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Cicerone svela in Senato il piano della congiura di Catilina
Autore: Cicerone
Insulae corso di latino morf. B pagina 100
Ut hesterno die, cum domi meae paene interfectus essem, senatum in aedem Iovis Statoris Convocavi, rem omnem ad patres conscriptos exposui. Quo cum Catilina venisset, quis eum senator appellavit, quis salutavit, quis denique eum aspexit ut perditum civem ac non potius ut importunissimum hosterm? Quin etiam principes eius ordinis partem illam subselliorum, ad quam ille accesserat, nudam atque inanem reliquerunt. Hic ego quaesivi a Catilina in nocturno conventu ad M. Laecam fuisset necne. Cum ille homo audacissimus conscientia convictus primo reticuisset, patefeci cetera: edocui quid ea nocte egisset, quid in proximam constituisset, quemadmodurn esset ei ratio totius belli descripta. Cum haesitaret, cum teneretur, quaesivi quid dubitaret proficisci eo quo iampridem exercitum pararet
Quando (oppure: come) ieri, dopo che per poco non ero stato ammazzato in casa mia, convocai il Senato nel tempio di Giove Statore, esposi ogni cosa ai Senatori. Quando Catilina vi è arrivato, quale senatore lo ha chiamato, chi lo lo ha salutato, chi poi lo ha guardato come un cittadino corrotto e non piuttosto come un il peggior nemico? Che anzi i più in vista del suo ordine hanno lasciato vuota e abbandonata quella parte dei banchi, alla quale lui si era avvicinato. Allora io domandai a Catilina se fosse stato o neno in una riunione notturna da Marco Leca. Poiché lui, uomo estremamente sfrontato, colpevole in cuor suo, dapprincipio taceva, ho reso pubbliche tutte le altre cose: ho reso noto che cosa avesse fatto quella notte, che cosa avesse stabilito nella prossima, in che modo avesse pianificato l’andamento di tutta la guerra. Poiché esitava, era confuso, gli chiesi perché esitasse a partire per lì dove già da tempo aveva preparato l’esercito.
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Gavius hic quem dico, Consanus, cum in illo numero civium Romanorum ab isto in vincula coniectus esset et nescio qua ratione clam e lautumiis profugisset Messanamque venisset, qui tam prope iam Italiam et moenia Reginorum, civium Romanorum, videret et ex illo metu mortis ac tenebris quasi luce libertatis et odore aliquo legum recreatus revixisset, loqui Messanae et queri coepit se civem Romanum in vincla coniectum, sibi recta iter esse Romam, Verri se praesto advenienti futurum. Non intellegebat miser nihil interesse utrum haec Messanae an apud istum in praetorio loqueretur; nam, ut antea vos docui, hanc sibi iste urbem delegerat quam haberet adiutricem scelerum, furtorum receptricem, flagitiorum omnium consciam. Itaque ad magistratum Mamertinum statim deducitur Gavius, eoque ipso die casu Messanam Verres venit. Res ad eum defertur, esse civem Romanum qui se Syracusis in lautumiis fuisse quereretur; quem iam ingredientem in navem et Verri nimis atrociter minitantem ab se retractum esse et adservatum, ut ipse in eum statueret quod videretur.
Parte II
Agit hominibus gratias et eorum benivolentiam erga se diligentiamque conlaudat. Ipse inflammatus scelere et furore in forum venit; ardebant oculi, toto ex ore crudelitas eminebat. Exspectabant omnes quo tandem progressurus aut quidnam acturus esset, cum repente hominem proripi atque in foro medio nudari ac deligari et virgas expediri iubet. Clamabat ille miser se civem esse Romanum, municipem Consanum; meruisse cum L. Raecio, splendidissimo equite Romano, qui Panhormi negotiaretur, ex quo haec Verres scire posset. Tum iste, se comperisse eum speculandi causa in Siciliam a ducibus fugitivorum esse missum; cuius rei neque index neque vestigium aliquod neque suspicio cuiquam esset ulla; deinde iubet undique hominem vehementissime verberari.
