- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Quam multos scriptores rerum suarum magnus ille Alexander secum habuisse dicitur! Atque is tamen, cum in Sigeo ad Achillis tumulum astitisset: "O fortunate" inquit "adulescens, qui tuae virtutis Homerum praeconem inveneris!" Et vere. Nam nisi Illias illa exstitisset, idem tumulus, qui corpus eius contexerat, nomen etiam obruisset. Quid? noster hic Magnus, qui cum virtute fortunam adaequavit, nonne Theophanem Mytilenaeum, scriptorem rerum suarum, in contione militum civitate donavit; et nostri illi fortes viri, sed rustici ac milites, dulcedine quadam gloriae commoti, quasi participes eiusdem laudis, magno illud clamore approbaverunt?
Che gran numero di scrittori delle sue imprese si dice che Alessandro Magno tenesse con sé! E tuttavia egli, fermatosi davanti al sepolcro di Achille, al Sigeo, esclamò: 'O giovane fortunato, perché trovasti in Omero il cantore del tuo valore'. Ed è vero! Perché, se quel capolavoro dell'Iliade non fosse esistito, il medesimo sepolcro, che aveva custodito il corpo di Achille, ne avrebbe seppellito la fama. E ancora, non è forse vero che il nostro Pompeo Magno, che dimostrò valore pari a fortuna, in un'assemblea militare, fece dono della cittadinanza a Teofane di Mitilene, suo storico, e quei nostri soldati valorosi, ma pur sempre rozzi soldati, come inebriati dalla dolcezza della gloria, quasi partecipi del medesimo onore, approvarono con grande plauso?
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Combattere con le armi non con i veleni
Autore: Cicerone
Cum rex Pyrrhus populo Romano bellum ultro intulisset cumque de imperio certamen esset cum rege generoso ac potente, perfuga ab eo venit in castra Fabricii eique est pollicitus, si praemium sibi proposuisset, se, ut clam venisset, sic clam in Pyrrhi castra rediturum et eum veneno necaturum. Hunc Fabricius reducendum curavit ad Pyrrhum idque eius factum laudatum a senatu est. Atqui si speciem utilitatis opinionemque quaerimus, magnum illud bellum perfuga unus et gravem adversarium imperii sustulisset, sed magnum dedecus et flagitium, quicum laudis certamen fuisset, eum non virtute, sed scelere superatum.
Utrum igitur utilius vel Fabricio, qui talis in hac urbe qualis Aristides Athenis fuit, vel senatui nostro qui numquam utilitatem a dignitate seiunxit, armis cum hoste certare an venenis? Si gloriae causa imperium expetundum est, scelus absit, in quo non potest esse gloria; sin ipsae opes expetuntur quoquo modo, non poterunt utiles esse cum infamia.
Avendo il re Pirro dichiarato di sua iniziativa guerra al popolo romano, e svolgendosi la lotta per la supremazia con un re nobile e potente, giunse un disertore negli accampamenti di Fabrizio e gli promise, in cambio di una ricompensa, di ritornare negli accampamenti di Pirro di nascosto cem'era venuto e di ucciderlo col veleno. Fabrizio lo fece ricondurre da Pirro e il suo comportamento fu lodato dal senato. Eppure se noi ricerchiamo l'apparenza e il concetto comune dell'utilità, un unico disertore avrebbe eliminato quella guerra ed un pericoloso rivale della nostra supremazia, ma sarebbe stato per noi un grande disonore e una grande colpa l'aver vinto non col valore, ma con il delitto un avversario con cui si lottava per la gloria.
Sarebbe stato più utile, dunque, sia per Fabrizio, che in questa città fu come Aristide in Atene, sia per il nostro senato, che non disgiunse mai l'utilità della dignità, combattere il nemico con le armi
o col veleno? Se si deve mirare alla supremazia per la gloria, si bandisca il delitto, in cui non può esistere gloria; se si mira alla potenza in qualunque modo, non potrà giovare, se sarà unita all'infamia.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Ego ad urbem accessi pr. Non. lan. Obviam mini sic est proditum, ut nihil possit fieri ornatius; sed incidi in ipsam flammam civilis discordiae vel potius belli. Cui cum cupérem mederi et, ut arbitror, possem, cupiditates certorum hominum (nam ex utràque parte sunt qui pugnare cupiant) impedimento mihi fuerunt. Omnino et ipse Caesar, amicus noster, minacis ad senatum et acerbas litteras misèrat et erat adhuc impudens qui exercitum et provinciam invito senatu teneret, et Curio meus illum incitabat; Antonius quidem noster et Q. Cassius, nulla vi expulsi, ad Caesarem cum Curione profecti erant, postea quam senatus consulibus, pr. , tr. pl. et nobis, qui pro coss. sumus, negotium dederat ut curaremus ne quid bes publica detrimenti caperet. Numquam maiore in periculo civitas fuit, numquam improbi cives habuerunt paratiorem ducem. Omnino ex hac quoque parte diligentissime comparatur. Id fit auctoritate et studio pompei nostri, qui caesarem sero coepit timere.
