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Vetus est opinio insulam Siciliam totam esse Cereri et Liberae consecratam. Nam et natas esse has deas in iis locis et fruges in ea terra primum repertas esse arbitrantur et raptam esse Liberam, quam eandem Proserpĭnam vocant, ex Hennensium nemŏre, qui locus, quod in media insula est situs, umbilĭcus Siciliae nominatur. Quam cum investigare et conquirĕre Ceres vellet, dicitur inflamasse taedas iis ignibus qui ex Aetnae vertice erumpunt. Henna autem est loco perexcelso atque edĭto, quo in summo est aequata agri planities et aequae perennes: tota vero ab omni aditu circumcisa atque directa est. Quam circa lacus lucique sunt plurimi atque laetissimi flores omni tempore anni.
È opinione antica che l'isola di Sicilia è totalmente consacrata a Cerere ed a Libera. Infatti si ritiene che queste dee siano nate in questi luoghi e che in questa terra sia stata introdotta per la prima volta la coltivazione dei cereali, e che Libera, che essi chiamano anche Proserpina, fosse stata rapita dal bosco di Enna. Questo luogo, poiché si trova in mezzo all'isola, è chiamato ombelico della Sicilia. Si dice che Cerere, volendo mettersi sulle tracce della giovane Proserpina, avesse acceso delle fiaccole con le fiamme che erompono dalla sommità dell'Etna. Enna poi è collocata molto in alto; sulla sommità di questo luogo è stata spianata una grande pianura di campi e ci sono acque perenni, ma è da tutti i lati scoscesa ed a picco, senza possibilità di accesso. Intorno ad essa ci sono moltissimi laghi e boschi e rigogliosissimi fiori in ogni stagione dell' anno.
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Atque ego ne utilem quidem arbitror esse nobis futurarum rerum scientiam. Quae enim vita fuisset Priamo, si ab adulescentia scisset quos eventus senectutis esset habiturus? Abeamus a fabulis, propiora videamus. Clarissimorum hominum nostrae civitatis gravissimos exitus in Consolatione conlegimus. Quid igitur? Ut omittamus superiores, Marcone Crasso putas utile fuisse tum, cum maximis opibus fortunisque florebat, scire sibi interfecto Publio filio exercituque deleto trans Euphratem cum ignominia et dedecore esse pereundum? An Cn. Pompeium censes tribus suis consulatibus, tribus triumphis, maximarum rerum gloria laetaturum fuisse, si sciret se in solitudine Aegyptiorum trucidatum iri amisso exercitu, post mortem vero ea consecutura, quae sine lacrimis non possumus dicere?
Io ritengo che la conoscenza del futuro non ci sia nemmeno utile. Quale sarebbe stata, infatti, la vita di Priamo, se avesse saputo da giovane quali vicende avrebbe provato in vecchiaia?Tralasciamo i miti, consideriamo i più recenti. Nell’opera «Sulla consolazione» raccolsi le morti più brutali dei cittadini più illustri della nostra città. Ebbene? Per non parlare dei predecessori, credi forse che a Marco Crasso sarebbe stato utile, quand’era al culmine della potenza e della ricchezza, sapere che, dopo l’uccisione del figlio Publio e la distruzione dell’esercito, sarebbe dovuto morire egli stesso, al di là dell’Eufrate, con infamia e disonore? O sei forse del parere che Gneo Pompeo si sarebbe rallegrato dei suoi tre consolati, dei tre trionfi, della gloria di imprese colossali, se avesse saputo che in Egitto, da solo, dopo aver perso l’esercito, sarebbe stato assassinato e che, in vero, dopo la sua morte ci sarebbero state conseguenze, che non riesco a riferire senza lacrime?
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Testo Inizio: Atque ego ne utilem quidem arbitror esse nobis futurarum rerum scientiam. Quae enim vita fuisset Priamo, si ab adulescentia scisset quos eventus senectutis esset habiturus? ...
Ma io ritengo anche che la conoscenza del futuro non ci sia nemmeno utile. Quale sarebbe stata, infatti, la vita di Priamo, se avesse saputo da giovane quali vicende avrebbe provato in vecchiaia?Tralasciamo i miti, consideriamo i più recenti. Nell’opera «Sulla consolazione» raccolsi le morti più brutali dei cittadini più illustri della nostra città. Ebbene? Per non parlare dei predecessori, credi forse che a Marco Crasso sarebbe stato utile, quand’era al culmine della potenza e della ricchezza, sapere che, dopo l’uccisione del figlio Publio e la distruzione dell’esercito, sarebbe dovuto morire egli stesso, al di là dell’Eufrate, con infamia e disonore? O sei forse del parere che Gneo Pompeo si sarebbe rallegrato dei suoi tre consolati, dei tre trionfi, della gloria di imprese colossali, se avesse saputo che in Egitto, da solo, dopo aver perso l’esercito, sarebbe stato assassinato e che, in vero, dopo la sua morte ci sarebbero state conseguenze, che non riesco a riferire senza lacrime?
