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Ut igitur et monere et moneri proprium est verae amicitiae et alterum libere facere, non aspere, alterum patienter accipere, non repugnanter, sic habendum est nullam in amicitiis pestem esse maiorem quam adulationem, blanditiam, assentationem; quamvis enim multis nominibus est hoc vitium notandum levium hominum atque fallacium ad voluntatem loquentium omnia, nihil ad veritatem. Secerni autem blandus amicus a vero et internosci tam potest adhibita diligentia quam omnia fucata et simulata a sinceris atque veris. Contio, quae ex imperitissimis constat, tamen iudicare solet quid intersit inter popularem, id est assentatorem et levem civem, et inter constantem et severum et gravem. Quod si in scaena, id est in contione, in qua rebus fictis et adumbratis loci plurimum est, tamen verum valet, si modo id patefactum et illustratum est, quid in amicitia fieri oportet, quae tota veritate perpenditur? in qua nisi, ut dicitur, apertum pectus videas tuumque ostendas, nihil fidum, nihil exploratum habeas, ne amare quidem aut amari, cum, id quam vere fiat, ignores. Quamquam ista assentatio, quamvis perniciosa sit, nocere tamen nemini potest nisi ei qui eam recipit atque ea delectatur. Ita fit, ut is assentatoribus patefaciat aures suas maxime, qui ipse sibi assentetur et se maxime ipse delectet
Se, dunque, è indice di vera amicizia ammonire ed essere ammoniti - e ammonire con sincerità, ma senza durezza, e accettare i rimproveri con pazienza, ma senza rancore -, allora dobbiamo ammettere che la peste più esiziale dell'amicizia è l'adulazione, la lusinga e il servilismo. Dàgli tutti i nomi che vuoi: sarà sempre un vizio da condannare, un vizio di chi è falso e bugiardo, di chi è sempre pronto a dire qualsiasi cosa per compiacere, ma la verità mai. Ma, stando bene attenti, è possibile distinguere e riconoscere l'amico adulatore dal vero amico, così come si riconosce ciò che è contraffatto e falso da ciò che è autentico e genuino. L'assemblea popolare, composta da persone molto ignoranti, è capace tuttavia di vedere, di solito, la differenza tra il demagogo, cioè il cittadino adulatore e infido, e il cittadino coerente, serio e ponderato. Se, dunque, in quel teatro che è l'assemblea popolare, dove finzioni e apparenze giocano un ruolo di primo piano, il vero comunque prevale, purché sia svelato e messo nella giusta luce, che cosa deve accadere nell'amicizia, che si misura tutta sul metro della verità? Se nell'amicizia non vedessi, come si dice, che l'amico ti apre il suo cuore e tu gli mostri il tuo, non avresti nulla di cui fidarti, nulla di cui esser certo, neppure di amare e di essere amato, perché non sapresti quanto ci sia di vero in tutto ciò. Del resto l'adulazione, per quanto sia pericolosa, nuoce soltanto a chi l'ammette e se ne compiace. Ecco perché è proprio l'uomo pieno di sé e tutto preso dalla propria persona a spalancare le orecchie agli adulatori.
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La vera amicizia
Versione di latino di Cicerone LIBRO Tradurre latino
Testo latino Non pervenuto
Innanzitutto, come può essere, come dice Ennio, "vitale", la vita che non trova soddisfazione nell'affetto reciproco di un amico?Cos'è più soddisfacente di avere qualcuno con cui oseresti parlare in questo modo di queste cose, come con te?Chi sarebbe così soddisfatto nella buona sorte, se tu non avessi (ciò), chi con quella (sorte) sarebbe egualmente felice, oltre che tu stesso? Sarebbe davvero difficile sopportare le avversità senza di lui, che sopporta queste più a stento di te. Pertanto le altre cose che sono desiderate sono solo convenienti per quasi ogni cosa: la ricchezza per servirtene, la potenza per essere rispettato, gli onori per essere onorato, i piaceri per gioire, la salute per mancare del dolore e per usufruire delle forze fisiche; l'amicizia ha in sé moltissime cose; dovunque tu vada, é a disposizione; non è esclusa da nessun ambito; non è mai inopportuna, mai fastidiosa; perciò non ci serviamo in moltissimi modi dell'acqua, del fuoco, come dicono, se non dell'amicizia. Ed io ora non parlo di quella (amicizia) volgare e mediocre, che tuttavia la stessa piace e giova, ma parlo di quella vera e perfetta. Infatti l'amicizia rende più splendidi i buoni auspici e più lievi le avversità comunicandole e facendole sue
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Difficoltà per i romani di difendere i loro domini per mare
Autore: Cicerone
Quae civitas antea umquam fuit, non dico Atheniensium, quae satis late quondam mare tenuisse dicitur; non Karthaginiensium, qui permultum classe ac maritimis rebus valuerunt; non Rhodiorum, quorum usque ad nostram memoriam disciplina navalis et gloria remansit, sed quae civitas umquam antea tam tenuis, quae tam parva insula fuit, quae non portus suos et agros et aliquam partem regionis atque orae maritimae per se ipsa defenderet? At (hercule) aliquot annos continuos ante legem Gabiniam ille populus Romanus, cuius usque ad nostram memoriam nomen invictum in navalibus pugnis permanserit, magna ac multo maxima parte non modo utilitatis, sed dignitatis atque imperi caruit. Nos, quorum maiores Antiochum regem classe Persenque superarunt, omnibus navalibus pugnis Karthaginiensis, homines in maritimis rebus exercitatissimos paratissimosque, vicerunt, ei nullo in loco iam praedonibus pares esse poteramus
Quale città è mai esistita non parlo di Atene, il cui impero marittimo si dice sia stato un tempo abbastanza vasto, né di Cartagine, molto potente nella flotta e nelle attività marittime, né Rodi, la cui maestria ed il cui valore in mare è stato tramandato fino a noi - quale città è mai esistita tanto debole e tanto insignificante da non saper difendere per proprio conto i suoi porti, i suoi campi ed una parte delle sue regioni e del suo litorale? Ma, per Ercole, per anni interi, prima della legge Gabinia, il popolo romano, della cui invincibilità per mare è giunta la fama sino a noi, è stato privato non solo di una grande parte, io direi della più grande, di proventi, ma anche della sua dignità e del suo impero. I nostri antenati superarono con la loro flotta il re Antioco e Perseo, vinsero in tutte le battaglie navali i Cartaginesi, uomini dotati di una grandissima esperienza sul mare ed assai ben equipaggiati, e noi non eravamo ormai in grado di resistere in alcun luogo ai pirati.
