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Risparmiare e dominare
Autore: Cicerone
Versione da NEXUS 2 pag. 121 n° 4
Itaque ille ipse M. Marcellus, cuius in Sicilia virtutem hostes, misericordiam victi, fidem ceteri Siculi perspexerunt, non solum sociis auxilium portavit, verum etiam hostibus victis temperavit. Urbem pulcherrimam, Syracusas, quae munitissima erat, cum vi consilioque cepisset, in ea ingentia monumenta reliquit. Sicilia autem provincia sine dubio fertilior Sardinia semper fuit itaque ex ea saepe multum frumentum cepimus. Itaque ille M. Cato cellam penariam reipublicae nostrae, nutricem plebis Romanae Siciliam nominabat.
E così lo stesso Marco Marcello, del quale in Sicilia i nemici riconobbero il valore, i vinti la misericordia, tutti gli altri Siciliani la lealtà, non solo portò soccorso agli alleati, ma risparmiò anche i nemici vinti. Dopo che occupò con la forza e l'ingegno una splendida città, Siracusa, che era fortificatissima, ci lasciò monumenti straordinari. Poi la Sicilia fu sempre una provincia senza dubbio più fertile della Sardegna e così da questa abbiamo spesso ricevuto molto frumento. Pertanto quell'illustre Marco Catone denominava la Sicilia "granaio" del nostro Stato, nutrice della plebe romana'.
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Hoc item in Sileni, quem Coelius sequitur, Graeca historia est (is autem diligentissume res Hannibalis persecutus est): Hannibalem, cum cepisset Saguntum, visum esse in somnis a Iove in deorum concilium vocari; quo cum venisset, Iovem imperavisse, ut Italiae bellum inferret, ducemque ei unum e concilio datum, quo illum utentem cum exercitu progredi coepisse; tum ei ducem illum praecepisse ne respiceret; illum autem id diutius facere non potuisse elatumque cupiditate respexisse; tum visam beluam vastam et immanem circumplicatam serpentibus, quacumque incederet, omnia arbusta, virgulta, tecta pervertere, et eum admiratum quaesisse de deo quodnam illud esset tale monstrum, et deum respondisse vastitatem esse Italiae praecepisseque ut pergeret protinus, quid retro atque a tergo fieret ne laboraret.
Questo fatto è riferito nella storia, scritta in Greco, di Sileno, che Celio attinge (Sileno narrò con grande diligenza le imprese di Annibale). Che avendo conquistato Sagunto, Annibale sognò di essere chiamato da Giove nel concilio degli dèi. Che, essendo giunto là, Giove ordinò di portar guerra all'Italia, e gli venne dato come guida uno dal concilio, e servendosi di costui egli incominciò a mettersi in marcia con l'esercito; che allora quella guida gli ordinò di non voltarsi a guardare indietro; ma che egli non riuscì a resistere a lungo, e, cedendo al desiderio (di vedere), si voltò. Che poi vide una belva enorme e orrenda, circondata da serpenti, la quale, dove passava, abbatteva ogni albero, ogni virgulto, ogni casa e che egli, stupito, chiese al dio che lo guidava che cos'era mai un tale mostro; e che il dio rispose che quella era la devastazione dell'Italia e ordinò che continuasse ad andare avanti, a patto che non si curasse cosa avvenisse dietro, alle spalle.
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Omnes molestias et sollicitudines, quibus et te miserrimam habui et, id quod mihi molestissimum est, Tulliolam, quae nobis nostra vita dulcior est, deposui et eieci; quid causae autem fuerit, postridie intellexi, quam a vobis discessi: meram bilem noctu eieci; statim ita sum levatus, ut mihi deus aliquis medicinam fecisse videatur, cui quidem tu deo, quemadmodum soles, pie et caste satisfacies, id est Apollini et Aesculapio. Navem spero nos valde bonam habere; in eam simulatque conscendi, haec scripsi. Deinde conscribam ad nostros familiares multas epistulas, quibus te et Tulliolam nostram diligentissime commendabo. Cohortarer vos, quo animo fortiore essetis, nisi vos fortiores cognossem quam quemquam virum. Et tamen eiusmodi spero negotia esse, ut et vos istic commodissime sperem esse et me aliquando cum similibus nostri rem publicam defensuros. Tu primum valetudinem tuam velim cures; deinde, si tibi videbitur, villis iis utare, quae longissime aberunt a militibus. Fundo Arpinati bene poteris uti cum familia urbana, si annona carior fuerit. Cicero bellissimus tibi salutem plurimam dicit. Etiam atque etiam vale.
