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Socrates, cum omnium sapientissimus esset sanctissimeque vixisset, ita in iudicio capitis pro se dixit, ut non supplex aut reus, sed magister aut dominus videretur esse iudicum. Quin etiam, cum ei scriptam orationem disertissimus orator Lysias attulisset, quam, si ei videretur, edisceret, ut eà pro se in iudicio uteretur, non invitus legit et commode scriptam esse dixit. "Sed", inquit, "ut, si mihi calceos Sicyonios attulisses, non uterer quamvis essent habiles et apti ad pedem, quia non essent viriles, sic illa oratio diserta mihi videtur, fortis et virilis non videtur". Ergo damnatus est. Cum a iudicibus interrogatus esset quam poenam meruisse se confiteretur, respondit sese meruisse ut amplissimis honoribus et praemiis decoraretur et utei victus cottidianus in Prytanèo publice praeberetur: qui honos apud Graeco maximus habetur. Cuius responso iudices sic exarserunt, ut capitis hominem innocentissimus condemnarent
Socrate, ch'era il più saggio fra tutti ed era vissuto santissimamente nel giudizio capitale parlò in propria difesa in modo tale da apparire non già supplichevole o reo, bensì maestro o signore di coloro che lo giudicavano. Chè anzi, qualora Lisia, oratore facondissimo, gli presentò un discorso scritto, da imparare, se gli pareva opportuno, e da valersene per sua difesa in giudizio, egli ben volentieri lo lesse e disse ch'era stato composto egregiamente. "Ma – soggiunse - come se tu mi avessi portato dei calzari di Sicione, io non li adopererei quantunque mi calzassero bene e fossero adatti al mio piede, perché non sarebbero calzari da uomo, così quel discorso mi sembra bello ed eloquente, ma non mi pare abbastanza energico e virile". Così, egli venne condannato. Quando gli fu chiesto dai giudici quale pena egli riconoscesse di aver meritato, egli rispose d'aver meritato che gli fossero resi i più grandi onori e premi e che a spese pubbliche gli venisse decretato il vitto quotidiano nel Pritaneo: onore che presso i Greci è ritenuto sommo. Ma per tale risposta i giudici arsero tanto d'ira che condannarono a morte quell'uomo innocentissimo.
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Tantus est igitur innatus scientiae amor, ut nemo dubitare possit quin ad eam rem natura rapiatur, nullo emolumento invitata. Nonne videmus ne verbera quidem impedire posse quominus pueri res contemplent perquirantque ? Nonne videmus ipsos ad hoc recurrere, cum pulsi essent, et gaudere se aliquid scire, et teneri ludis atque eiusmodi spectaculis, et ob eam rem vel famem et sitim perferre? Nonne videmus eos, qui studiis atque artibus delectantus, nec valetudinis nec rei familiaris habere rationem et compensare cum maximis curi set laboribus eam voluptatem, quam ex discendo capiunt? Quem autem ardorem studii censetis fuisse Archimedi? Quid de Pythagora, quid de Platone aut Democrito dicere possum, a quibus ultimae tarare peregratae sunt propter discendi cupiditatem?
Dunque è tanto innato in noi l'amore per la conoscenza che nessuno può mettere in dubbio che la natura sia trasportata ad essa, attratta senza nessun vantaggio. Non vediamo forse che nemmeno le bastonate possono impedire che i ragazzi osservino e ricerchino? Non vediamo forse che gli stessi ritornino a ciò, dopo esserne stati allontanati, e che sono contenti di conoscere qualcosa, e che sono allettati da svaghi e spettacoli di questo tipo e perciò sopportano persino la fame e la sete? Non vediamo che coloro, che si dilettano negli studi e nelle arti, non badano né allo stato di salute, né alle faccende familiari e compensano con massime cure e sforzi quel piacere che ottengono dall'imparare? D'altra parte, quale fiamma di passione credete avesse Archimede? Che cosa potrei dire su Pitagora, che su Platone o Democrito, dai quali sono state esplorate le regioni più estreme a causa del desiderio di conoscere?
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Richiesta di Clemenza
versione latino Cicerone
Quod cum huius vobis adulescentiam proposueritis constituitote ante oculos etiam huius miseri senectutem qui hoc unico filio nititur in huius spe requiescit huius unius casum pertimescit; quem vos supplicem vestrae misericordiae servum potestatis abiectum non tam ad pedes quam ad mores sensusque vestros vel recordatione parentum vestrorum vel liberorum iucunditate sustentate ut in alterius dolore vel pietati vel indulgentiae vestrae serviatis. Nolite iudices aut hunc iam natura ipsa occidentem velle maturius exstingui vulnere vestro quam suo fato aut hunc nunc primum florescentem firmata iam stirpe virtutis tamquam turbine aliquo aut subita tempestate pervertere
Conservate parenti filium, parentem filio, ne aut senectutem iam prope desperatam contempsisse aut adulescentiam plenam spei maximae non modo non aluisse vos verum etiam perculisce atque adflixisse videamini. Quem si nobis, si suis, si rei publicae conservatis, addictum, deditum, obstrictum vobis ac liberis vestris habebitis omnium que huius nervorum ac laborum vos potissimum, iudices, fructus uberes diuturnosque capietis.
