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Nam bellicas laudes solent quidam extenuare verbis, easque detrahere ducibus, communicare cum multis, ne propriae sint imperatorum. Et certe in armis militum virtus, locorum opportunitas, auxilia sociorum, classes, commeatus multum iuvant: maximam vero partem quasi suo iure Fortuna sibi vindicat, et quicquid prospere gestum est, id paene omne ducit suum. At vero huius gloriae, C. Caesar, quam es paulo ante adeptus, socium habes neminem: totum hoc quantumcumque est (quod certe maximum est) totum est, inquam, tuum. Nihil sibi ex ista laude centurio, nihil praefectus, nihil cohors, nihil turma decerpit: quin etiam illa ipsa rerum humanarum domina, Fortuna, in istius societatem gloriae se non offert: tibi cedit; tuam esse totam et propriam fatetur. Numquam enim temeritas cum sapientia commiscetur, neque ad consilium casus admittitur.
Ma tuttavia ci sono altri meriti più grandi. Infatti c'è chi parlando è solito sminuire la gloria militare, sottrarla ai comandanti e farne partecipi molti altri per non darne l'esclusivo merito ai condottieri. " E' certo che in guerra sono di grande aiuto il valore dei soldati, la posizione strategica, gli aiuti degli alleati, le flotte, i servizi logistici; eppure la parte principale la rivendica a sè. Invece questa gloria che ti sei conquistato poco fa, C. Cesare, non la devi spartire con nessuno: tutto questo merito, per quanto grande sia, tutto - lo ripeto - è tuo; di questa gloria, non c'è centurione, prefetto, coorte, squadrone che rivendica una parte per sè, e perfino la stessa nota signora delle vicende umane, la Fortuna, non si fa avanti per aver parte di questa gloria: cede davanti a te, ammette che essa è interamente di tua esclusiva proprietà. Infatti l'avventatezza non è mai unita alla saggezza e il caso non è mai ammesso ai consigli della ragione. la Fortuna, come in base a un suo diritto, e qualunque impresa vada a buon fine la ritiene opera quasi tutta sua
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Prestigio delle attività artistiche e intellettuali
versione latino Cicerone dal libro
insulae morfosintassi B e libro Domus 2 pagina 108 versione 35
Plus adtulit certe huic populo dignitatis, qui non illustravit modo sed etiam genuit in hac urbe dicendi copiam, quam qui Ligurum castella expugnaverunt: ex quibus multi sunt, ut scitis, triumphi. At plus interfuit rei publicae castellum capi Ligurum quam bene defendi causam. Credo: sed Atheniensium quoque plus interfuit firma tecta in domicilus habere quam Minervae signum ex ebore pulcherrimum; tamen ego me Phidiam esse mallem quam vel optimum fabrum tignarium. Qua re non quantum quisque prosit, sed quanti quisque sit ponderandum est: praesertim cum pauci pingere egregie possint aut fingere, operarii autem aut baiuli deesse non possint.
Senza dubbio alcuno quello che non solo rese nobile ma anche che fece nascere in questa città l'arte del parlare, portò a questo popolo più prestigio di quelli che espugnarono i castelli dei Liguri: sui quali sono molt (infatti)i, come sapete, i trionfi. Ma alla Repubblica interessò di più che fosse preso un castello dei Liguri, piuttosto che non che venisse difesa efficacemente una causa. (Ci) credo: ma anche agli Ateniesi interessò di più avere tetti solidi nelle case, piuttosto che una bellissima statua di Minerva in avorio; tuttavia io preferirei essere Fidia piuttosto che il migliore possibile dei fabbri. Perciò si deve considerare non quanto ciascuno sia utile, ma quanto ciascuno valga: tanto più che pochi possono dipingere egregiamente o scolpire, ma non possono mancare operai o facchini.
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Superiorità dei Romani sui Greci Versione di latino di Cicerone LIBRO In pratica e teoria
Testo latino INIZIO: Itaque cum multis ex rebus... FINE: ... vivos atque ita in flumen deici.
Traduzione
Dunque è possibile capire da molte cose che i nostri avi non solo hanno superato le atre nazioni nelle armi, ma anche in prudenza e in saggezza, allora specialmente questo, cioè dal fatto che trovarono una punizione singolare contro gli empi. A questo proposito considerate quanto siano stati superiori in saggezza rispetto a quelli altri che si dice siano stati i più saggi. Si tramanda che la città degli ateniesi, fintanto che ha esercitato un dominio assoluto, sia stata la più saggia; dicono che Solone sia stato il più sapiente di quella città, lui che scrisse le leggi di cui ancora oggi gli ateniesi usano. Quello quando gli veniva chiesto perché non avesse stabilito alcuna pena nei confronti di colui che avesse ucciso il padre, rispose che egli aveva pensato che nessuno lo avrebbe fatto. Si dice che avesse agito saggiamente, avendo stabilito riguardo ciò che prima non era stato commesso e per non sembrare tanto di proibire quanto di rimproverare. Quanto i nostri antenati si sono comportati saggiamente!Questi, capendo che nulla è a tal punto sacro che l'audacia non possa trasgredirlo, escogitarono una punizione singolare contro i parricidi. Disposero che fossero cuciti vivi in un sacco e gettati in un fiume.