Ho deposto ed ho eliminato tutte le ansie e le preoccupazioni a causa delle quali ho ritenuto molto infelice sia te, cosa che mi è estremamente spiacevole sia Tulliola, che ci è più dolce della nostra vita. Quale ne fosse il motivo l'ho capito il giorno dopo che vi avevo lasciate: durante la notte ho eliminato bile allo stato puro. Mi sono sentito immediatamente così sollevato da credere veramente a un intervento risanatore di qualche divinità. A queste potenze celesti — Apollo ed Esculapio — rivolgi le tue preghiere di ringraziamento, con la pietà e la devozione che ti distinguono. Spero di avere una nave eccellente: ho scritto queste cose subito dopo essere salito a bordo. Poi provvederò a un gran numero di altre lettere per i miei amici più intimi allo scopo di raccomandare loro, con tutta la premura che potrò, te e la Tulliola nostra. Vi spronerei ad avere più coraggio, se non avessi fatto esperienza che siete più coraggiose di qualunque uomo. E tuttavia spero che le cose si mettano in modo tale da farmi augurare per voi, là dove siete, un periodo di calma e per me una buona volta la possibilità di difendere la repubblica insieme con gente del mio stesso stampo. Ti scongiuro innanzi tutto di badare alla tua salute; poi, se lo crederai opportuno, di utilizzare — fra le ville a disposizione — quelle che si trovino ad essere più lontane da mo vimenti di truppe. La campagna di Arpino potrà tornarti utilissima (anche portandoti appresso i servi di città) se ci dovesse essere un rincaro dei prezzi dei prodotti alimentari. Il nostro giovane Cicerone, che è sempre più bello, ti manda tantissimi saluti. Vi abbraccio ancora una volta.
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Fiere parole di Cicerone contro Catilina
versione latino Cicerone
Etenim quid est, Catilina quod iam apmplius exspectes?... In qua urbe vivimus? (Inizio e fine ma la traduzione è completa)
E dunque, Catilina, che cosa aspetti ancora? Muta ormai codesto tuo proposito, credimi; dimentica il massacro e gli incendi. Tutti i tuoi progetti ci sono più chiari della luce. Ti ricordi che io andavo dicendo in senato che un dato giorno G. Manlio, seguace e strumento della tua audacia, avrebbe preso le armi? Mi sono forse ingannato, Catilina, non solo sul fatto, così grave, atroce ed incredibile, ma, ciò che è ancor più degno di meraviglia, sul giorno? Affermo che l'altra notte ti sei recato in casa di M. Leca; vi sono convenuti molti che ti sono compagni nella medesima follia e nel delitto. Osi negare? Perché taci? O dèi immortali! Dove mai ci troviamo? Quale governo abbiamo? In quale città viviamo?
