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Iam vero illud stultissimum existimare omnia iusta esse quae sita sint in populorum institutis aut legibus. Etiamne si quae leges sint tyrannorum? Si triginta illi Athenis leges inponere uoluissent et si omnes Athenienses delectarentur tyrannicis legibus num idcirco eae leges iustae haberentur? Nihilo credo magis illa quam interrex noster tulit ut dictator quem uellet ciuium aut indicta causa inpune posset occidere. Est enim unum ius quo deuincta est hominum societas et quod lex constituit una quae lex est recta ratio imperandi atque prohibendi. Quam qui ignorat is est iniustus siue est illa scripta uspiam siue nusquam. Quodsi iustitia est obtemperatio scriptis legibus institutisque populorum et si ut eidem dicunt utilitate omnia metienda sunt negleget leges easque perrumpet si poterit is qui sibi eam rem fructuosam putabit fore. Ita fit ut nulla sit omnino iustitia si neque natura est ea quae propter utilitatem constituitur utilitate alia covuellitur. Atqui si natura confirmatura ius non erit, virtutes omnes tollantu
Ed ancora una tra le maggiori sciocchezze è il considerare giusto tutto quanto si ritrova nel costume e nelle leggi dei popoli. Forse vi sarebbe lo stesso atteggiamento anche se alcune leggi fossero quelle dei tiranni? Se quei famosi trenta personaggi avessero voluto imporre ad Atene delle leggi, o se tutti gli Ateniesi fossero stati soddisfatti di leggi tiranniche, forse per questo quelle leggi sarebbero considerate giuste? Non più giuste, credo, di quella che fu presentata da quel nostro interré, in virtù della quale il dittatore potesse impunemente mettere a morte chiunque volesse dei cittadini senza che fosse stato condannato o processato. Unico infatti è il diritto dal quale è unita la società umana, ed unica la legge che lo fonda, legge che corrisponde alla retta norma del comandare e del vietare. Colui che la ignora, è ingiusto, sia essa quella scritta in qualche testo oppure no. Infatti se la giustizia consistesse nell'ottemperanza alle leggi scritte ed ai costumi dei popoli, e se, come dicono sempre quei medesimi dotti citati, tutto dovesse misurarsi in base all'utilità, ignorerà quelle leggi e le infrangerà, se gli sarà possibile, colui il quale giudicherà una tale situazione vantaggiosa per lui. Ne consegue così che non sussiste affatto giustizia, ove essa non sussista per natura; e quella che viene costituita a scopo di utilità, dall'utilità essa viene completamente sradicata. E se la natura non fosse pronta a dar forza al diritto, tutti i valori sarebbero annullati. .
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Neque tamen ignoro, quani impudenter faciam, qui primum tibi tantum oneris imponam — potest enim mihi denegare occupatio tua —, deinde etiam, ut ornes me, postulem. Quid, si illa tibi non tanto opere videntur ornanda? Sed tamen, qui semel verecundiae fines transierit, eum bene et naviter oportet esse impudentem. Itaque te plane etiam atque etiam rogo, ut et ornes ea vehementius etiam, quam fortasse sentis, et in eo leges historiae negligas gratiamque illam, de qua suavissime quodam in prooemio scripsisti, a qua te flecti non magis potuisse demonstras quam Herculem Xenophontium illum a Voluptate, eam, si me tibi vehementius commendabit, ne aspernere amorique nostro plusculum etiam, quam concedet veritas, largiare.
Mi rendo tuttavia conto di quanto sfacciato io sia, innanzi tutto ad accollarti un peso non indifferente - le tue molteplici occupazioni giustificherebbero benissimo un tuo rifiuto - e poi a pretendere da te addirittura una resa artistica delle mie faccende. E se non ti sembrassero affatto meritevoli di una resa artistica? Però, chi ha varcato una volta i limiti della convenienza può ben essere sfacciato fino in fondo. Perciò in tutta semplicità ti chiedo espressamente di abbellire il racconto addirittura con più colore di quanto forse tu non senta e di accantonare in ciò le leggi della storia e di non sdegnare quel decoro formale, di cui una volta hai scritto con estrema eleganza in un proemio del quale dimostri di non aver saputo fare a meno non più che il famoso Ercole di Senofonte del piacere quand'anche ciò dovesse favorirmi ai tuoi occhi con troppa evidenza, e concedi alla simpatia personale un pochino di più di quel che possa offrirle la verità.
