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Longum est omnia enumerare proelia. Quare hoc unum satis erit dictum, ex quo intellegi possit, quantus ille fuerit: quamdiu in Italia fuit, nemo ei in acie restitit, nemo adversus eum post Cannensem pugnam in campo castra posuit. Hinc invictus patriam defensum revocatus bellum gessit adversus P. Scipionem, filium eius, quem ipse primo apud Rhodanum, iterum apud Padum, tertio apud Trebiam fugarat. Cum hoc exhaustis iam patriae facultatibus cupivit impraesentiarum bellum componere, quo valentior postea congrederetur. In colloquium convenit; condiciones non convenerunt. Post id factum paucis diebus apud Zamam cum eodem conflixit: pulsus - incredibile dictu - biduo et duabus noctibus Hadrumetum pervenit, quod abest ab Zama circiter milia passuum trecenta. In hac fuga Numidae, qui simul cum eo ex acie excesserant, insidiati sunt ei; quos non solum effugit, sed etiam ipsos oppressit. Hadrumeti reliquos e fuga collegit; novis dilectibus paucis diebus multos contraxit.
È lungo enumerare tutte le battaglie. Perciò sarè detto solo questo, da cui si potrà capire, quanto egli sia stato grande: fin che fu in Italia, nessuno gli resistette sul campo, nessuno dopo la battaglia di Canne pose gli accampamenti contro di lui in campo aperto. Di qui, invitto, richiamato per difendere la patria fece la guerra contro Publio Scipione, figlio di quello, che lui stesso aveva messo in fuga prima presso il Rodano, poi presso il Po, la terza volta presso la Trebbia. Con costui, esaurite ormai le forze della patria, desiderò per allora chiudere la guerra, per scontrarsi in seguito più potente. Venne al colloquio; non s’accordarono sulle condizioni. Dopo tale fatto entro pochi giorni si scontrò con lo stesso presso Zama: sconfitto – incredibile a dirsi – in due giorni e tre notti giunse ad Agrumeto, che dista da Zama circa trecento migliaia di passi. In questa fuga i Numidi che insieme con lui erano scampati dallo scontro, gli tesero un agguato; e non solo li sfuggì, ma addirittura li annientò.
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Quid enim potest esse tam apertum tamque perspicuum, cum caelum suspeximus caelestiaque contemplati sumus, quam esse aliquod numen praestantissimae mentis, quo haec regantur? Quod ni ita esset, qui potuisset adsensu omnium dicere Ennius "aspice hoc sublime candens, quem invocant omnes Iovem" -- illum vero et Iovem et dominatorem rerum et omnia motu regentem et, ut idem Ennius, "patrem divumque hominumque" et praesentem ac praepotentem deum? Quod qui dubitet, haud sane intellego, cur non idem, sol sit an nullus sit, dubitare possit;
qui enim est hoc illo evidentius? Quod nisi cognitum conprehensumque animis haberemus, non tam stabilis opinio permaneret nec confirmaretur diuturnitate temporis nec una cum saeclis aetatibusque hominum inveterare potuisset. Etenim videmus ceteras opiniones fictas atque vanas diuturnitate extabuisse. Quis enim hippocentaurum fuisse aut Chimaeram putat, quaeve anus tam excors inveniri potest, quae illa, quae quondam credebantur apud inferos, portenta extimescat? Opinionis enim commenta delet dies, naturae iudicia confirmat
« La prima questione - soggiunse allora Lucilio – non ha neppure bisogno di essere trattata. Basta contemplare il firmamento ed i corpi che vi si trovano perché nulla risulti più chiaro ed evidente dell'esistenza di una volontà governata da una suprema intelligenza che regola tutti questi fenomeni. Se non fosse così come avrebbero potuto incontrate il generale consenso le parole di Ennio: «contempla quest'essere che al di sopra di ogni altro rifulge, che tutti invocano col nome di Giove », quel Giove che domina il mondo e che tutto regge col suo cenno, « il padre degli dèi e degli uomini » per usare ancora le parole di Ennio, onnipresente ed onnipotente? Chi dubita di questa verità non vedo perché non dovrebbe porre in dubbio l'esistenza stessa del sole