Parte I
Gavius hic quem dico, Consanus, cum in illo numero civium Romanorum ab isto in vincla coniectus esset et nescio qua ratione clam e lautumiis profugisset Messanamque venisset, qui tam prope iam Italiam et moenia Reginorum, civium Romanorum, videret et ex illo metu mortis ac tenebris quasi luce libertatis et odore aliquo legum recreatus revixisset, loqui Messanae et queri coepit se civem Romanum in vincla coniectum, sibi recta iter esse Romam, Verri se praesto advenienti futurum. Non intellegebat miser nihil interesse utrum haec Messanae an apud istum in praetorio loqueretur; nam, ut antea vos docui, hanc sibi iste urbem delegerat quam haberet adiutricem scelerum, furtorum receptricem, flagitiorum omnium consciam. Itaque ad magistratum Mamertinum statim deducitur Gavius, eoque ipso die casu Messanam Verres venit. Res ad eum defertur, esse civem Romanum qui se Syracusis in lautumiis fuisse quereretur; quem iam ingredientem in navem et Verri nimis atrociter minitantem ab se retractum esse et adservatum, ut ipse in eum statueret
Questo Gavio di cui parlo, originario di Compsa, era stato gettato in carcere dal nostro imputato con quel gruppo di cittadini romani di cui conoscete la storia e, non so con quale sistema, era riuscito a evadere in gran segreto dalle latómie e a giungere a Messina, da dove poteva vedere ormai così vicina l'Italia e le mura di Reggio, i cui abitanti godono della cittadinanza romana; a questo punto, liberatosi dalla paura della morte e dalle tenebre in cui ero stato recluso, rinfrancato per così dire dalla luce della libertà e da una specie di profumo che le leggi diffondevano nell'aria, si era sentito rinascere; perciò si mise a conversare con i Messinesi: si lamentava di essere stato gettato in carcere pur essendo un cittadino romano e diceva che se ne sarebbe andato direttamente a Roma e si sarebbe tenuto pronto ad affrontare Verre al momento del suo ritorno. Il poveretto non si rendeva conto che tra il manifestare questi propositi di vendetta a Messina o davani al governatore fra le mura del suo palazzo, non correva nessuna differenza. Infatti, come vi ho fatto notare in precedenza, verre si era scelto questa città per poterne disporre come favoreggiatrice dei suoi delitti, ricettatrice dei suoi furti, complice delle sue infamie. Perciò Gavio viene subito tradotto davanti al magistrato supremo di Messina e proprio in quel giorno il caso vuole che giunga in città Verre. Gli vengono denunciati i fatti: c'era lì un cittadino romano che si lamentava di essere stato imprigionato nelle latómie a Siracusa, poi, mentre stava per imbarcarsi e lanciava all'indirizzo di Verre minacce terribili oltre ogni limite, era stato da loro riportato indietro e tenuto sotto buona guardia, perché fosse il governatore in persona ad adottare contro di lui i provvedimenti che ritenesse opportuni.
Parte II
Egli stesso infiammato di scellerato furore venne nel foro; gli occhi ardevano, la crudeltà traspariva da tutto il volto. Tutti erano in attesa (di capire) fino a che punto infine si sarebbe spinto o che cosa mai avrebbe fatto, quando all’improvviso ordina che l’uomo venga trascinato e denudato nel mezzo del foro e legato e (ordina) che si preparino le verghe. Quel misero continuava a gridare di essere un cittadino romano, cittadino del municipio di Cosa, di aver prestato servizio militare con Lucio Recio, illustrissimo cavaliere romano, che aveva affari a Palermo, dal quale (Verre) avrebbe potuto sapere queste cose. Allora questo (disse) di aver saputo che lui era stato mandato in Sicilia dai capi dei fuggitivi per spiare; della qualcosa nessuno aveva alcuna accusa ufficiale o una traccia o alcun sospetto; quindi ordina che l’uomo sia percosso assai violentemente da ogni parte.
