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Binas a te accepi litteras Corcyra datas, quarum alteris mihi gratulabare, quod audisses me meam pristinam dignitatem obtinere, alteris dicebas te velle, quae egissem, bene et feliciter evenire. Ego autem, si dignitas est bene de re publica sentire et bonis viris probare, quod sentias, obtineo dignitatem meam; sin autem in eo dignitas est, si, quod sentias, aut re efficere possis aut denique libera oratione defendere, ne vestigium quidem ullum est reliquum nobis dignitatis, agiturque praeclare, si nosmet ipsos regere possumus, ut ea, quae partim iam assunt, partim impendent, moderate feramus, quod est difficile in eiusmodi bello, cuius exitus ex altera parte caedem ostentat, ex altera servitutem: quo in periculo nonnihil me consolatur, cum recordor haec me tum vidisse, cum secundas etiam res nostras, non modo adversas, pertimescebam videbamque, quanto periculo de iure publico disceptaretur armis, quibus si ii vicissent, ad quos ego pacis spe, non belli cupiditate adductus accesseram, tamen intelligebam, et iratorum hominum et cupidorum et insolentium quam crudelis esset futura victoria, sin autem victi essent, quantus interitus esset futurus civium partim amplissimorum, partim etiam optimorum, qui me haec praedicentem atque optime consulentem saluti suae malebant nimium timidum quam satis prudentem existimari. Quod autem mihi de eo, quod egerim, gratularis, te ita velle certo scio; sed ego tam misero tempore nihil novi consilii cepis-sem, nisi in reditu meo nihilo meliores res domesticas quam rem publicam offendissem; quibus enim pro meis immortalibus beneficiis carissima mea salus et meae fortunae esse debebant, cum propter eorum scelus nihil mihi intra meos parietes tutum, nihil insidiis vacuum viderem, novarum me necessitudinum fidelitate contra veterum perfidiam muniendum putavi. Sed de nostris rebus satis vel etiam nimium multa: de tuis velim ut eo sis animo, quo debes esse, id est, ut ne quid tibi praecipue timendum putes; si enim status erit aliquis civitatis, quicumque erit, te omnium periculorum video expertem fore; nam alteros tibi iam placatos esse intelligo, alteros numquam iratos fuisse. De mea autem in te voluntate sic velim iudices, me, quibuscumque rebus opus esse intelligam, quamquam videam, qui sim hoc tempore et quid possim, opera tamen et consilio, studio quidem certe, rei, famae, saluti tuae praesto futurum. Tu velim et quid agas et quid acturum te putes facias me quam diligentissime certiorem.
Ho ricevuto da te due lettere datate a Corcira: in una delle quali ti congratulavi con me, perché avevi sentito che avevo ottenuto la mia dignità di prima, dicevi nell’altra che desideravi riuscissero bene e felicemente quelle cose che ho realizzato. Ma io, se dignità è aver buoni sentimenti politici e apprezzare uomini onesti, perché quello che senti, ottengo la mia dignità; se poi dignità consiste in ciò, se, quello che senti, o tu possa effettuare da un fatto, o infine sostenere con il parlare schietto, non ci resta alcun indizio della dignità e assai bene se, possiamo regolare noi stessi, in modo che, quelle cose che in parte sono presenti, in parte sono impiegate, sopportiamo con moderazione, poiché è duro in una siffatta guerra, il cui esito da una parte mostra la strage, dall’altra la servitù: in quel pericolo mi conforta alcun che quando ricordo che quelle cose compresi allora, quando temevo assai anche le nostre cose favorevoli e vedevo persino avverse, con quanto pericolo si contendesse sul diritto pubblico con le armi, con cui se essi avessero prevalso, mi sarei avvicinato ad essi con la speranza della pace, non spinto dal desiderio della guerra, sebbene comprendevo, quanto sarebbe stata crudele la futura vittoria sia degli uomini sdegnati sia dei vogliosi sia degli arroganti, se poi fossero stati sopraffatti, quanto grande sarebbe la distruzione prossima di cittadini in parte nobilissimi e in parte anche onestissimi, i quali preferivano che troppo timoroso predicessi queste cose e ben provvedessi alla propria salvezza piuttosto che essere stimato abbastanza prudente. Che poi ti congratuli con me di quello che ho fatto, sono certo che vuoi così; ma io in tanto sventurato tempo non avrei preso nuove deliberazioni, se al mio ritorno non avessi trovato migliori gli affari privati che non dello stato; ai quali infatti per gli inestimabili benefici dovevano essere a cuore la mia salvezza e le mie sostanze, vedendo a causa della loro scelleratezza che niente fosse al sicuro tra le pareti mie domestiche, niente libero dalle insidie, reputai di dovermi difendere con la fedeltà di nuovi amici contro la perfidia dei vecchi. Ma dei nostri fatti basta anzi (abbiamo detto) troppe cose: sui tuoi vorrei che fossi in quella disposizione in cui devi essere, cioè, che non pensi di dover temere particolarmente qualcosa; se infatti ci sarà il benessere di una città, qualunque sarà, vedo che sarai libero di tutti i pericoli; infatti intendo che gli uni si sono già pacificati con te gli altri che mai sono stati adirati. Sul mio volere verso di te vorrei che pensassi così, che, in qualunque circostanza saprò avessi bisogno, quantunque veda, che io sia in questo tempo e cosa possa, con l’opera se non altro con il consiglio, almeno certamente con l’impegno, verrò in soccorso alle tue cose, alla tua fama e alla tua salvezza. Vorrei che mi rendessi informato con molta accuratezza che cosa ti faccia e che cosa credi si avrà intenzione di fare.