che sotto nessun aspetto risulta più evidente della precedente affermazione. Se di tutto ciò non avessimo avuto conoscenza e non fossimo fermamente convinti nel nostro intimo, una tradizione come questa non si conserverebbe immutata per lungo tempo, non si rafforzerebbe coi passare degli anni, non avrebbe potuto sopravvivere all'alternarsi delle età e delle generazioni umane. Possiamo constatare che tutte le altre opinioni false e senza rispondenza nella realtà si sono dissolte col tempo. Chi crede più che un tempo esistessero l'ippocentauro e la Chimera? Si trova forse ancora una vecchina tanto sciocca da temere quei mostri che una volta si credeva popolassero gli Inferi? li tempo distrugge i meri frutti dell'immaginazione e rinforza i giudizi dettati dalla natura
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Sunt quaedam officia etiam adversus eos servanda, a quibus iniuriam acceperis. Est enim ulciscendi et puniendi modus, atque in re publica maxime servanda sunt iura belli. Nam, cum sint duo genera decertandi: unum per disceptationem, alterum per vim, confugiendum est ad posterius solum si non licet uti priore. Quare suscipienda solum bella sunt ut sine iniuria in pace vivatur. Post victoriam autem conservandi sunt hostes, qui non crudeles in bello neque immanes fuerunt. Maiores nostri Tusculanos, Aequos, Volscos et Sabinos victos in civitatem acceperunt, at Carthaginem et Numantiam funditus sustulerunt, ne eis aliquando praeberetur opportunitas renovandi belli. Mea quidem sententia, paci, quae nihil sit habitura insidiarum, semper consulendum est. -----
Poi ci sono poi certi doveri che bisogna osservare anche verso coloro che ci hanno offeso. Esiste una misura anche nella vendetta e nel castigo; ma soprattutto nei rapporti fra Stato e Stato si debbono osservare le leggi di guerra. In verità, ci sono due maniere di contendere: con la ragione e con la forza; e poiché la ragione è propria dell'uomo e la forza è propria delle bestie, bisogna ricorrere alla seconda solo quando non ci si può avvalere della prima. Dopo la vittoria bisogna conservare quei nemici che non furono in guerra né crudeli né spietati. I nostri avi diedero cittadinanza ai Tuscolani, Equi, Volsci e Sabini vinti, distrussero del tutto Cartagine e la Numanzia, per non offrire a quelli l'opportunità di rinnovare la guerra. A mio parere, bisogna procurar sempre una pace che non nasconda insidie.
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Ego vos hortari tantum possum ut amicitiam omnibus rebus humanis anteponatis; nihil est enim tam naturae aptum, tam conveniens ad res vel secundas vel adversas. Sed hoc primum sentio, nisi in bonis amicitiam esse non posse; neque id ad vivum reseco, ut illi qui haec subtilius disserunt, fortasse vere, sed ad communem utilitatem parum; negant enim quemquam esse virum bonum nisi sapientem. Sit ita sane; sed eam sapientiam interpretantur quam adhuc mortalis nemo est consecutus, nos autem ea quae sunt in usu vitaque communi, non ea quae finguntur aut optantur, spectare debemus. Numquam ego dicam C. Fabricium, M'. Curium, Ti. Coruncanium, quos sapientes nostri maiores iudicabant, ad istorum normam fuisse sapientes. Quare sibi habeant sapientiae nomen et invidiosum et obscurum; concedant ut viri boni fuerint. Ne id quidem facient, negabunt id nisi sapienti posse concedi. Agamus igitur pingui, ut aiunt, Minerva. Qui ita se gerunt, ita vivunt ut eorum probetur fides, integritas, aequitas, liberalitas, nec sit in eis ulla cupiditas, libido, audacia, sintque magna constantia, ut ii fuerunt modo quos nominavi, hos viros bonos, ut habiti sunt, sic etiam appellandos putemus, quia sequantur, quantum homines possunt, naturam optimam bene vivendi ducem.