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Non lubet mihi deplorare vitam, quod multi, et ei docti, saepe fecerunt, neque me vixisse paenitet, quoniam ita vixi, ut non frustra me natum existimem, ut ex vita ita discedo tamquam ex hospitio, non tamquam e domo. Commorandi enim natura devorsorium nobis, non habitandi dedit. O praeclarum diem, cum in illud divinum animorum concilium coetumque proficiscar cumque ex hac turba et conluvione discedam! Proficiscar enim non ad eos solum viros, de quibus ante dixi, verum etiam ad Catonem meum, quo nemo vir melior natus est, nemo pietate praestantior; cuius a me corpus est crematum, quod contra decuit ab illo meum, animus vero, non me deserens sed respectans, in ea profecto loca discessit, quo mihi ipsi cernebat esse veniendum. Quem ego meum casum fortiter ferre visus sum, non quo aequo animo ferrem, sed me ipse consolabar existimans non longinquum inter nos digressum et discessum fore.
Non mi piace deplorare la vita, come hanno fatto spesso molti, persino saggi, e non mi pento di aver vissuto perché ho vissuto in modo tale che credo di non essere nato invano. E lascio la vita come un albergo, non come una casa: la natura, infatti, ha messo a nostra disposizione un alloggio per farvi una sosta, non per abitarvi. O splendido il giorno in cui partirò per quel divino consesso di anime e taglierò i ponti con questa immonda confusione! Me ne andrò non solo per unirmi a quegli uomini, di cui ho parlato prima, ma soprattutto al mio Catone, del quale non è mai nato uomo migliore o superiore per amore filiale. Ho cremato il suo corpo, quando lui avrebbe dovuto cremare il mio, ma la sua anima non mi ha abbandonato: volgendosi a guardarmi, se ne andava in quel mondo che, come sapeva, avrei raggiunto anch'io. Se vi è parso che sopportassi con coraggio questa mia disgrazia, sappiate che in me non c'era indifferenza, ma intimamente mi consolavo al pensiero che il nostro distacco e la nostra separazione non sarebbero durati a lungo.
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Cum sciret Clodius - neque erat difficile cognitu - iter necessarium esse Miloni ad Lanuvium municipium ante diem tertium decimum Kalendas Februarias, Roma pridie profectus est ut ante suum fundum Miloni insidias collocaret. Hic, contra, cum in senatu fuisset illa die usque ad horam decimam quoad senatus est dimissus, donum venit, calceos et vestimenta mutavit, paulisper, dum se uxor comparat, domi moratus est. Deinde paenulatus Lanuvium cum uxore et ancillarum puerorumque comitatu profectus est. Obviam ei in itinere venit Clodius expeditus, in equo, ante fundum suum, sub vesperum. Statim in Milonem complures cum telis impetum faciunt de loco superiore, raedarium occidunt, Milonem ipsum aggrediuntur, qui, cum de raeda desiluisset, strenuissime se defendit
Clodio, sapendo che - e non era difficile da conoscersi- c'era un viaggio necessario per Milone verso il municipio di Lanuvio il tredicesimo giorno dopo le Calende di febbraio, il giorno precedente partì da Roma, per collocare davanti al proprio (= di Clodio) fondo/podere una trappola a Milone. Questo, per contro, dopo essere rimasto quel giorno in Senato fino all'ora decima, fino a che il Senato si congedò, giunse a casa, cambiò i calzari e i vestiti, per un po', mentre la moglie si preparava, si trattenne a casa. Poi avvolto nel mantello da viaggio partì alla volta di Lanuvio con la moglie e cn l'accompagnamento/la compagnia delle ancelle e dei fanciulli. Durante il viaggio gli venne incontro spedito Clodio, su un cavallo, davanti al proprio fondo/podere, verso sera. Immediatamente parecchi (uomini) fanno un assalto contro Milone da un luogo superiore, occidono quello che guidava il carro (=raedarium), aggrediscono lo stesso Milone, il quale, dopo essere saltato giù dal carro, si deifese valorosissimamente