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Civis Romanus sum, Roma patriae est mihi ac multa virtutis exempla civitas mea orbi ostendit. C. Mucius, vir mirae virtutis, souls in castra Porsennae venit: tyrannus a multis militibus ac satellitibus defendebatur et Mucius multas horas in tenebris nocte latuit et expetavit, proposita sibi morte. P. Decius primum pater, post paucos annos patria virtute praeditus filius, vitam saluti victoriaeque populi Romani devolverunt: publica laude moti, mortem in bello aequis animis oppetiverunt. Ex hac civitate venit pater amici mei M. Crassi, vir magni animi, qui vitam sica exhausit suam ac hosti cadaver suum tantum reliquit. C. Marius ultima senectute hostes audacia vitavit: primum corpus paludibus demersit, deinde apud miseros homines Minturnarum misericordiam petivit, inde navigio perparvo a terris discessit ac in oras Africae desertas pervenit. Ibi paucos menses mansit et Romam revertit victo
traduzione dal libro latino a colori
Io sono un cittadino romano, Roma è la mia patria e la mia cittadinanza mostra al mondo molti esempi di coraggio C. Muzio, uomo di ammirabile coraggio, si dirige da solo verso l'accampamento di Porsenna: il tiranno (era) veniva difeso da molti soldati e guardie del corpo e Muzio si nascose per molte ore durante la notte nelle tenebre e aspettò, pur davanti alla possibilità di morire posta innanzi a se la morte (ablativo assoluto). Per primo P. Decio padre, (sott. poi) pochi anni dopo il figlio dotato della (stessa) virtù paterna offrirono in voto la(loro) vita per la salvezza e per la vittoria del popolo romano: spinti da un pubblico riconoscimento, affrontarono la morte nella guerra con animo sereno (anche se io metterei non sereno ma pari cioè padre e figlio allo stesso pari). Ma questa città venne il padre del mio amico M. Crasso, uomo di grande animo, che si tolse la sua vita con un pugnale e lasciò soltanto il suo corpo al nemico. Alla fine della vecchiaia C. Mario evitò i nemici con coraggio: immerse dapprimail corpo nelle paludi, poi chiese la misericordia presso i miseri uomini di Minturno, quindi partì dalle terre con una piccolissima barca e arrivò nelle spiagge deserte dell'Africa. Lì rimase per pochi mesi e tornò a Roma vittorioso
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Omni Macedonum gaza, quae fuit maxima, potitus Paulus; tantum in aerarium pecuniae invexit, ut unius imperatoris praeda finem attulerit tributorum. At hic nihil domum suam intulit praeter memoriam nominis sempiternam. Imitatus patrem Africanus nihilo locupletior Carthagine eversa. Quid? qui eius collega fuit in censura, L. Mummius, num quid copiosior, cum copiosissimam urbem funditus sustulisset? Italiam ornare quam domum suam maluit; quamquam Italia ornata domus ipsa mihi videtur ornatior. Nullum igitur vitium taetrius est, ut eo, unde digressa est, referat se oratio, quam avaritia, praesertim in principibus et rem publicam gubernantibus
Paolo s'impadronì di tutto il tesoro dei Macedoni, che era enorme, e versò nell'erario tanto denaro che il bottino di un solo generale permise di mettere fine alle tasse; ma egli non portò niente a casa sua, tranne il ricordo eterno del nome. L'Africano imitò il padre, e, abbattuta Cartagine, non fu per niente piu ricco. E che? Colui che fu suo collega nella pretura, Lucio Mummio, forse che diventò più ricco dopo aver distrutto sin dalle fondamenta una città ricchissima? Preferì abbellire l'Italia piuttosto che la sua casa; benché, abbellita l'Italia, la sua stessa casa mi sembra più ornata. Nessun vizio, dunque, è più vergognoso (per riportare il discorso là donde si è allontanato), dell'avidità, soprattutto nei capi e negli amministratori di uno Stato
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Talis igitur inter viros amicitia tantas opportunitates habet quantas vix queo dicere. Principio qui potest esse vita 'vitalis', ut ait Ennius, quae non in amici mutua benevolentia conquiescit? Quid dulcius quam habere quicum omnia audeas sic loqui ut tecum? Qui esset tantus fructus in prosperis rebus, nisi haberes, qui illis aeque ac tu ipse gauderet? adversas vero ferre difficile esset sine eo qui illas gravius etiam quam tu ferret. Denique ceterae res quae expetuntur opportunae sunt singulae rebus fere singulis, divitiae, ut utare, opes, ut colare, honores, ut laudere, voluptates, ut gaudeas, valetudo, ut dolore careas et muneribus fungare corporis; amicitia res plurimas continet; quoquo te verteris, praesto est, nullo loco excluditur, numquam intempestiva, numquam molesta est; itaque non aqua, non igni, ut aiunt, locis pluribus utimur quam amicitia. Neque ego nunc de vulgari aut de mediocri, quae tamen ipsa et delectat et prodest, sed de vera et perfecta loquor, qualis eorum qui pauci nominantur fuit. Nam et secundas res splendidiores facit amicitia et adversas partiens communicansque leviores
Traduzione molto letterale
Dunque nell’amicizia tra uomini si hanno tante possibilità quante io difficilmente riesco a dire. In primo luogo, in che modo la vita potrebbe essere “vitale” come dice Ennio, chi non si calma tra amici con un bene reciproco? Che cosa c’è di più dolce qualcuno che ascolti tutte le cose e parlare così come te? Chi è tanto avvantaggiato nella buona sorte, se non avessi qualcuno che gioisce per quello in maniera pari a te stesso? In verità sopportare le avversità è difficile senza di lui che sopporta quelle cose più spiacevoli anche più di te. Infine le altre cose che vengono cercate, sono opportune singole per portare singole cose, la ricchezza per usarla, la potenza per farsi rispettare, gli onori per essere lodati, il piacere per rallegrarsi, la salute per essere privo di dolore e compiere il proprio dovere col corpo; l’amicizia riguarda cose diverse. Dovunque ti volgi è pronta, nessun luogo è escluso, non è mai inopportuna né mai molesta. E così, come dicono (che) usiamo in più luoghi né dell’acqua, né il fuoco più dell’amicizia. Mè io riguardo ai comuni o ai mediocri parlo, la quale tuttavia rallegra e anima lo stesso, ma riguardo l’amicizia vera e perfetta, quale fu di quelli che in pochi (o poco) vengono citati. Infatti l’amicizia fa più splendente la fortuna sia più leggera l’avversa, dividendola e partecipando(vi).