Guardate alla sua giovinezza; ma abbiate a un tempo presente dinanzi a voi la tarda età di questo infelice, che non ha altro aiuto che quel solo figlio, altra speranza che in lui, che questo solo paventa, di perderlo; questo infelice, che supplichevole dinanzi alla vostra umanità, umile dinanzi alla vostra autorità, prostrato più che ai vostri piedi dinanzi all'animo e alla vostra sensibilità, voi lo solleverete, nel ricordo dei vostri genitori, nel sorriso dei vostri figlioli, esaltando, nel dolore altrui, la vostra pietà e la vostra bontà. Non vogliate, o giudici, affrettare, più con la vostra condanna che per la legge vigente, la fine di quest'uomo ormai prossimo al tramonto, né schiantare quella giovane vita, ormai radicata nella virtù, al suo primo fiore, come per un turbine o una bufera improvvisa. Conservate il figlio al padre, il padre al figlio, perché non sembriate avere voi spregiato una vecchiezza senza speranza, né voluto tener viva, anzi aver colpito e stroncato, una giovinezza ricca d'ogni speranza. Se lo conserverete a noi, ai suoi, alla repubblica, lo avrete avvinto, stretto, fatto devoto a voi e ai vostri figli; e da tutte le sue energie e le sue fatiche, voi, o giudici, più di chiunque altro, avrete colto i frutti più ricchi e durevoli.
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Deorum immortalium iudicia rhetores solent in scholis proferre de morte. Primum Cleobis et Bito, Argivae sacerdotis filii, predicantur. Nota fabula est. Cum enim illam ad solemne et statum sacrificium curru vehi opus esset satis longe ad oppido, apud Artemidis fanum, morarenturque iumenta, tum iuvenes ii, quos modo nominavi, veste posita, corpora oleo perunxerunt et ad iugum accesserunt. Ita sacerdos, advecta in fanum cum currus esset ductus a filiis, precata esset a deo; postea cum matre adulescentes somno se dederunt, et mane inventi sunt mortui. Simili precatione Trophoinus et Agamedes usi dicuntur; qui, cum Apollini Delphis templum exaedificavissent, venerantes deum petiverunt mercedem non parvam quidem operis et laboris sui, nihil certi, sed quod esset optimum homini. Quibus (=et iis) Apollo se id daturum ostendit post eius diei diem tertium; eo die mortui sunt reperti.
I retori sono soliti manifestare nelle scuole giudizi degli dei immortali sulla morte. Per prima cosa vennero celebrati Cleobi e Bitone, figli della sacerdotessa di Argo. Nota è la leggenda. Poiché infatti aveva bisogno di essere portata con il carro al sacrificio solenne e stabilito abbastanza lontano dalla città, presso il tempio di Artemide, e poiché le bestie indugiavano da Tiro, allora quei giovani, che ho nominato poco fa, dopo essersi tolti le vesti, si cosparsero il corpo con l’olio e si aggiungere agli animali (x trainare il carro). Così la sacerdotessa, dopo esser stata portata al tempio con il carro tirato dai figli, si narra abbia pregato la dea affinché desse loro in cambio del loro amore filiale quel premio che sembrava il massimo che potesse essere dato all’uomo da un dio; in seguito i giovani con la madre si consegnarono al sonno, e il mattino seguente furono trovati morti. Si narra che Trofonio e Agamede usarono una simile preghiera; e essi, avendo costruito un tempio per Apollo a Delfi, onorando il dio chiesero una ricompensa non di poco conto del loro impegno e della loro fatica, niente di certo, ma che fosse il massimo per un uomo. E a questi Apollo tre giorni dopo si mostrò per dare ciò; quel giorno sono stati trovati morti.
Cleobi e Bitone versione di latino di Cicerone Traduzione dal Sistema latino 2 n. 20 pag. 36
Deorum immortaliumiudicia solent in scholis (=corsi superiori) proferri de morte, Herodoto auctore aliisque pluribus. Primum Argiae sacerdotis Cleobis et Bito filii praedicantur. Nota fabula mihi videtur. Cum enim illam ad sollemne et statutum (= che si celebrava in un giorno stabilito) sacrificium curru vehi ius esset satis longe ab oppido ad fanu, morarenturque iumenta, tum iuvines, veste posita, corpora oleo perunxerunt, ad iugum accesserunt. Ita sacerdos advecta in fanum, cum currus esset ductus a filiis, precata (esse) a dea dicitur ut illis id praemii daret pro pietate, quod maximum homini dari posset a deo. Cum igitur epulati adulescentes somno se dedissent, mane inventi esse ducantur mortui.