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Diritto di guerra
Autore: Cicerone
Sunt autem quaedam officia etiam adversus eos servanda, a quibus iniuriam acceperis. Est enim ulciscendi et puniendi modus; atque haud scio an satis sit eum, qui lacessierit iniuriae suae paenitere, ut et ipse ne quid tale posthac et ceteri sint ad iniuriam tardiores. Atque in re publica maxime conservanda sunt iura belli. Nam cum sint duo genera decertandi, unum per disceptationem, alterum per vim, cumque illud proprium sit hominis, hoc beluarum, confugiendum est ad posterius, si uti non licet superiore.
Quare suscipienda quidem bella sunt ob eam causam, ut sine iniuria in pace vivatur, parta autem victoria conservandi i, qui non crudeles in bello, non inmanes fuerunt, ut maiores nostri Tusculanos, Aequos, Volscos, Sabinos, Hernicos in civitatem etiam acceperunt, at Karthaginem et Numantiam funditus sustulerunt; nollem Corinthum, sed credo aliquid secutos, oportunitatem loci maxime, ne posset aliquando ad bellum faciendum locus ipse adhortari.
Vi sono poi certi doveri che bisogna osservare anche verso coloro che ci hanno offeso. C’è una misura anche nella vendetta e nel castigo; anzi, io non so se non basti che il provocatore si penta della sua offesa, perché egli non ricada mai più in simile colpa, e gli altri siano meno pronti all’offesa. Ma sopra tutto nei rapporti fra Stato e Stato si debbono osservare le leggi di guerra. In verità, ci sono due maniere di contendere: con la ragione e con la forza; e poiché la ragione è propria dell’uomo e la forza è propria delle bestie, bisogna ricorrere alla seconda solo quando non ci si può valere della prima. Si devono perciò intraprendere le guerre al solo scopo di vivere in sicura e tranquilla pace; ma, conseguita la vittoria, si devono risparmiare coloro che durante la guerra, non furono né crudeli né spietati. Così, i nostri padri concessero perfino la cittadinanza ai Tusculani, agli Equi, ai Volsci, ai Sabini, agli Èrnici; ma distrussero dalle fondamenta Cartagine e Numanzia; non avrei voluto la distruzione di Corinto; ma forse essi ebbero le loro buone ragioni, soprattutto la felice posizione del luogo, temendo che appunto il luogo fosse, o prima o poi, occasione e stimolo a nuove guerre.
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Nihil in vita vidit calamitatis A. Cluentius, nullum periculum mortis adiit, nihil mali timuit quod non totum a matre esset conflatum et profectum. Quae hoc tempore sileret omnia atque ea, si oblivione non posset, tamen taciturnitate sua tecta esse pateretur; sed vero sic agitur ut prorsus reticere nullo modo possit. Hoc enim ipsum iudicium, hoc periculum, illa accusatio, omnis testium copia quae futura est a matre initio est adornata, a matre hoc tempore instruitur atque omnibus eius opibus et copiis comparatur. Ipsa denique nuper Larino huius opprimendi causa Romam advolavit. Praesto est mulier audax, pecuniosa, crudelis, instituit accusatores, instruit testis, squalore huius et sordibus laetatur, exitium exoptat, sanguinem suum profundere omnem cupit, dum modo profusum huius ante videat. Haec nisi omnia perspexeritis in causa, temere a nobis illam appellari putatote; sin erunt et aperta et nefaria, Cluentio ignoscere debebitis, quod haec a me dici patiatur; mihi ignoscere non deberetis, si tacerem.
A. Cluenzio non vide alcuna calamità durante la vita, non affrontò alcun pericolo di morte, non temette alcun male che non fosse stato scaturito e suscitato interamente dalla madre. Questa in tale situazione avrebbe potuto passare sotto silenzio ogni cosa e queste cose, se non fosse stato possibile essere sotto silenzio, tuttavia avrebbe potuto tollerare che venissero protette dal proprio silenzio; ma in realtà si agisce in modo tale che non possa essere assolutamente in alcun modo sotto silenzio. Infatti questo stesso giudizio, questo pericolo, quell'accusa, tutta quell'abbondanza di testimoni è preparata fin dall'inizio dalla madre, in questa circostanza viene istruita e preparata con tutte le sue risorse ed energie dalla madre. Infine proprio lei accorse da Larino a Roma per opprimerlo; L'audace, danarosa, crudele donna fu a disposizione, stabilì gli accusatori, istruì i testimoni istruì i testimoni, viene allietata squallore e dalle lordure, desidera riversare il suo sangue, pur di vedere prima versato . . Se non aveste scorto tutte queste cose nella causa, pensate che quella sarebbe stata chiamata da noi avventatamente; se saranno chiare e scellerate, dovreste perdonare Cluenzio, per il fatto che abbia tollerato che tali cose siano state pronunciate da me; non dovreste perdonarmi, se tacessi.
