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Andricus postridie ad me venit, quam exspectaram; itaque habui noctem plenam timoris ac miseriae. Tuis litteris nihilo sum factus certior, quomodo te haberes, sed tamen sum recreatus. Ego omni delectatione litterisque omnibus careo, quas ante, quam te videro, attingere non possum. Medico mercedis quantum poscet promitti iubeto: id scripsi ad Ummium. Audio te animo angi et medicum dicere ex eo te laborare: si me diligis, excita ex somno tuas litteras humanitatemque, propter quam mihi es carissimus; nunc opus est te animo valere, ut corpore possis: id quum tua, tum mea causa facias, a te peto. Acastum retine, quo commodius tibi ministretur. Conserva te mihi: dies promissorum adest, quem etiam repraesentabo, si adveneris. Etiam atque etiam vale. III Idus h. VI.
Andrico è giunto il giorno dopo rispetto a quando l'aspettavo; pertanto ho trascorso una notte piena di timore e di angoscia. Dalle tue lettere non sono affatto rassicurato sulla tua salute, ma sollevato sì. Per parte mia sono privo di ogni piacere che mi viene dagli studi letterari a cui non sono in grado di dedicarmi prima di averti visto. Fa' promettere al medico quanto onorario chieda. L'ho scritto a Ummio. Sento dire che ti tormenti nell'animo e che il medico dice che questa è la causa del tuo malanno. Se mi vuoi bene, scuoti dal torpore la tua cultura letteraria e la tua sensibilità, perché mi sei molto caro. Ora è necessario che tu stia bene nell'animo per poterlo essere anche nel corpo. Ti chiedo di farlo sia per te che per me. Trattieni Acasto, per essere meglio servito. Riguardati per me. Il giorno della promessa è vicino, che anzi anticiperò se verrai. Ancora una volta tanti saluti stammi bene. 2 aprile, verso mezzogiorno.
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Quid huic tu homini facias? nonne concedas interdum ut excusatione summae stultitiae summae improbitatis odium deprecetur? Vtrum, recuperatores, his testibus non credidistis, cum quid liqueret non habuistis? at controversia non erat quin verum dicerent. An in coacta multitudine, in armis, in telis, in praesenti metu mortis perspicuoque periculo caedis dubium vobis fuit inesse vis aliqua videretur necne? Quibus igitur in rebus vis intellegi potest, si in his non intellegetur? An vero illa defensio vobis praeclara visa est: 'Non deieci, sed obstiti; non enim sum passus in fundum ingredi, sed armatos homines opposui, ut intellegeres, si in fundo pedem posuisses, statim tibi esse pereundum?' Quid ais? is qui armis proterritus, fugatus, pulsus est, non videtur esse deiectus? Posterius de verbo videbimus; nunc rem ipsam ponamus quam illi non negant et eius rei ius actionemque quaeramus. Est haec res posita quae ab adversario non negatur, Caecinam, cum ad constitutam diem tempusque venisset ut vis ac deductio moribus fieret, pulsum prohibitumque esse vi coactis hominibus et armatis. Cum hoc constet, ego, homo imperitus iuris, ignarus negotiorum ac litium, hanc puto me habere actionem, ut per interdictum meum ius teneam atque iniuriam tuam persequar. Fac in hoc errare me nec ullo modo posse per hoc interdictum id adsequi quod velim; te uti in hac re magistro volo. Quaero sitne aliqua huius rei actio an nulla. Convocari homines propter possessionis controversiam non oportet, armari multitudinem iuris retinendi causa non convenit; nec iuri quicquam tam inimicum quam vis nec aequitati quicquam tam infestum est quam convocati homines et armati. Quod cum ita sit resque eius modi sit ut in primis a magistratibus animadvertenda videatur, iterum quaero sitne eius rei aliqua actio an nulla. Nullam esse dices? Audire cupio, qui in pace et otio, cum manum fecerit, copias pararit, multitudinem hominum coegerit, armarit, instruxerit, homines inermos qui ad constitutum experiendi iuris gratia venissent armis, viris, terrore periculoque mortis reppulerit, fugarit, averterit, hoc dicat: 'Feci equidem quae dicis omnia, et ea sunt et turbulenta et temeraria et periculosa. Quid ergo est? impune feci; nam quid agas mecum ex iure civili ac praetorio non habes. ' Itane vero? recuperatores, hoc vos audietis et apud vos dici patiemini saepius? Cum maiores nostri tanta diligentia prudentiaque fuerint ut omnia omnium non modo tantarum rerum sed etiam tenuissimarum iura statuerint persecutique sint, hoc genus unum vel maximum praetermitterent, ut, si qui me exire domo mea coegisset armis, haberem actionem, si qui introire prohibuisset, non haberem? Nondum de Caecinae causa disputo, nondum de iure possessionis nostrae loquor; tantum de tua defensione, C. Piso, quaero.
