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Interim cum sciret Clodius - neque enim erat difficile scire - iter sollemne, legitimum, necessarium ante diem xiii. Kalendas Februarias Miloni esse Lanuvium ad flaminem prodendum, Roma subito ipse profectus pridie est, ut ante suum fundum, quod re intellectum est, Miloni insidias conlocaret. Atque ita profectus est, ut contionem turbulentam, in qua eius furor desideratus est, relinqueret, quam nisi obire facinoris locum tempusque voluisset, numquam reliquisset. Milo autem cum in senatu fuisset eo die, quoad senatus est dimissus, domum venit; calceos et vestimenta mutavit; paulisper, dum se uxor (ut fit) comparat, commoratus est; dein profectus id temporis cum iam Clodius, si quidem eo die Romani venturus erat, redire potuisset. Ob viam fit ei Clodius, expeditus, in equo, nulla raeda, nullis impedimentis; nullis Graecis comitibus, ut solebat; sine uxore, quod numquam fere: cum hic insidiator, qui iter illud ad caedem faciendam apparasset, cum uxore veheretur in raeda, paenulatus, magno et impedito et muliebri ac delicato ancillarum puerorumque comitatu. Fit ob viam Clodio ante fundum eius hora fere undecima, aut non multo secus. Statim complures cum telis in hunc faciunt de loco superiore impetum: adversi raedarium occidunt. Cum autem hic de raeda reiecta paenula desiluisset, seque acri animo defenderet, illi qui erant cum Clodio, gladiis eductis, partim recurrere ad raedam, ut a tergo Milonem adorirentur; partim, quod hunc iam interfectum putarent, caedere incipiunt eius servos, qui post erant: Ex quibus qui animo fideli in dominum et praesenti fuerunt, partim occisi sunt, partim, cum ad raedam pugnari viderent, domino succurrere prohiberentur, Milonem occisum et ex ipso Clodio audirent et re vera putarent, fecerunt id servi Milonis - dicam enim aperte, non derivandi criminis causa, sed ut factum est - nec imperante nec sciente nec praesente domino, quod suos quisque servos in tali re facere voluisset.
Intanto quando Clodio venne a sapere, - e non era difficile saperlo, - che, secondo la legge, Milone entro il 18 gennaio doveva necessariamente compiere il viaggio annuale a Lanuvio, poiché ne era supremo magistrato, per eleggere il flàmine, partì immediatamente da Roma il giorno innanzi con l'intenzione, come si capì dallo svolgimento dei fatti, di tendere un agguato a Milone davanti al proprio podere. E partì così in fretta da abbandonare una riunione assai animata, che si stava svolgendo proprio in quel giorno, nel corso della quale si sentì la mancanza del suo vigore polemico; non l'avrebbe mai lasciata se non avesse voluto approfittare del momento e dell'occasione opportune per il suo piano criminoso. Milone, dal canto suo, dopo essere stato quel giorno in senato finché l'assemblea fu sciolta, tornò a casa, cambiò i calzari e gli abiti, poi aspettò un poco mentre la moglie, come accade, terminava di prepararsi, infine partì a un'ora tale che Clodio avrebbe potuto già essere di ritorno, se mai in quel giorno avesse voluto tornare a Roma. Gli si fa incontro, libero da ogni impaccio, Clodio a cavallo: niente carrozza, né bagagli, neanche, come era solito, i compagni di viaggio di origine greca, non c'era neppure la moglie, cosa che non capitava quasi mai. Questo assalitore, invece, che avrebbe organizzato quel viaggio con il solo scopo di fare una strage, procedeva sul carro in compagnia della moglie, avvolto in un mantello, impacciato da un grande e lento séguito femminile di ancelle e giovinetti. Si imbatte in Clodio dinanzi al suo podere all'incirca alle cinque del pomeriggio e immediatamente da una collinetta parecchi uomini armati di pugnale si slanciano contro di lui; altri, attaccando di fronte uccidono il conducente del carro. Milone, allora, gettato dietro le spalle il mantello, salta giù dalla vettura e si difende accanitamente; quelli che stavano con Clodio, sguainate le spade, in parte tornano di corsa alla carrozza per assalire Milone alle spalle, altri, invece, poiché lo credevano già morto, incominciano ad ammazzare i suoi schiavi, che chiudevano la fila. E di costoro, che erano stati d'animo coraggioso e fedele nei confronti del padrone, una parte fu trucidata; altri, invece, vedendo che era scoppiata una rissa intorno al carro, ma si impediva loro di portare aiuto al loro signore, convinti che Milone fosse stato ucciso davvero - lo avevano sentito dire da Clodio in persona -, questi servi di Milone dunque, (parlerò in tutta franchezza, non per eludere l'accusa, ma secondo i fatti), senza che il padrone lo ordinasse, senza che fosse presente, senza che lo sapesse, fecero quanto ciascuno avrebbe desiderato dai suoi uomini in una simile circostanza.