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Alterum genus est eorum, qui quamquam premuntur aere alieno, dominationem tamen expectant, rerum potiri volunt, honores, quos quieta re publica desperant, perturbata se consequi posse arbitrantur. Quibus hoc praecipiendum videtur, unum Scilicet et idem quod reliquis omnibus, ut desperent se id, quod conantur, consequi posse; primum omnium me ipsum vigilare, adesse, providere rei publicae; deinde magnos animos esse in bonis viris, magnam concordiam , magnas praeterea militum copias; deos denique inmortalis huic invicto populo, clarissimo imperio, pulcherrimae urbi contra tantam vim sceleris praesentis auxilium esse laturos. Quodsi iam sint id, quod summo furore cupiunt, adepti, num illi in cinere urbis et in sanguine civium, quae mente conscelerata ac nefaria concupiverunt, consules se aut dictatores aut etiam reges sperant futuros? Non vident id se cupere, quod si adepti sint, fugitivo alicui aut gladiatori concedi sit necesse?
La seconda categoria si compone di individui che, per quanto oberati dai debiti, mirano al potere, vogliono arrivare in alto e si illudono di poter conquistare con la rivoluzione quelle cariche cui non aspirerebbero in una situazione di pace interna. È mio dovere dar loro un consiglio, lo stesso che, naturalmente, darei a tutti gli altri: non sperino di poter realizzare la loro impresa. Per prima cosa, ci sono io a vigilare, a intervenire, a provvedere allo Stato. In secondo luogo, nei cittadini onesti è grande il coraggio, grande l'unanimità, grandissimo il loro numero e grandi, inoltre, le milizie. Infine, gli dèi immortali verranno in aiuto di questo popolo invitto, di questo impero glorioso, di questa città straordinaria contro l'immane violenza del male presente. Se poi riuscissero a ottenere quel che desiderano in un'estrema esaltazione, sperano forse di diventar consoli, dittatori o addirittura re sulle ceneri di Roma e sul sangue dei cittadini, come hanno bramato nella loro mente scellerata e perversa? Non si accorgono di aspirare a un potere che, se lo ottenessero, dovrebbero inevitabilmente cedere a un qualsiasi schiavo fuggitivo o a un gladiatore?
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Quod me ab hoc maerore recreari vis, facis ut omnia; sed me mihi non defuisse tu testis es. nihil enim de maerore minuendo scriptum ab ullo est quod ego non domi tuae legerim. sed omnem consolationem vincit dolor. quin etiam feci quod profecto ante me nemo ut ipse me per litteras consolarer. quem librum ad te mittam, si descripserint librarii. adfirmo tibi nullam consolationem esse talem. totos dies scribo, non quo proficiam quid sed tantisper impedior non equidem satis (vis enim urget), --sed relaxor tamen ad omniaque nitor non ad animum sed ad vultum ipsum, si queam, reficiendum idque faciens interdum mihi peccare videor, interdum peccaturus esse nisi faciam. solitudo aliquid adiuvat, sed multo plus proficeret, si tu tamen interesses. quae mihi una causa est hinc discedendi; nam pro malis recte habebat. quamquam ipsum doleo. non enim iam in me idem esse poteris. perierunt illa quae amabas. De Bruti ad me litteris scripsi ad te antea. prudenter scriptae, sed nihil quod me adiuvarent quod ad te scripsit id vellem, ut ipse adesset. certe aliquid, quoniam me tam valde amat, adiuvaret. quod si quid scies, scribas ad me velim, maxime autem Pansa quando. de Attica doleo, credo tamen Cratero. Piliam angi veta. satis est me maerere pro omnibus. Apud Appuleium, quoniam in perpetuum non placet, in dies ut excuser videbis. in hac solitudine careo omnium colloquio, cumque mane me in silvam abstrusi densam et asperam, non exeo inde ante vesperum. secundum te nihil est mihi amicius solitudine. in ea mihi omnis sermo est cum litteris. eum tamen interpellat fletus; cui repugno quoad possum, sed adhuc pares non sumus.