Sono giunto in città il 4 gennaio, e mi si è fatto incontro quanto, né più né meno, già mi aspettavo: anzi, mi son cacciato nel bel mezzodella discordia, o piuttosto della guerra, civile. Pur volendo, e - almeno per quanto io creda - potendo riuscire a risistemare le cose, le violente partigianerie di alcuni - infatti, su entrambi i fronti si trova chi anela allo scontro - mi sono d'impedimento . Del resto, anche lo stesso Cesare, (pur) nostro (concittadino e amico) , ha continuato ad inviare al senato dispacci pieni di minacce: pecca d'impudenza chi, contro il volere del senato , si ostina ad avere in proprio potere l'esercito e la provincia; d'altro canto, il mio Curione lo spingeva (a far ciò); inoltre, Antonio e Cassio, che comunque stimo , costretti con le buone ad andarsene, raggiungevano Cesare insieme con Curione, dopo che il senato aveva assegnato il compito - ai consoli, ai tribuni della plebe, e a me, che ricopro la carica di proconsole - di fare il tutto per tutto per scongiurare ogni pericolo allo Stato. Mai (come ora) Roma si è trovata in una situazione più pericolosa, mai (come ora) i cittadini nemici dello Stato si sono trovati ad avere un condottiero più abile e risoluto . In verità, si stanno facendo diligentissimi preparativi anche su quest'altro fronte, grazie all'autorità e allo scrupolo di Pompeo, il quale - anche se troppo tardi - comincia a nutrire timore delle intenzioni di Cesare. _________________
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Quis enim nescit maximam vim exsistere oratoris in hominum mentibus vel ad iram aut ad odium aut ad dolorem incitandis vel ab hisce eisdem permotionibus ad lenitatem misericordiamque revocandis? Quae nisi qui naturas hominum vimque omnem humanitatis causasque eas, quibus mentes aut incitantur aut reflectuntur, penitus perspexerit, dicendo quod volet perficere non poterit. Atque totus hic locus philosophorum proprius videtur, neque orator me auctore umquam repugnabit; sed, cum illis cognitionem rerum concesserit, quod in ea solum illi voluerint elaborare, tractationem orationis, quae sine illa scientia est nulla, sibi adsumet; hoc enim est proprium oratoris, quod saepe iam dixi, oratio gravis et ornata et hominum sensibus ac mentibus accommodata
E chi non sa che la principale forza dell'eloquenza consiste nell'eccitare nelle menti degli uomini o collera o rammarico ovvero nel condurli da queste passioni stesse alla mansuetudine od alla pietà? Chi non conoscerà intimamente le naturali affezioni degli uomini e le proprietà della nostra natura e quali siano le ragioni per cui si commuovono gli animi o si rimettono in calma si sforzerà invano ragionando, di ottenere ciò che vuole. Sembra che questa scienza sia propria dei filosofi ne io oratore andrò contro a questo sostenere: ma a ben essi, lasciando ai filosofi l'inteliggenza di così fatte cose, che sole hanno questi preso a coltivare riserveranno a se il trattarne nei loro ragionamenti che senza l'accompagnamento di quelle cognizioni sarebbero vane ed inutili dicerie ed è proprio dell'oratore come abbiamo detto più volte il ragionare in un modo grave e colto adattato alle menti e alle affezioni degli uomini.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Quaeso, quid est hoc? aut quid agitur? mihi enim tenebrae sunt. 'Cingulum' inquit nos tenemus, Anconem amisimus; Labienus discessit a Caesare. ' Vtrum de imperatore populi Romani an de Hannibale loquimur? O hominem amentem et miserum qui ne umbram quidem umquam tou kalou viderit! atque haec ait omnia facere se dignitatis causa. Vbi est autem dignitas nisi ubi honestas? honestum igitur habere exercitum nullo publico consilio, occupare urbis civium quo facilior sit aditus ad patriam, chreon apokopas, phugadon kathodous, sescenta alia scelera moliri, ten theon megisten host' echein turannida—? sibi habeat suam fortunam! Vnam me hercule tecum apricationem in illo lucrativo tuo sole malim quam omnia istius modi regna vel potius mori miliens quam semel istius modi quicquam cogitare. 