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Quod me ab hoc maerore recreari vis, facis ut omnia; sed me mihi non defuisse tu testis es. nihil enim de maerore minuendo scriptum ab ullo est quod ego non domi tuae legerim. sed omnem consolationem vincit dolor. quin etiam feci quod profecto ante me nemo ut ipse me per litteras consolarer. quem librum ad te mittam, si descripserint librarii. adfirmo tibi nullam consolationem esse talem. totos dies scribo, non quo proficiam quid sed tantisper impedior non equidem satis (vis enim urget), --sed relaxor tamen ad omniaque nitor non ad animum sed ad vultum ipsum, si queam, reficiendum idque faciens interdum mihi peccare videor, interdum peccaturus esse nisi faciam. solitudo aliquid adiuvat, sed multo plus proficeret, si tu tamen interesses. quae mihi una causa est hinc discedendi; nam pro malis recte habebat. quamquam ipsum doleo. non enim iam in me idem esse poteris. perierunt illa quae amabas. De Bruti ad me litteris scripsi ad te antea. prudenter scriptae, sed nihil quod me adiuvarent quod ad te scripsit id vellem, ut ipse adesset. certe aliquid, quoniam me tam valde amat, adiuvaret. quod si quid scies, scribas ad me velim, maxime autem Pansa quando. de Attica doleo, credo tamen Cratero. Piliam angi veta. satis est me maerere pro omnibus. Apud Appuleium, quoniam in perpetuum non placet, in dies ut excuser videbis. in hac solitudine careo omnium colloquio, cumque mane me in silvam abstrusi densam et asperam, non exeo inde ante vesperum. secundum te nihil est mihi amicius solitudine. in ea mihi omnis sermo est cum litteris. eum tamen interpellat fletus; cui repugno quoad possum, sed adhuc pares non sumus.
Quanto al voler tu che io mi riscuota da questa tristezza, tu operi da tuo pari. Ma tu mi devi bene essere testimone, come io non sono mancato a me stesso: da che niente fu scritto da chicchessia sul moderare la malinconia, che io non l'abbia letto nella tua casa: ma il dolore spegni ogni consolazione. Anzi io ho fatto quello che nessun altro prima di me, che per iscritto consolai me stesso, il cui libro ti invieerò, copiato che l'abbiano gli amnuensi: ma ti prometto non esiste al mondo consolazione che sia tanta. Logoro gli interi giorni scrivendo: non già che punto ne acquisti, per per un poco mi vado distraendo, sebbene non basta contro la forza che preme al contrario. Tuttavia tento di esilarare con ogni sforzo, al fine di rifarmi non dell'animo ma dell'aspetto. Facendo questa cosa io, a volte mi sembra far male, e talora farei male a non farla. La solitudine mi giova poco, ma molto più farebbe avendoti io qua e questa è la sola ragione di mutarmi di qui, che del resto, secondo miseria, io me la passavo anche bene. Quantunque e questo stesso mi procura dolore, poiché tu non potresti essere già quello stesso che fosti. quelle cose che di me ti piacevano sono morte. Delle lettere che mi scrive Bruto te ne ho già parlato. sono da uomo prudente, ma dell'alleviarmi non ne fu nulla. Io secondo quanto ti ho scritto, lo vorrei qui, certamente per il tanto amore che mi porta sicuramente mi farebbe del bene. Della qual cosa se non saprai nulla, fa in modo di scrivermelo e soprattutto il giorno che Pansa. Sento pena di Attica, ma sono con Cratero, Vedi che Pilia non si tormenti tu hai per gli altri dolore quanto basta. Se Apuleio non piace per sempre, vedrai di scusarmi giorno per giorno. In questa estrema solitudine mi manca il parlare con tutti, e una volta che al mattino mi sono nascosto in un bosco fitto e salvaggio, non ne esco prima di sera; dopo di te nulla mi è più caro della solitudine. In questa per me ogni colloquio è con la letteratura; lo interrompe tuttavia il pianto, a cui resisto finché posso, ma finora non ne sono capace
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Num arbitramini istas nationes religione iuris iurandi ac metu deorum immortalium in testimoniis dicendis commoveri? Quae tantum a ceterarum gentium more ac natura dissentiunt: ceterae pro religionibus suis bella suscipiunt, istae contra ominium religiones; illae in bellis gerendis ab dis immortalibus pacem ac veniam petunt, istae cum ipsis dis immortalibus bella gesserunt. Hae sunt nationes quae quondam ab suis sedibus Delphos usque ad oraculum Apollinis vexandum ac spoliandum profectae sunt. Ab isdem gentibus obsessum Capitolium est atque templum Iovis, cuius in nomen maiores nostri iurabant. Postremo num quid sanctum ac religiosum videri potest jis qui, si deos placandos esse arbitrantur, humanis hostiis eorum aras ac templa funestant? Quis enim ignorat eos usque ad hanc diem retinere illam immanem ac barbaram consuetudinem hominium immolandorum? Quam ob rem quali fide, quali pietate existimatis esse eos qui etiam deos immortales arbitrantur hominium sanguine facillime posse placari?