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Secundo autem Punico bello post Cannensem pugnam quos decem Hannibal Romam misit astrictos iure iurando se redituros esse nisi de redimendis is, qui capti erant, impetrassent, eos omnes censores, quoad quisque eorum vixit, quod peierassent in aerariis reliquerunt, nec minus illum, qui iure iurando fraude culpam invenerat. Cum enim permissu Hannibalis exisset e castris, rediit paulo post, quod se oblitum nescio quid diceret; deinde egressus e castris iure iurando se solutum putabat, et erat verbis, re non erat. Semper autem in fide quid senseris, non quid dixeris, cogitandum est. Maximum autem exemplum est iustitiae in hostem a maioribus nostris constitutum, cum a Pyrrho perfuga senatui est pollicitus se venenum regi daturum et eum necaturum. Senatus et C. Fabricius eum Pyrrho dedit. Ita ne hostis quidem et potentis et bellum ultro inferentis interitum cum scelere approbavit. Ac de bellicis quidem officiis satis dictum est. Meminerimus autem etiam adversus infimos iustitiam esse servandam. Est autem infima condicio et fortuna servorum quibus non male praecipiunt, qui ita iubent uti, ut mercennariis, operam exigendam, iusta praebenda.
Inoltre, dopo la battaglia di Canne, Annibale mandò a Roma quei dieci giovani, sottoposti al giuramento di fare ritorno, se non avessero ottenuto un riscatto, quelli fatti prigionieri, lasciarono tutti i censori per quanto tempo ciascuno di loro visse, perché giurarono (peiero) il falso, fra i tibutari e non meno degli altri, colui che era caduto nella colpa di un giuramento non rispettato. Uscito, difatti, dal campo col permesso di Annibale, vi ritornò poco dopo, con il pretesto d'aver dimenticato non so che cosa; poi, uscito di nuovo dal campo, si teneva prosciolto dal giuramento; e lo era, a parole, ma non di fatto. Quando si tratta di lealtà, bisogna guardar sempre, non alla lettera, ma allo spirito della parola. Il più grande esempio, di lealtà verso il nemico fu dato dai nostri padri, quando un disertore di Pirro offrì al senato di uccidere il re con il veleno. Il Senato e Gaio Fabrizio consegnarono il disertore a Pirro. Così, neppure di un nemico potente e aggressore si approvò la morte, se questa doveva comportare un delitto. E dei doveri di guerra ho parlato abbastanza. Dobbiamo poi ricordare che anche verso le persone più umili si deve osservaer la giustizia. E più umile d'ogni altra è la condizione e la sorte degli schiavi. Ottimo è il consiglio di coloro che raccomandano di valersi di essi come di lavoratori a mercede: si esiga buon lavoro, ma si dia la dovuta ricompensa.
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Populus Romanus quam multa genera divinationis complexus est! Principio huius urbis parens Romulus non solum auspicato urbem condidisse, sed ipse etiam optumus augur fuisse traditur. Deinde auguribus et reliqui reges usi, et exactis regibus nihil publice sine auspiciis nec domi nec militiae gerebatur. Cumque magna vis videretur esse et impetriendis consulendisque rebus et monstris interpretandis ac procurandis in haruspicum disciplina, omnem hanc ex Etruria scientiam adhibebant, ne genus esset ullum divinationis quod neglectum ab iis videretur. Et cum duobus modis animi sine ratione et scientia motu ipsi suo soluto et libero incitarentur uno furente altero somniante furoris divinationem Sibyllinis maxime versibus contineri arbitrati eorum decem interpretes delectos e civitate esse voluerunt. Ex quo genere saepe hariolorum etiam et vatum furibundas praedictiones audiendas putaverunt. Nec vero somnia graviora si quae ad rem publicam pertinere visa sunt a summo consilio neglecta sunt
Quanti generi di divinazione abbracciò il popolo romano! Si tramanda che in principio Romolo, padre di questa città, non solo avesse fondato la città con buoni auspici, ma anche che lui stesso fosse un ottimo augure. Dopo di lui, gli altri re consultarono sempre gli àuguri; e dopo la cacciata dei re nessuna decisione riguardante lo Stato, in pace come in guerra, veniva presa senza essere prima ricorsi agli auspicii. E siccome credevano che la scienza degli arùspici avesse grande forza sia nel cercar di ottenere buoni eventi e nel ricevere buoni consigli, sia nell'interpretare i prodìgi e nell'allontanare con espiazioni la loro forza malefica, attingevano tutta questa dottrina dall'Etruria, perché nessun genere di divinazione venisse trascurato E poiché le anime umane, quando non le governano la ragione e il sapere, sono eccitate spontaneamente in due momenti particolari, cioè negli accessi di follìa e nei sogni, i nostri antenati, ritenendo che la capacità divinatoria che si manifesta nella follìa fosse interpretata soprattutto nei versi sibillini, vollero un collegio di dieci interpreti di tali libri, scelti fra i cittadini. Da questo genere di divinazione, credettero spesso di dover dare ascolto anche alle profezie annunciate ad alta voce in stato di esaltazione dagl'indovini e dai vati Ma il Senato, non trascurò i sogni, se per la loro importanza sembravano necessari a prendere decisioni riguardanti lo Stato