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Hanc cum iste sacrorum omnium et religionum hostis praedoque vidisset, quasi illa ipsa face percussus esset, ita flagrare cupiditate atque amentia coepit. Imperat magistratibus ut eam demoliantur et sibi dent; nihil sibi gratius ostendit futurum. Illi vero dicere sibi id nefas esse seseque cum summa religione tum summo metu legum et iudiciorum teneri. Iste tum petere ab illis, tum minari, tum spem, tum metum ostendere. Opponebant illi nomen interdum P. Africani; populi Romani illud esse dicebant; nihil se in eo potestatis habere quod imperator clarissimus, urbe hostium capta, monumentum victoriae populi Romani esse voluisset
Quando questo predone e nemico di ogni cosa sacra e dei culti la vide, come se fosse stato colpito da quella stessa torcia, iniziò così a bruciare di cupidigia e di follia; ordinò ai magistrati che fosse abbattuta e data a lui; mostrò che nulla gli sarebbe più gradito. .quello che dicono se stessi fu nefasto, tanto da tenere con grande religione e rispetto i giudizi e le leggi del sommo capo. quindi nessuno pote competere da quelli, tanta minaccia, tanta speranza, tanta meditazione da ostenderli. Opponevano quel nome con quello di P. l'africano; dicevano che il popolo romano non era riconoscente a favore di quello; niente si poteva avere tranne che per volonta dell imperatore, famosissimo, la città fu presa dai nemici, nel bel mezzo della vittoria che il popolo romano aveva sempre voluto.
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TULLIUS TERENTIAE ET PATER TULLIAE, DUABUS ANIMIS SUIS, ET CICERO MATRI OPTIMAE, SUAVISSIMAE SORORI S. P. D. Si vos valetis, nos valemus. Vestrum iam consilium est, non solum meum, quid sit vobis faciendum. Si ille Romam modeste venturus est, recte in praesentia domi esse potestis; sin homo amens diripiendam urbem daturus est, vereor, ut Dolabella ipse satis nobis prodesse possit. Etiam illud metuo, ne iam intercludamur, ut, cum velitis exire, non liceat. Reliquum est, quod ipsae optime considerabitis, vestri similes feminae sintne Romae; si enim non sunt, videndum est, ut honeste vos esse possitis. Quomodo quidem nunc se res habet, modo ut haec nobis loca tenere liceat, bellissime vel mecum vel in nostris praediis esse poteritis. Etiam illud verendum est, ne brevi tempore fames in urbe sit. His de rebus velim cum Pomponio, cum Camillo, cum quibus vobis videbitur, consideretis, ad summam animo forti sitis: Labienus rem meliorem fecit; adiuvat etiam Piso, quod ab urbe discedit et sceleris condemnat generum suum. Vos, meae carissimae animae, quam saepissime ad me scribite, et vos quid agatis et quid istic agatur. Quintus pater et filius et Rufus vobis s. d. Valete. VIII Kal. Minturnis.
TULLIO A TERENZIA, IL PADRE A TULLIA, LE SUE DUE CARE ANIME, CICERONE ALL'OTTIMA MADRE, ALLA CARISSIMA SORELLA Se voi state bene, noi stiamo bene. Certo è una decisione vostra, non solo mia, cosa dobbiate fare. Se quello ha intenzione di venire a Roma umilmente, per il momento potete stare a casa senza pericolo; ma se invece l'uomo pazzo ha intenzione di lasciare al saccheggio la città, temo che lo stesso Dolabella non possa esserci abbastanza d'aiuto. Temo anche questo, che siamo chiusi dentro, cosicchè non sia permesso uscire quando lo vogliate. Resta, cosa che voi stesse considererete ottimamente, che le donne vostre simili non stiano a Roma. Se infatti non ce ne sono, bisogna fare in modo che che voi possiate stare dignitosamente. Nel modo in cui invero sta ora la situazione, purchè ci sia permesso occupare luoghi come questi, potrete stare benissimo o con me o nelle nostre proprietà. Bisogna temere anche questo, chein breve tempo in città ci sarà mancanza di viveri. E vorrei che voi rifletteste di queste cose con Pomponio, con Camillo, con chi vi sembrerà opportuno, insomma siate di animo forte. Labieno ha reso la situazione migliore; giova anche Pisone, che se ne va dalla città e condanna suo genero per il misfatto. Voi, mie carissime anime, scrivetemi il più spesso possibile sia cosa fate sia cosa succede costì. Il padre Quinto e il figlio e Rufo vi salutano. State bene.