Traduzione (antica)
Che dovrai fare a quest'uomo? Non concederai alcuna volta che egli si possa liberare dall'odio di una grande malvagità con la scusa di somma sciocchezza? Voi non avete forse recuperatori a questi testimoni creduto, allorchè cambiaste il giudizio? Ma non vi era contesa alcuna che essi non dicessero il veroOppure in una moltitudine di uomini radunati nelle armi nella paura della presente morte in un chiaro pericolo di uccisione, dubitasta che ciò fosse violenza? In quali cose dunque intendere si possa intervenire la violenza se ella non si intende in questa?Sembra per avventura a voi che sia bella e convenevole difesa il dire Non non ho io cominciato ma ho fatto resistenza. Perciò non ho sostenuto che tu entrassi nel podere ma ti ho opposto gli armati affinché dovessi intendere che se avessi posto il piede in esso, subito stavi per morire. Che diti tu? Colui che per mezzo delle armi è stata spaventato, posto in fuga o spinto, non sembra che poi fosse scacciato?Poi considereremo le parole: ora poniamo la cosa che essi non negano e ricerchiamo la ragione e il fatto. Questa è la cosa posta, che dall'avversario non si nega: Cecina essendo Cecina essendo andato là nel giorno e nel tempo ordinato ragionevolmente e e secondo il costume si faccia deduzionestimo avere azione di ottenere per vigor dell'interdetto la ragione e perseguitarti dall'ingiuria fattami. Poniamo caso che io mi sbaglio e chio men possa per mezzo dell'interdetto conseguire quello chi io desidero. Voglio che in tal cosa tu mi sia maestro. Domando se in ciò ci sia alcuna azione o no? Non è convenevole che si faccia setta di uomini per controversia di possesso ne ne sta bene di armare una moltitudine per il motivo di conservare la sua ragione. Ne cosa alcuna è più nemica della ragione di quello che è la forza, ne più contraria alla giustizia che il raccogliere uomini armati, Il che essendo così è òa cosa di tale qualità che ricerca principalmnte il castigo dei magistrati domando di nuovo se vi è azione o no? Tu dirai che non ce n'è alcuna. Desidero sentire se colui, il quale radunò, armò e mise ad ordine nellanella pace e tranquillità un gran numero di uomini e coloro i quali erano andati all'ordinato luogo per fare esperienza della loro ragione con le armi con con tanti uomini con il terrore e pericolo della morte rispinse, mise in fuga e scacciò, dica questo: "ho fatto tutto questo che tu dici, che fu tumultuoso, temerario e pericoloso. Cosa è dunque? Io l'ho fatto impudentemente, perciò tu non hai che contender con me né per legge civile ne pretoria. E' egli così recuperato? udirete voi queste cose? e sosterrete che inanze prudenza che stabilirono leggi i a voi si dicano più volte?essendo stati i nostri maggiori uomini di così tanta diligenza che stabilirono leggi non soltanto intorno a cose di grande importanza ma anche leggerisse avranno questa sola imortantissima lasciata da parte che se qualcuno si sforzassead uscir di casa mia con le armi, avezzi azione e se mi vietasse di potervi entrare, io non l'avessi? Non disputo ancora della causa di Cecina, non ragione ancora della ragione del possesso nostro: solamente io mi lamento, Caio Pisone della tua difesa!
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Theophrastus moriens accusasse naturam dicitur, quod cervis et cornicibus vitam diuturnam, quorum id nihil interesset, hominibus, quorum maxime interfuisset, tam exiguam vitam dedisset; quorum si aetas potuisset esse longinquior, futurum fuisse ut omnibus perfectis artibus omni doctrina hominum vita erudiretur. Querebatur igitur se tum, cum illa videre coepisset, extingui. Quid? ex ceteris philosophis nonne optumus et gravissumus quisque confitetur multa se ignorare et multa sibi etiam atque etiam esse discenda?