Traduzione da altro libro di testo scolastico (diversa)
Est enim amicitia nihil aliud nisi omnium divinarum humanarumque rerum cum benivolentia et carita te consensio; qua quidem haud scio an, excepta sapientia, quicquam melius homini sit a dis immortalibus datum. Divitias alii praeponunt, bonam alii valetudinem, alii potentiam, alii honores, multi etiam voluptates. Beluarum hoc quidem extremum; illa autem superiora caduca et incerta sunt, posita non tam in consiliis nostris, quam in fortunae temeritate. Qui autem in virtute summum bonum ponunt, praeclare (sentiunt) illi quidem; sed haec ipsa virtus amicitiam et gignit et continet; nec sine virtute amicitia esse ullo pacto potest
Io posso soltanto esortarvi ad anteporre l'amicizia a ogni altro valore umano, perché niente è tanto conveniente alla natura dell'uomo, niente così opportuno nella buona o nella cattiva sorte. Innanzi tutto la mia opinione è questa: l'amicizia può sussistere solo tra persone virtuose. E non taglio la questione sul vivo, come fanno coloro che discutono con troppa sottigliezza. Forse hanno ragione, ma non forniscono un grande contributo all'utilità comune. Dicono che nessuno, tranne il saggio, è un uomo virtuoso. Ammettiamo pure che sia così. Ma per saggezza intendono quella che nessun mortale, finora, ha mai raggiunto. Noi, invece, dobbiamo guardare alla pratica e alla vita di tutti i giorni, non alle fantasticherie o ai desideri. Non potrei mai dire che Caio Fabrizio, Manlio Curio e Tiberio Coruncanio, considerati saggi dai nostri antenati, lo fossero secondo il parametro di costoro. Perciò si tengano pure il loro nome fastidioso e incomprensibile di sapienti; ammettano almeno che i nostri compatrioti sono stati virtuosi. Ma non faranno neppure questo. Diranno che tale concessione si può fare solo al filosofo. Ragioniamo allora, come si dice, con l'aiuto della «grassa Minerva». Uomini che si comportano, che vivono dimostrando lealtà, integrità morale, senso di equità, generosità, senza nutrire passioni sfrenate, dissolutezza, temerarietà, ma possedendo invece una grande coerenza (come i personaggi ora nominati), sono reputati virtuosi. Allora diamo loro anche il nome di virtuosi, perché seguono, nei limiti delle possibilità umane, la migliore guida per vivere bene, la natura
Traduzione da altro libro di testo scolastico (diversa)
Infatti l'amicizia non è niente altro che un accordo su tutte le cose divine e umane con benevolenza e affetto; non so di queste se, accettata la sapienza, nulla di migliore sia stato dato agli uomini dagli dei immortali. Alcuni antepongono le ricchezze, altri la buona salute, altri il potere, altri gli onori, molti altri anche i piaceri. Quest'ultimi sono propri delle bestie; le altre invece sono cose caduche ed incerte, poste non tanto nei nostri piani, quanto nella volubilità del caso. Quelli che pongono nella virtù il sommo bene, fanno benissimo, ma questa stessa virtù genera l'amicizia e la mantiene; senza virtù non può esserci in nessun modo l'amicizia.
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Accusabat Marcus Pomponius apud populum Lucium Manlium violatae legis et nimiae severitatis. nam manlius contra leges aliquot dies dictaturae suae addiderat et filium Titum, adulescentem duodeviginti annorum, longe ab hominibus relegaverat et ruri habitare coegerat. quod Titum maxime pigebat. cum tamen Titus cognovisset patri a Pomponio negotium exhiberi, clam in Urbem rediit et primo mane ad eius domicilium cum venisset, gladio super caput eius stricto, eum iurare coegit se ab accusatione Manlii recessurum esse. permagni intereat Pomponii, qui tribunus plebis erat, Manlium, patriciorum fautorem, accusare sed, quamvis iuraverat vi coactus et gladio territus, ab accusatione destitit fidemque datam servavit. tanti enim apud antiquos iusiurandum existimabatur, ut omnibus commodis fides anteponeretur. nam putabatur maxime interesse rei publicae non solum cives fortes esse, sed etiam probos et fideles et paratos omnia subire potius quam fidem datam non servare. iure igitur semper plurimi apud eos habiti sunt illi cives qui iusiurandum religiose servaverunt, contra ignominia, deminutione capitis, exilio, vinculis multati sunt qui pro nihilo iusiurandum duxerant atque violaverant.
M. Pomponio accusava L. Manlio d’aver violato la legge e di eccessiva severità, giacché Manlio, contravvenendo alle leggi, aveva aggiunto un certo numero di giorni alla propria dittatura ed aveva segregato il figlio Tito dagli altri uomini. e (lo) aveva costretto a vivere in campagna. Della qual cosa Tito si rincresceva moltissimo. Ciononostante, quando Tito venne a sapere che il padre aveva delle noie da Pomponio fece ritorno a Roma di nascosto e, giunto sul far del giorno a casa sua, impugnata la spada sopra il capo di lui lo costrinse a giurare che avrebbe desistito dall’accusa di Manlio. A Pomponio, ch’era tribuno della plebe, interessava moltissimo accusare Manlio, sostenitore dei patrizi, eppure, benché avesse giurato costretto con la forza e atterrito dalla spada, rinunciò all’accusa e mantenne la parola data. Tanto grande era ritenuto il valore del giuramento, presso gli antichi, che la lealtà veniva anteposta a qualsivoglia vantaggio. Si riteneva, in effetti, che fosse di sommo interesse per lo Stato che i cittadini fossero non solo valorosi, ma anche onesti e leali, e disposti a subire ogni cosa piuttosto che venir meno alla parola data. A diritto, dunque, presso di loro furono tenuti sempre in gran conto quei cittadini che mantennero, con scrupolo d’onore, la parola data; di contro, furono puniti con l’ignominia, con la perdita dei diritti civili, con l’esilio o con le catene coloro che avevano considerato di nessun conto un giuramento e violato.