versione Tradotta dal libro Laboratorio latino Tantucci
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Difendiamo l'eloquenza
Autore: Cicerone
Nos autem, Brute, quoniam post Hortensi clarissimi oratoris mortem orbae eloquentiae quasi tutores relicti sumus, domi teneamus eam saeptam liberali custodia, et hos ignotos atque impudentes procos repudiemus tueamurque ut adultam virginem caste et ab amatorum impetu quantum possumus prohibeamus. equidem etsi doleo me in vitam paulo serius tamquam in viam ingressum, priusquam confectum iter sit, in hanc rei publicae noctem incidisse, tamen ea consolatione sustentor quam tu mihi, Brute, adhibuisti tuis suavissimis litteris, quibus me forti animo esse oportere censebas, quod ea gessissem, quae de me etiam me tacente ipsa loquerentur viverentque mortuo.
Noi però, Bruto, poiché dopo la morte di quell'eccelso oratore che fu Ortensio siamo rimasti quasi come i tutori dell'orfana eloquenza, teniamocela in casa, circondandola di una sorveglianza rispettosa della sua natura signorile; respingiamo questi "proci” ignobili e impudenti, e vigiliamo sulla sua castità, come se fosse una vergine matura; proteggiamola, per quanto possiamo, dagli assalti dei libertini. " Per quanto mi concerne, io mi dolgo sì per il fatto che, entrato un pò troppo tardi nella vita - come chi s'inoltra per una via -, prima di giungere al termine del cammino sono. stato sorpreso da questa notte dello stato; e tuttavia mi conforto con quei motivi di consolazione che tu, Bruto, mi hai fornito in quella tua graditissima lettera: " là esprimevi il parere che io dovessi esser forte, avendo io compiuto gesta capaci da sole di parlar di me anche se io me ne stessi in silenzio, e destinate a vivere dopo la mia morte
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Duo somnia, quae creberrume commemorantur a Stoicis, quis tandem potest contemnere? Unum de Simonide: qui, cum ignotum quendam proiectum mortuum vidisset eumque humavisset haberetque in animo nave conscendere, moneri visus est, ne id faceret, ab eo quem sepultura adfecerat; si navigavisset, eum naufragio esse periturum; itaque Simonidem redisse, perisse ceteros, qui tum navigassent. Alterum ita traditum clarum admodum somnium: cum duo quidam Arcades familiares iter una facerent et Megaram venissent, alterum ad cauponem devertisse, ad hospitem alterum. Qui ut cenati quiescerent, concubia nocte visum esse in somnis ei qui erat in hospitio illum alterum orare ut subveniret, quod sibi a caupone interitus pararetur; eum primo, perterritum somnio, surrexisse; dein, cum se conlegisset idque visum pro nihilo habendum esse duxisset, recubuisse; tum ei dormienti eundem illum visum esse rogare, ut, quoniam sibi vivo non subvenisset, mortem suam ne inultam esse pateretur; se interfectum in plaustrum a caupone esse coniectum et supra stercus iniectum; petere, ut mane ad portam adesset, prius quam plaustrum ex oppido exiret. Hoc vero eum somnio commotum mane bubulco praesto ad portam fuisse, quaesisse ex eo, quid esset in plaustro; illum perterritum fugisse, mortuum erutum esse, cauponem re patefacta, poenas dedisse. Quid hoc somnio dici potest divinius?