Nei corsi superiori sono soliti proferire i giudizi degli dei immortali riguardo morte, secondo Erodoto e molti altri. Per primi sono menzionati Cleobi e Bitone figli della sacerdotessa argiva. Mi sembra che la leggenda sia nota. Infatti poiché era tradizione che ella fosse trasportata su di un carro ad un sacrificio solenne che si celebrava in un giorno determinato abbastanza lontano dalla città al tempio e si erano fermati i cavalli, allora i giovani, tolte le vesti, ricoperti i corpi d'olio, e si avvicinarono al giogo. Così quando la sacerdotessa era nel tempio, poiché il carro era stato condotto dai figlim si dice che avesse pregato la dea di dare loro come premi per la devozione ciò di meglio che possa essere dato all'uomo dal dio. Dunque dopo il banchetto i giovani si addormentarono, si dice che furono trovati morti il giorno dopo.
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Quae cum ita sint, Catilina, perge, quo coepisti, egredere aliquando ex urbe; patent portae; proficiscere. Nimium diu te imperatorem tua illa Manliana castra desiderant. Educ tecum etiam omnes tuos, si minus, quam plurimos; purga urbem. Magno me metu liberabis, dum modo inter me atque te murus intersit. Nobiscum versari iam diutius non potes; non feram, non patiar, non sinam. Magna dis inmortalibus habenda est atque huic ipsi Iovi Statori, antiquissimo custodi huius urbis, gratia, quod hanc tam taetram, tam horribilem tamque infestam rei publicae pestem totiens iam effugimus. Non est saepius in uno homine summa salus periclitanda rei publicae. Quamdiu mihi consuli designato, Catilina, insidiatus es, non publico me praesidio, sed privata diligentia defendi. Cum proximis comitiis consularibus me consulem in campo et competitores tuos interficere voluisti, compressi conatus tuos nefarios amicorum praesidio et copiis nullo tumultu publice concitato; denique, quotienscumque me petisti, per me tibi obstiti, quamquam videbam perniciem meam cum magna calamitate rei publicae esse coniunctam. Nunc iam aperte rem publicam universam petis, templa deorum inmortalium, tecta urbis, vitam omnium civium, Italiam totam ad exitium et vastitatem vocas. Quare, quoniam id, quod est primum, et quod huius imperii disciplinaeque maiorum proprium est, facere nondum audeo, faciam id, quod est ad severitatem lenius et ad communem salutem utilius. Nam si te interfici iussero, residebit in re publica reliqua coniuratorum manus; sin tu, quod te iam dudum hortor, exieris, exhaurietur ex urbe tuorum comitum magna et perniciosa sentina rei publicae.
Se le cose stanno così, Catilina, porta a termine quanto hai cominciato! Lascia una buona volta la città! Le porte sono aperte. Vattene! L'accampamento di Manlio, il tuo accampamento, da troppo tempo aspetta te, suo generale. Porta via anche tutti i tuoi; se non tutti, quanti più puoi. Purifica la città! Mi libererai da una grande paura quando ci sarà un muro tra me e te. Non puoi più stare in mezzo a noi! Non intendo sopportarlo, tollerarlo, permetterlo. Dobbiamo grande riconoscenza agli dèi immortali e a Giove Statore, antichissimo custode della nostra città, per essere sfuggiti ormai molte volte a un flagello così spaventoso, orribile, abominevole per lo Stato. Un solo individuo non dovrà più metterne a repentaglio l'esistenza. Finché, Catilina, hai attentato alla mia vita, quando ero console designato, mi sono difeso ricorrendo a misure private, non alla forza pubblica. Quando poi, in occasione degli ultimi comizi consolari, in pieno Campo Marzio hai cercato di uccidere me, il console, e i tuoi competitori, ho sventato i tuoi tentativi criminali con la protezione e la forza di amici, senza suscitare disordini pubblici. Infine, tutte le volte che hai sferrato un colpo contro di me, l'ho parato con le mie forze: eppure vedevo che la mia fine avrebbe comportato una grave calamità per lo Stato. Ma ormai attacchi apertamente tutto lo Stato; vuoi portare alla totale distruzione i templi degli dèi immortali, gli edifici di Roma, la vita di tutti i cittadini, l'Italia intera. . Perciò, dal momento che non oso ancora fare quel che sarebbe urgente e rientrerebbe nei poteri della mia carica e nella tradizione degli antenati, prenderò un provvedimento meno severo, ma più utile alla sicurezza comune. Se infatti ti condannerò a morte, rimarrà nello Stato il gruppo dei congiurati. Ma se tu, come ti esorto da tempo, te ne andrai, la città si libererà dei tuoi numerosi e infami complici, fogna dello Stato.