei popoli e delle nazioni e i nostri magistrati e generali si sforzavano di ottenere la maggior gloria da questo solo se avessero difeso le pro vince e gli alleati con giustizia e lealtà. Perciò quello si poteva chiamare con maggiore verità patrocinio del mondo che impero. A poco a poco già da tempo avevamo attenuato questa consuetudine e questa condotta ma dopo la vittoria di Silla essa scomparve del tutto. Cessò infatti di apparire ingiusto ogni danno contro gli alleati dopo che erano state commesse crudeltà tanto grandi verso i cittadini.