Di Teofrasto, si racconta che in punto di morte rimproverava alla natura di aver dato una vita tanto lunga ai cervi e alle cornacchie, che non se ne fanno niente, e di aver concesso invece così poco agli uomini, per cui la cosa sarebbe stata tanto importante: perché, con un tempo più lungo a loro disposizione, gli uomini avrebbero potuto raggiungere la perfezione in tutte le scienze, e rendersi padroni di ogni campo del sapere. Egli si lagnava, perciò, di dover morire proprio quando aveva appena incominciato a farsi luce. E comunque, anche fra gli altri filosofi, tutti i più grandi e più autorevoli riconoscono di non sapere molte cose, e di averne sempre un'infinità da imparare.
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Preoccupazioni familiari
Versione dal nuovo comprendere e tradurre volume 4
Autore: Cicerone
In maximis meis doloribus excruciat me valetudo Tulliae nostrae, de qua nihil est quod ad te plura scribam; tibi enim aeque magnae curae esse certo scio. Quod me proprius vultis accedere, video ita esse faciendum: etiam ante fecissem, sed me multa impediverunt, quae ne nunc quidem expedita sunt. Sed a Pomponio exspecto litteras, quas ad me quam primum perferendas cures velim. Da operam, ut valeas.
Nei miei assai grandi dolori mi preoccupo molto per la salute della nostra Tullia. Non ho qui bisogno di spendere con te tante parole: sono più che sicuro che la tua preoccupazione è pari alla mia. Voi volete che mi sposti più vicino a voi e mi rendo conto che va fatto così. L'avrei fatto anche prima, ma diverse circostanze me l'hanno impedito, e non è che neanche oggi le difficoltà siano state rimosse. Però aspetto una comunicazione da Pomponio e anzi gradirei che ne sollecitassi la spedizione. Stammi bene.
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Desiderio di gloria e avidità di ricchezze
Autore: Cicerone
Latina Lectio n° 82 pagina 176
Ex vobis quaero num qui hanc rem publicam, tam praeclare fundatam, nobis reliquerunt, ullam cogitationem habuisse videantur aut argenti ad avaritiam, aut amoenitatum ad delectationem, aut supellectilis ad delicias, aut epularum ad voluptates. Haec omnia ponite ante oculos. Quibus escenderit in caelum Romulus considerate. Iisne, quae homines bona appellant, an praeclaris rebus gestis et virtutibus ? Quid ? Minime incertum est utrum diis immortalibus magis grate fuerint Numae Pompilii capedines ac fictiles urnae an filicatae nostrae paterae. Brutum eiusque socios si quis interroget qua voluntate moti sint in patria liberanda, nullam voluptatis, nullam divitiarum cupiditatem nihil denique praeter officium fortis et magni viri inveniet in eorum proposito. Quae res impulerit Scaevolam ad necem Porsenae consideremus; quae vis contra omnes hostium copias Coclitem tenuerit in ponte solum. Hi omnes videntur nihil cogitasse in vita sibi expetendum nisi quod laudabile esset et praeclarum.
Chiedo a voi se quelli che ci hanno lasciato questa repubblica, costituita in maniera così egregia, sembrino aver avuto alcun pensiero rivolto all’avidità di argento, al diletto dei luoghi ameni, o al lusso dell’arredo, ai piaceri della tavola. Ponete tutte queste cose davanti ai vostri occhi. Considerate bene per quali meriti Romolo sia stato assunto in cielo. Per quelle cose che gli uomini chiamano beni o per illustri imprese compiute e virtù? E dunque? Non è assolutamente incerto se furono maggiormente gradite agli dei immortali i vasi per sacrifici e le urne di terracotta di Numa Pompilio o le nostre patere ornate di fregi simili a felci. Se qualcuno domandasse a Bruto e ai suoi compagni da che intento furono spinti a liberare la patria, non troverà nelle loro intenzioni alcun desiderio di piacere, alcuna cupidigia di ricchezze, niente insomma tranne il dovere di un uomo coraggioso e grande. Consideriamo quale cosa abbia spinto Scevola ad uccidere Porsenna; quale forza abbia tenuto Coclite da solo sul ponte contro tutte le truppe nemiche. Sembra che tutti questi pensassero che niente nella vita si debba cercare niente se non ciò che sia lodevole e nobile.