'quid si tu velis?' inquis. Age, quis est cui velle non liceat? sed ego hoc ipsum 'velle' miserius esse duco quam in crucem tolli. Vna res est ea miserior, adipisci quod ita volueris. sed haec hactenus. libenter enim in his molestiis enscholazo toson. Redeamus ad nostrum. per fortunas! quale tibi consilium Pompei videtur? hoc quaero quod urbem reliquerit. ego enim aporo. tum nihil absurdius. Vrbem tu relinquas? ergo idem, si Galli venirent? 'non est' inquit 'in parietibus res publica. ' at in aris et focis. 'fecit Themistocles. ' fluctum enim totius barbariae ferre urbs una non poterat. at idem Pericles non fecit annum fere post quinquagesimum, cum praeter moenia nihil teneret; nostri olim urbe reliqua capta arcem tamen retinuerunt.
Dimmi un po', che vuoI dire tutto questo? Che cosa sta avvenendo? Senza esagerare, sono avvolto dalle tenebre. Il comunicato suona così: «Teniamo la posizione di Cingoli; abbiamo perso Ancona; Labieno ha defezionato da Cesare». Stiamo parlando di un generale del popolo romano, oppure di Annibale? Oh! Che uomo folle e disgraziato lui che non ha mai saputo scorgere neppure l'ombra del bene morale! E va dicendo che fa tutto ciò per il proprio prestigio personale. Ma dove può trovarsi il prestigio personale se non dove la nobiltà morale ha messo salde radici? È dunque in linea con il bene morale continuare a disporre di un esercito senza averne avuto la benché minima autorizzazione ufficiale, procedere all'occupazione di città romane affinché più agevole divenga l'accesso all'Urbe nostra patria, macchinare piani per l'abolizione dei debiti, per il rientro dei fuorusciti, per infiniti altri misfatti, «ritenere la tirannide la più possente delle divinità»? Che se la tenga per sé la sua fortuna! lo, te lo assicuro, preferirei starmene anche per un solo giorno con te a prendere il sole, crogiolandomi, come fai tu, al calore di quei raggi che non costano niente, piuttosto che disporre di tutte le sovranità assolute di quella specie, ovvero vorrei morire mille volte piuttosto che accarezzare nella mente per una volta sola qualche progetto del genere. Tu puoi dirmi: «Come ti regoleresti se te ne venisse il desiderio?». Bene, continuiamo: quale uomo c'è al quale non capiti la possibilità di desiderarlo? Ma io sono dell'avviso che il puro e semplice desiderarlo sia segno di maggiore infelicità che l'essere messo in croce. Soltanto una cosa è anche più deplorevole, ottenere ciò che in tal modo si è desiderato. Ma su questo punto basta; in realtà fra questi pesanti disagi sento tutto il piacere di dedicare il mio tempo a discutere con te. Suvvia, riprendiamo il discorso sul nostro amico. Per amor del Cielo! Come la vedi la questione del piano d'azione di Pompeo? Mi premerebbe sapere per quale motivo egli ha abbandonato l'Urbe, ma il fatto è che incontro difficoltà insormontabili a trovare quel motivo. Stonatura più stridente non si sarebbe potuta avvertire in quel momento. Tu te la sentiresti di abbandonare l'Urbe? Si deve dedurre che faresti la medesima cosa se fossero i Galli ad arrivare minacciosi? Egli dice: «Lo Stato non consiste nelle pareti delle case». No, ha il suo fondamento negli altari e nei focolari. «Temistocle si regolò così». C'era il fatto che una sola città non era in grado di reggere all'onda d'urto dell'intero mondo barbarico. Ma non si regolò nella medesima maniera Pericle circa cinquanta anni dopo, sebbene non potesse contare su nient'altro che sulle mura della città. Nei tempi andati i nostri connazionali, nonostante che il resto dell'Urbe fosse stato occupato, riuscirono, tuttavia, a mantenere il possesso della rocca.