Pensate forse che queste popolazioni siano toccate dalla santità del giuramento e dal sacro timore degli déi immortali nel pronunziare le testimonianze? Esse tanto si discostano dal costume e dalla natura delle altre genti: tutte le altre intraprendono le guerre in difesa delle loro credenze, questi contro le credenze di tutti; quelle nel combattere guerre chiedono la pace e il perdono agli dei, questi con gli stessi dèi immortali hanno fatto guerra. Queste sono popolazioni che un tempo partirono dalle loro sedi alla volta di Delfi per saccheggiare e devastare l'oracolo di Apollo. Il Campidoglio fu assediato da quelle stesse genti e anche il tempio di Giove, nel cui nome giuravano i nostri antenati.
Forse che, infine, qualcosa può sembrar inviolabile o sacra a quelli che, se e reputano che gli dèi devono essere placati, funestano con vittime umane i loro templi e altari? Chi infatti ignora che essi fino a quest’oggi conservano quella crudele e barbara abitudine di immolare uomini? Perciò di quale lealtà, di quale devozione pensate siano uomini che reputano che anche gli dei immortali molto facilmente possano essere placati col sangue degli uomini?
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Fiera autodifesa di Cicerone versione latino Cicerone
Comparate nunc, Quirites cum illorum superbia me hominem novum... ... pro salute vestra in tot ac tantas dimicationes obiecissem.
Mettete ora a confronto, o Quiriti, me, uomo nuovo, con la superbia di costoro. Le cose che quelli sono soliti sentire o leggere, io in persona in parte le vidi, altre le feci: le cose che quelli hanno imparato studiando, io le ho imparate prestando il servizio militare. Ora voi giudicate: valgono di più i fatti o le parole? Disprezzano la mia nascita oscura, io la loro viltà: a me si rinfaccia la condizione sociale, a loro le infamie. Se non mi fossi convinto fin dall'adolescenza che nella vita si deve cercare insistentemente se non la lode e l'onestà, nel conseguire la quale poi ogni tormento del corpo, ogni pericolo di morte e di esilio deve esser stimato di poco conto, non mi sarei mai esposto per la vostra sicurezza a tante e tanto grandi lotte.
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Themistocles quidem, cum ei Simonides an quis alius artem memoriae polliceretur, "oblivionis", inquit "mallem. Nam memini etiam quae nolo, oblivisci non possum quae volo. " Magno hic ingenio (locutus est), sed res se tamen sic habet, ut nimis imperiosi philosophi sit vetare meminisse. Quid, si etiam iucunda memoria est praeteritorum malorum? Ut proverbia non nulla veriora sint quam vestra dogmata. Vulgo enim dicitur: "Iucundi acti labores", nec male Euripides- concludam, si potero, Latine; Graecum enim hunc versum nostis omnes-: "Suavis laborum est praeteritorum memoria". Sed vobis voluptatum perceptarum recordatio vitam beatam facit, et quidem corpore perceptarum.
Temistocle poiché Simonide o qualcuno altro gli offriva l arte della memoria disse: "preferisco la smemoratezza"infatti ricordo anche cio che non voglio, non posso dimenticare cio che voglio"questo parlo con grande ingenio ma la questione sta in questi termini, che è proprio del filosofo troppo autoritario vietare di ricordare. cosa se anche un ricordo piacevole è tra i mali passati?cossiche i proverbi sono qualcosa di piu vero dei vostri insegnamenti. infatti è generalmente detto: "sono piacevoli le fatiche gia fatte "e non senza successo Euripide-tradurro se potro in latino. tutti conoscete infatti qst verso greco-: " è piacevole il ricordo delle fatiche passate "ma il ricordo dei piaceri vissuti e certamente percepiti con il corpo rende a voi la vita beata.