I due sogni che molto frequentemente sono ricordati dagli Stoici, chi infine potrebbe trascurarli? Uno riguardo Simonide: qui (nesso relativo), avendo visto un cadavere sconosciuto e avendolo seppellito, (ed) avendo intenzione di imbarcarsi sulla nave, sembrò essere persuaso (oppure : avvisato) a non farlo da quello, al quale aveva dato sepoltura; se avesse navigato sarebbe morto nel naufragio, perciò Simonide ritornò, gli altri che allora si erano imbarcati morirono. In questo modo (è) tramandato l’altro sogno perfettamente chiaro: poiché due amici Arcadi facevano un viaggio insieme ed erano arrivati a Magara, l'uno alloggiò presso un albergatore, l'altro presso oste. Cenarono e andarono a dormire. A notte già inoltrata quello dei due che dormiva presso l'ospite vide in sogno l'altro che lo pregava di recargli soccorso, perché il taverniere si apprestava a ucciderlo. In un primo momento egli balzò su, atterrito dal sogno; poi, riavutosi dallo spavento, pensò che a quell'apparizione non si dovesse dar peso, e tornò a letto. Di nuovo, allora, gli apparve in sogno l'amico, e lo pregò che, non avendogli recato aiuto quando era ancora vivo, almeno non lasciasse invendicata la sua morte; il suo cadavere era stato buttato dal taverniere su un carro, e vi era stato sparso sopra del letame; gli chiedeva di trovarsi alla porta della città all'alba, prima che il carro uscisse verso la campagna. Emozionato da questo sogno, egli si recò di buon mattino alla porta, fermò il carrettiere, gli domandò che cosa c'era nel carro. Quello, atterrito, scappò via; il morto fu tratto fuori; il taverniere, venuto in luce il suo delitto, fu condannato a morte. Quale sogno si può considerare più profetico di questo?
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Ut fit in proelio, ut ignavus miles ac timidus, simul ac viderit hostem, abiecto scuto fugiat, quantum possit, ob eamque causam pereat non numquam etiam integro corpore, cum ei qui steterit, nihil tale evenerit, sic qui doloris speciem ferre non possunt, abiiciunt se atque ita adflicti et exanimati iacent; qui autem restiterunt, discedunt saepissime superiores. Sunt enim quaedam animi similitudines cum corpore. Ut onera contentis corporibus facilius feruntur, remissis opprimunt, simillime animus intentione sua depellit pressum omnem ponderum, remissione autem sic urgetur, ut se nequeat extollere. Et, si verum quaerimus, in omnibus officiis persequendis animi est adhibenda contentio; ea est sola offici tamquam custodia. Sed hoc idem in dolore maxime est providendum, ne quid abiecte, ne quid timide, ne quid ignave, ne quid serviliter muliebriterve faciamus, in primisque refutetur ac reiiciatur Philocteteus ille clamor. Ingemescere non numquam viro concessum est, idque raro, eiulatus ne mulieri.
Nel combattimento il soldato vile e pauroso non appena vede il nemico getta via lo scudo e fugge il più in fretta possibile e spesso per questo si fa uccidere con più facilità anche se non è stato toccato cosa questa che non succede a chi rimane fermo al proprio posto. Così, coloro che non sono capaci di resistere all'idea del dolore, si avviliscono, e rimangono in uno stato di abbattimento e di prostrazione mentre quelli che resistono il più delle volte riescono vincitori. (Questo) perché, fra l'anima e il corpo esistono delle analogie. Un corpo, se si sforza, sopporta bene il peso, e se si arrende ne rimane schiacciato: c'è molta somiglianza con l'anima che, se chiama a raccolta le sue forze, annulla il peso che le preme sopra, mentre se si lascia andare ne è oppressa e non se ne può liberare. E senza dubbio, se vogliamo andare al fondo delle cose, sono quelle forze che noi dobbiamo chiamare a raccolta nello svolgimento di ogni nostra attività, perché esse sole fanno, voglio dire, la guardia per sorvegliare che noi adempiamo il nostro dovere. Nel dolore, comunque, bisogna stare attenti a non compiere nessun atto che sappia di avvilimento, di pavidità, di codardia, nessun atto degno d'uno schiavo o d'una donna, e prima di tutto bisogna condannare e respingere un atteggiamento come quello di Filottete. Qualche gemito, raramente, a un uomo si può anche concedere, in certe circostanze: ma le grida neppure alle donne bisogna permetterle.