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Cum Syracusarum tyrannus erat Dionysius, qui admodum crudelis erat ac cives cotidie variis modis excruciabat, Phintias Pythagoreus, suis civibus proficere volens, statuit eum necare. Sed, dum Phintias pugione tyrannum percussurus est, Dionysii custodes eum comprehenderunt et ad tyrannum perduxerunt, qui eum capitis damnavit. Phintias sententiam aequo animo accepit sed a tiranno tres dies petivit, ut posset matrem postremum revisere, et amicum Damonem sponsorem dedit. Dionysius, Damone in vincula coniecto, Phintiam liberavit. Phintias matrem revisit sed eius reditus admodum difficilis fuit, quia, prae pluvia vehementi, altum ac turbineum flumen transire non poterat. Die costituta iam milites Damonem pro Phintia necaturi erant, cum repente amicus pervenit. Dionysius, tanto fidei documento motus, Phintiae veniam concessit ambosque amicos incolumes dimisit.
Quando era tiranno di Siracusa Dionigi, che era molto crudele e affliggeva i cittadini ogni giorno in vari modi, il pitagorico Finzia, volendo giovare ai suoi concittadini, decise di ucciderlo. Ma mentre Finzia stava per colpire il tiranno col pugnale, le guardie di Dionigi lo presero e (lo) condussero dal tiranno, che lo condannò a morte. Finzia accolse la sentenza con animo sereno, ma chiese al tiranno tre giorni per poter rivedere la madre per l’ultima volta e diede come garante l’amico Damone. Dionigi, gettato in carcere Damone, liberò Finzia. Finzia rivide la madre e il suo ritorno fu molto difficile, perché a causa di una forte pioggia non poteva attraversare un fiume profondo e vorticoso. Nel giorno stabilito già i soldati stavano per uccidere Damone al posto di Finzia, quando all’improvviso l’amico arrivò. Dionigi, colpito da una testimonianza così grande di fedeltà alla parola data, concesse il perdono a Finzia e lasciò andare entrambi gli amici incolumi
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Adhibenda praeterea munditia est non odiosa neque exquisita nimis, tantum quae fugiat agrestem et inhumanam neglegentiam. Eadem ratio est habenda vestitus, in quo, sicut in plerisque rebus, mediocritas optima est. Cavendum autem est, ne aut tarditatibus utamur ingressu mollioribus, ut pomparum ferculis similes esse videamur, aut in festinationibus suscipiamus nimias celeritates, quae cum fiunt, anhelitus moventur, vultus mutantur, ora torquentur; ex quibus magna significatio fit non adesse constantiam. Sed multo etiam magis elaborandum est, ne animi motus a natura recedant, quod assequemur, si cavebimus ne in perturbationes atque exanimationes incidamus et si attentos animos ad decoris conservationem tenebimus. Motus autem animorum duplices sunt; alteri cogitationis, alteri appetitus. Cogitatio in vero exquirendo maxime versatur, appetitus impellit ad agendum. Curandum est igitur, ut cogitatione ad res quam optimas utamur Motus autem animorum duplices sunt; alteri cogitationis, alteri appetitus. Cogitatio in vero exquirendo maxime versatur, appetitus impellit ad agendum. Curandum est igitur, ut cogitatione ad res quam optimas utamur, appetitum rationi oboedientem praebeamus.
Si ami inoltre la pulizia, non affettata né ricercata, ma quanto basta per schivare la rustica e incivile trascuratezza. La stessa cura dobbiamo avere anche nel vestire; in questo come nella maggior parte delle cose, la via di mezzo è la migliore. Anche nel camminare ci vuole misura: quando si è in cammino, non si tenga un passo troppo lento e molle, come chi va in processione, e quando si ha fretta, non si prenda la corsa, perché il respiro diventa affannoso, il volto si altera e la bocca si storce: segni evidenti che non c'è in noi fermezza di carattere. Ma assai più ancora dobbiamo studiarci che non discordino dalla natura i moti dell'animo; il che ci verrà fatto, se ci guarderemo dal cadere in turbamenti e smarrimenti, e se terremo l'animo sempre vigile e attento a conservare il decoro. I moti dell'animo, poi, sono di due specie: del pensiero e del sentimento; il pensiero ha per fine supremo la ricerca della verità; il sentimento ci spinge all'azione. Dobbiamo dunque cercare di rivolgere il pensiero al conseguimento dei più alti e nobili ideali. I moti dell'animo, poi, sono di due specie: del pensiero e del sentimento; il pensiero ha per fine supremo la ricerca della verità; il sentimento ci spinge all'azione. Dobbiamo dunque cercare di rivolgere il pensiero al conseguimento dei più alti e nobili ideali, e di rendere docile il sentimento al controllo della ragione _________________