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Apud Xenophontem moriens Cyrus maior haec dicit: 'Nolite arbitrari, O mihi carissimi filii, me, cum a vobis discessero, nusquam aut nullum fore. Nec enim, dum eram vobiscum, animum meum videbatis, sed eum esse in hoc corpore ex eis rebus quas gerebam intellegebatis. Eundem igitur esse creditote, etiamsi nullum videbitis. Nec vero clarorum virorum post mortem honores permanerent, si nihil eorum ipsorum animi efficerent, quo diutius memoriam sui teneremus. Mihi quidem numquam persuaderi potuit animos, dum in corporibus essent mortalibus, vivere, cum excessissent ex eis, emori, nec vero tum animum esse insipientem, cum ex insipienti corpore evasisset, sed cum omni admixtione corporis liberatus purus et integer esse coepisset, tum esse sapientem. Atque etiam cum hominis natura morte dissolvitur, ceterarum rerum perspicuum est quo quaeque discedat; abeunt enim illuc omnia, unde orta sunt, animus autem solus nec cum adest nec cum discedit, apparet. Iam vero videtis nihil esse morti tam simile quam somnum. Atqui dormientium animi maxime declarant divinitatem suam; multa enim, cum remissi et liberi sunt, futura prospiciunt. Ex quo intellegitur quales futuri sint, cum se plane corporis vinculis relaxaverint. Qua re, si haec ita sunt, sic me colitote,' inquit, 'ut deum; sin una est interiturus animus cum corpore, vos tamen, deos verentes, qui hanc omnem pulchritudinem tuentur et regunt, memoriam nostri pie inviolateque servabitis.'
In Senofonte, Ciro il vecchio pronuncia queste parole morendo: «Non pensiate, o figli carissimi, che, quando me ne sarò andato da voi, non sarò da nessuna parte o non esisterò più. Mentre ero con voi, infatti, non vedevate la mia anima, ma, sulla base delle mie azioni, pensavate che si trovasse in questo mio corpo. Dovete credere allora che sarà sempre la stessa, anche se non la vedrete più. Gli uomini illustri non continuerebbero a ricevere onori dopo la morte se non fossero le loro anime a rinnovare in noi il loro ricordo.o non mi sono mai persuaso che le anime mentre si trova nei corpi mortali vivano e che dopo esser uscite da essi muoiano e in realtà non mi sono mai persuaso che l'anima sia priva di senno dopo essere uscita da un corpo privo di senno ma che dopo aver cominciato ad essere pura ed integra una volta liberata da ogni contatto con il corpo allora si abbia il senno (sia saggia). Inoltre, E anche quando la natura dell'uomo (umana) si dissolve con la morte è evidente dove ciascuna delle altre cose (degli altri elementi) si disperda: tutti quegli elementi se ne vanno in quel luogo da dove si sono originati e poi l'anima da sola non appare nè quando è presente nè quando se ne va. Ormai vedete che nulla è simile alla morte tanto quanto il sonno ebbene, l'anima di chi dorme manifesta nel modo migliore la sua natura divina: rilassata e libera, infatti, prevede molte cose future. Da ciò si capisce come sarà l'anima una volta che si sia liberata dai legami con il corpo. Perciò, se le cose stanno così, onoratemi», afferma, «come un dio. Se invece l'anima deve perire con il corpo, voi, tuttavia, rispettosi degli dèi che custodiscono e reggono tutto questo splendore, conserverete il ricordo di me con devozione e rispetto.» Così Ciro prima di morire. Se siete d'accordo, guardiamo agli esempi di casa nostra.