(By Maria D. )
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Atticus habebat avunculum Quintum Caecilium, equitem Romanum, divitem, hominem difficillimae naturae. Eius asperitatem sic veritus est ut sine offensione benevolentiam illius hominis retinuerit quem nemo tolerare poterat. Huius pietatis fructum tulit. Nam Caecilius testamento eum adoptavit heredemque fecit: ex qua hereditate accepit circiter centies centena milia sestertiorum. Attici soror nupta erat Quinto Tullio Ciceroni, Marci Tullii fratri, easque nuptias Marcus Cicero ipse conciliaverat. Cum hoc Atticus a condiscipulatu coniunctissime vivebat, multo etiam familiarius quam cum Quinto genero suo, ita ut iudicari possit quanto plus in amicitia valeat similitudo morum quam affinitas. In re publica ita est versatus ut semper optimas partes secutus sit.
Altra versione da altro libro (diversa)
Atticus habebat avunculum Q. Caecilium, equitem Romanum, divitem, difficillima natura: cuius asperitatem, quam nemo ferre poterat, sic veritus est, ut huius ine offensione ad summam senectutem retinuerit benevolentiam. Quo facto tulit pietatis fructum. Caecilius enim moriens testamento adoptavit eum heredemque fecit ex dodrante: ex qua hereditate accepit circiter centiens sestertium. Erat nupta soror Attici Q. Tullio Ciceroni, easque nuptias M. Cicero conciliarat =conciliaverat), cum quo a condiscipulatu vivebat coniunctissime, multo etiam amiliarius quam cum Quinto, ut iudicari possit plus in amicitia valere similitudinem morum quam affinatatem. Utebatur autem intime Q. Hortensio, qui iis temporibus principatum eloquentiae tenebat, ut intelligi non posset uter eum plus diligeret, Cicero an Hortensius.
Le amicizie di attico
Cornelio Nepote versione latino libro So tradurre
Attico aveva come zio Quinto Cecilio, cavaliere dei Romani, ricco, uomo ma di carattere assai scontroso. Ebbe così tanto rispetto per la sua durezza che senza offesa conservò benevolenza di quell’uomo che nessuno riusciva a sopportare Per tale motivo raccolse il frutto del sui rispetto. Cecilio, infatti, lo adottò nel testamento e lo nominò erede: da tale eredità ricevette circa dieci milioni di sesterzi. La sorella di Attico aveva sposato Q. Tullio Cicerone e tale matrimonio lo aveva assecondato M. Cicerone. Con costui aveva grandissima familiarità, fin da quando avevano studiato insieme, molto più' amico anche di Quinto, suo genero, sì che si può sostenere che nell'amicizia vale più' l'affinità di carattere che la parentela. Era inoltre tanto impegnato nella gestione dello stato che seguì sempre i partiti migliori.
Altra versione da altro libro (diversa)
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Nihil deus agit, nullis occupationibus est inplicatus, nulla opera molitur, sua sapientia et virtute gaudet. Hunc deum rite beatum dixerimus, vestrum1 vero laboriosissimum. Inposuistis1 enim in cervicibus nostris sempiternum dominum, quem dies et noctes timeremus. Quis non timeat deum omnia providentem et cogitantem et animadvertentem et omnia ad se pertinere putantem, curiosum et plenum negotii? Hinc vobis extitit primum illa fatalis necessitas; sequitur divinatio, qua tanta inbueremur superstitione, si vos audire vellemus, ut haruspices, augures, harioli, vates, coniectores nobis essent colendi. His terroribus ab Epicuro soluti et in libertatem vindicati, nec metuimus eos quos intellegimus nullam molestiam quaerere, et pie sancteque colimus naturam excellentem atque praestantem.
Dio non fa nulla, non è coinvolto in nessuna attività, non si occupa di nessun lavoro, gode della sua saggezza e della (sua) virtù. Giustamente diremo (che) questo dio (è) felice, mentre (definiremo) il vostro (Dio) molto indaffarato. Infatti avete posto sopra le nostre teste un padrone eterno, da temere giorno e notte1. Chi non temerebbe un Dio che pensa e provvede a tutto, che osserva (tutto) e che pensa che tutto lo riguardi, (un Dio) intrigante e mai tranquillo2? Da qui è nata per voi prima di tutto quella (= la ben nota) necessità del fato; segue la divinazione, a causa della quale, se volessimo darvi retta, saremmo intrisi di tanta superstizione, da dover venerare gli aruspici, gli àuguri, gli astrologi, gli indovini, gli interpreti dei sogni. Sciolti da queste paure grazie ad3 Epicuro e messi in libertà, non temiamo quegli (dèi) che comprendiamo che non cercano alcun fastidio, e con devozione e religiosità veneriamo la (loro) natura eccellente e superiore.