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In primis constituendum est, quos nos et quales esse velimus et in quo genere vitae, quae deliberatio est omnium difficillima. Ineunte enim adulescentia, cum est maxima inbecillitas consilii, tum id sibi quisque genus aetatis degendae constituit, quod maxime adamavit. Itaque ante implicatur aliquo certo genere cursuque vivendi, quam potuit, quod optimum esset, iudicare. Nam quod Herculem Prodicus dicit, ut est apud Xenophontem, cum primum pubesceret, quod tempus a natura ad deligendum, quam quisque viam vivendi sit ingressurus, datum est, exisse in solitudinem atque ibi sedentem diu secum multumque dubitasse, cum duas cerneret vias, unam Voluptatis, alteram Virtutis, utram ingredi melius esset, hoc Herculi, "Iovis satu edito" potuit fortasse contingere, nobis non item, qui imitamur quos cuique visum est atque ad eorum studia institutaque impellimur. Plerumque autem parentium praeceptis imbuti ad eorum consuetudinem moremque deducimur; alii multitudinis iudicio feruntur, quaeque maiori parti pulcherrima videntur, ea maxime exoptant
Versione dal libro Nova Officina n. 232 pagina 276
in primis constituendum est qui nos et quales esse velimus et in quo genere vitae quae deliberatio est omnium difficillima. Ineunte enim adulescentia cum est maxima iudicii difficultas, tum sibi quisque homo genus vitae elegit, antequam possit iudicare quod genus optimus sit. hercules, ut apud xenophontem legimus cum primum pubesceret et diligeret quam viam vitae ingressurus esset, in solitudinem exiit ibique sedens diu secum multumque dubitavit utram via ingredi sibi meluis esset nam duas cernebat vias: unam Voluptatis alteram Virtutis hoc Herculi, Iovis filio, potuit fortasse contingere nobis non item qui ad aliorum studia impellimur nam Plerumque parentum praeceptis imbuti ad eorum consuetudinem deducimur alii autem multitudinis iudicio feruntur. in primis constituendum est qui nos et quales esse velimus
Versione dal libro Nova Officina n. 232 pagina 276
La scelta della propria strada
versione latino Cicerone libro Instumenta n. 82
Quando noi cerchiamo che cosa sia il decoro, dobbiamo abbracciare con la mente tutte queste considerazioni; ma in primo luogo dobbiamo stabilire chi e quali vogliamo essere, e qual genere di vita vogliamo seguire deliberazione questa che è la più difficile fra tutte. Perché, entrando nella giovinezza, quando più debole è la forza del raziocinio, ciascuno si sceglie quel modo di vivere di cui si è maggiormente invaghito; per cui si trova impigliato in un certo sistema di vita, prima ancora d'aver potuto giudicare qual sia il migliore. Racconta Prodico, come si legge in Senofonte, che Ercole, nella prima giovinezza, che è il tempo assegnato dalla natura per la scelta del cammino che ognuno percorrerà nella vita, giunse in un luogo solitario e che ivi sedendo (si aprivano innanzi a lui due strade, una del Piacere, l'altra della Virtù), stette lungamente e intensamente riflettendo tra sé, in quale delle due fosse meglio entrare. Ebbene, questa consapevole e libera scelta del proprio stato poté forse toccare in sorte a un Ercole, " nato dal seme di Giove ma non può certo capitare egualmente a noi, che di solito imitiamo coloro che attraggono il nostro spirito e che ci inducono a seguir ciecamente le loro occupazioni e il loro tenore di vita; il più delle volte, poi, imbevuti dei precetti dei nostri genitori, noi siamo dolcemente condotti a prendere i loro costumi e le loro abitudini. Altri si lasciano trascinare dal giudizio della moltitudine e vagheggiano con più acceso desiderio quelle cose che alla maggior parte degli uomini sembrano infinitamente belle.
Versione dal libro Nova Officina n. 232 pagina 276
Innanzitutto si deve decidere chi e come noi vogliamo essere e in che stile di vita, la cui scelta è difficilissima per tutti. Infatti incominciano con l'adolescenza quando è enorme la difficoltà di giudizio, allora qualunque uomo sceglie il proprio stile di vita, prima che possa giudicare quale stile sia ideale. Ercole, come leggiamo in Senofonte, diventando dapprima adulto e stimando quale percorso di vita dovesse intraprendere, andò in ritiro e qui rimanendo a lungo con se stesso e fu molto incerto su quale delle due strade fosse meglio imboccare per lui. Infatti vagliava due strade: una del Piacere, l'altra della Virtù. Ciò a Ercole, figlio di Giove, può probabilmente accadere a noi non così quando siamo spinti dai desideri di altri. Infatti noi riempiti dagli insegnamenti della maggior parte dei genitori siamo condotti verso il loro modo di vivere, altri invece si fanno guidare dal giudizio della folla.